Ora inizieremo a procedere attraverso l’undicesimo capitolo di Daniele.

Anch’io, nel primo anno di Dario il Medo, mi levai per sostenerlo e rafforzarlo. E ora ti farò conoscere la verità. Ecco, sorgeranno ancora tre re in Persia; e il quarto sarà assai più ricco di tutti loro; e, mediante la sua forza derivante dalle sue ricchezze, solleverà tutti contro il regno di Grecia. Poi sorgerà un re potente, che dominerà con grande potenza e agirà a suo piacimento. E quando si sarà levato, il suo regno sarà infranto e diviso verso i quattro venti del cielo; e non passerà alla sua posterità, né sarà secondo il dominio con cui egli aveva governato; poiché il suo regno sarà sradicato e dato ad altri, oltre a quelli. Daniele 11:1–4.

Gabriele comincia informando Daniele che anch’egli operò con Dario nel suo primo anno, l’anno in cui il nipote di Dario, suo generale, conquistò Babilonia e uccise Baldassar. Daniele sta ricevendo questa visione nel terzo anno di Ciro, secondo il primo versetto del capitolo dieci; pertanto Gabriele indica sia Dario sia Ciro come i simboli che rappresentano il «tempo della fine». Baldassar e Babilonia furono presi dall’Impero medo-persiano nell’anno 538 a.C.

«Ciro assediò Babilonia, che prese con uno stratagemma nel 538 a.C., e con la morte di Baldassarre, che i Persiani uccisero, il regno di Babilonia cessò di esistere.» Uriah Smith, Daniele e l’Apocalisse, 46.

Nell’anno 538 a.C., Daniele mise per iscritto il capitolo nove.

«La visione riportata nel capitolo precedente [capitolo otto] fu data nel terzo anno di Baldassar, 538 a.C. Nello stesso anno, che fu anche il primo di Dario, si verificarono gli eventi narrati in questo capitolo [capitolo nove].» Uriah Smith, Daniel and the Revelation, 205.

Il primo anno di Dario, che fu il terzo e ultimo anno di Baldassar, nel 538 a.C., il Signore punì il paese dei Caldei e lo rese desolato.

E tutto questo paese sarà una desolazione e uno stupore; e queste nazioni serviranno il re di Babilonia per settant’anni. E avverrà, quando i settant’anni saranno compiuti, che io punirò il re di Babilonia e quella nazione, dice il Signore, per la loro iniquità, e il paese dei Caldei, e ne farò una desolazione perpetua. Geremia 25:11, 12.

Al versetto dieci, il Signore impiega la parola «dopo», introducendo il castigo di Babilonia. «Dopo» che Babilonia sarà resa desolata, il Signore compirà la sua buona opera per il popolo di Dio.

Poiché così dice il Signore: Quando saranno compiuti settant’anni a Babilonia, io vi visiterò e adempirò verso di voi la mia buona parola, facendovi ritornare in questo luogo. Geremia 25:10.

La cattività di settant’anni ebbe inizio nel 606 a.C.

«Avendo avuto inizio nel 606 a.C., i settant’anni, Daniele comprese che stavano ormai giungendo al loro termine». Uriah Smith, Daniel and the Revelation, 205.

La cattività di settant’anni ebbe inizio nel 606 a.C. e terminò nel 536 a.C., cioè due anni dopo la morte di Baldassarre e la desolazione di Babilonia nel 538 a.C. Era il terzo anno di Ciro. Gabriele colloca la profezia del fiume Hiddekel nel terzo anno di Ciro e inizia il racconto del capitolo undicesimo facendo riferimento al primo anno di Dario; così facendo, egli identifica due anni specifici. Il 538 a.C. e il 536 a.C. furono entrambi tempi stabiliti: il 538 a.C. fu il tempo stabilito perché la profezia dei settant’anni giungesse a compimento, e il 536 a.C. fu il tempo profetico stabilito nel quale, “dopo” il 538 a.C., il Signore avrebbe compiuto la Sua buona opera per il Suo popolo.

Il 538 a.C. e il 536 a.C. sono entrambi tempi stabiliti, ed essi sono rappresentati da due figure storiche: uno fu il primo re dei Medi e il secondo il primo re di Persia. La fine dei settant’anni in cui l’Israele letterale fu prigioniero nella Babilonia letterale rappresentava i milletrecentosessanta anni durante i quali l’Israele spirituale fu prigioniero nella Babilonia spirituale, dall’anno 538 d.C. al 1798. Il 1798 fu un «tempo stabilito», e allora ebbe inizio il periodo che profeticamente è identificato come il «tempo della fine». Il 538 a.C. e il 536 a.C., che sono rappresentati come un «tempo stabilito», segnano anche l’inizio di un periodo rappresentato come il «tempo della fine».

“La chiesa di Dio sulla terra fu realmente in cattività durante questo lungo periodo di inesorabile persecuzione, così come i figli d’Israele furono tenuti in cattività a Babilonia durante il periodo dell’esilio.” Prophets and Kings, 714.

Ogni profezia si rivolge più specificamente agli ultimi giorni che ai giorni nei quali ebbe il suo primo adempimento; pertanto il 538 a.C. e il re Dario, insieme al 536 a.C. e al re Ciro, rappresentano il «tempo della fine» nel 1989, e i due re prefigurano il presidente Reagan e il presidente Bush padre. Il 538 a.C. e il 536 a.C. rappresentano un segnavia che si adempie, intendendosi entrambe le date come rappresentative dell’unico segnavia. Il segnavia del «tempo della fine» consiste di due simboli, e talvolta, come nel caso di Reagan e Bush padre, entrambi i simboli si adempiono nello stesso anno. Ma questa è l’eccezione alla regola, poiché il segnavia del «tempo della fine» al tempo di Mosè fu la nascita sia di Aaronne sia di Mosè, separate da tre anni. Nella storia di Cristo, furono la nascita di Giovanni Battista e quella di Cristo, separate da sei mesi.

Con il «tempo della fine», nella storia dell’anticristo, si trattava del 1798 e del 1799. La Rivoluzione francese è un soggetto di profezia, ed ebbe inizio nel 1789 e durò dieci anni, terminando nel 1799, al suo tempo stabilito, proprio come il 1798 fu un tempo stabilito. Insieme essi identificano la ferita mortale inferta alla bestia, e anche la donna che cavalcava e regnava sulla bestia. Dario fu il re che sconfisse il suo nemico facendo entrare il suo esercito attraverso il «muro», ed egli rappresenta Reagan, che sconfisse il suo nemico abbattendo il muro della «cortina di ferro». Ciro rappresenta Bush padre, poiché Ciro è conosciuto come Ciro il Grande, e George Bush padre è Bush il maggiore, mentre Bush figlio è Bush il minore.

Poiché questi due re e le due date che essi rappresentano sono in realtà un unico simbolo. L’uno segna i settant’anni durante i quali Babilonia avrebbe dominato. Quel periodo di settant’anni giunse al suo tempo stabilito nel 538 a.C. ed è rappresentato da Dario. Il compimento della cattività di settant’anni giunse al suo tempo stabilito nel 536 a.C. ed è rappresentato da Ciro. Insieme essi rappresentano il «tempo della fine», quando la luce profetica dev’essere dissuggellata. Nel 1798 il primo angelo di Apocalisse quattordici giunse al «tempo della fine», e la sorella White afferma che quell’angelo «non era altri che Gesù Cristo».

Nel terzo anno di Ciro, Michele, il principe del popolo di Dio e l’arcangelo degli angeli, discese per intervenire presso Ciro e confermare la luce che avrebbe condotto Ciro a promulgare il primo di tre decreti che avrebbero permesso al popolo di Dio di ritornare a Gerusalemme e di ricostruire la città, il santuario, le strade e le mura. Quell’opera prefigurava l’opera del primo e del secondo angelo, che ebbe inizio al «tempo della fine» nel 1798.

La discesa di Michele al tempo della fine, nei giorni di Dario e di Ciro, rappresentò l’arrivo del primo angelo nel 1798, e insieme essi segnano l’arrivo dello stesso angelo, al «tempo della fine», nel 1989. Il 1989 diede inizio al periodo del «tempo della fine», ed era anche un tempo stabilito. Un tempo stabilito identifica la conclusione di un periodo di tempo profetico. La ribellione del 1863, al primo «Kadesh» per il moderno Israele spirituale, fu l’inizio di un periodo di centoventisei anni che terminò al «tempo stabilito» nel 1989. Centoventisei è una decima, ossia un decimo, di milleduecentosessanta, e alla fine di milleduecentosessanta anni, nel 1798, il movimento del primo angelo entrò nella storia. Alla fine di centoventisei anni, nel 1989, il movimento del terzo angelo entrò nella storia.

Nel versetto uno del capitolo undicesimo di Daniele, Gabriele è attento e preciso nell’indicare che la storia rappresentata ha inizio con Ciro, al tempo della fine nel 1989. Ciro il Grande rappresenta lì Bush il maggiore, al quale sarebbero seguiti tre re, e poi un quarto re che sarebbe stato molto più ricco di tutti loro. Così, il quarto re ricco, che eccita tutta la Grecia, è il sesto presidente dal 1989.

Negli eventi del capitolo dieci, Daniele è presentato come in lutto, e nella sua esperienza di lutto egli è trasformato all’immagine di Cristo, mentre contempla la visione. Il periodo di lutto di ventuno giorni rappresenta un periodo di morte che si conclude con una risurrezione. Nel capitolo dieci, Michele è disceso dal cielo, e in Giuda sette, quando Egli discende, risuscita Mosè. In Apocalisse capitolo undici Mosè (ed Elia) sono stati uccisi, e giacciono morti nella strada per tre giorni e mezzo simbolici. Poi Mosè (insieme con Elia) viene risuscitato da “una gran voce”.

E dopo tre giorni e mezzo, lo Spirito della vita procedente da Dio entrò in loro, ed essi si levarono in piedi; e gran timore cadde su quelli che li videro. Ed essi udirono una gran voce dal cielo che diceva loro: Salite quassù. Ed essi salirono al cielo nella nuvola; e i loro nemici li videro. Apocalisse 11:11, 12.

La «gran voce» che risuscita è la voce dell’arcangelo, e l’arcangelo è Michele.

Poiché il Signore stesso discenderà dal cielo con un grido, con voce d’arcangelo e con la tromba di Dio; e i morti in Cristo risusciteranno per primi. 1 Tessalonicesi 4:16.

La storia nella quale Mosè ed Elia vengono uccisi e risuscitati è la storia del suggellamento dei centoquarantaquattromila. Quella storia ebbe inizio l’11 settembre 2001 con la «prima voce» dell’angelo di Apocalisse diciotto, che Sorella White identifica come giunta quando i grandi edifici di New York City furono abbattuti. La «seconda voce» di Apocalisse capitolo diciotto risuona alla legge domenicale di prossima venuta, quando l’altro gregge di Dio viene chiamato fuori da Babilonia. È in quella storia, la storia del suggellamento, che Daniele è rappresentato come trasformato a immagine di Cristo mediante la contemplazione della visione «marah», che è l’espressione femminile della visione «mareh». Essa è la visione «causativa», che «causa» che l’immagine contemplata venga riprodotta in coloro che la contemplano.

Quella storia del suggellamento e della trasformazione di Daniele nel capitolo dieci include la discesa di Michele quando Egli risuscita e trasforma coloro che sono rappresentati da Mosè, Elia e Daniele. Egli compie la risurrezione con la «gran voce» dell’arcangelo, provvedendo così una terza «voce», in mezzo alla prima e all’ultima voce, che sono entrambe la stessa, poiché sono entrambe la voce di Apocalisse capitolo diciotto. La voce di mezzo è il punto in cui è rappresentata la ribellione, poiché quando Michele risuscitò Mosè, non disputò con Satana, benché Satana, l’autore della ribellione, fosse là per protestare.

Eppure Michele l’arcangelo, quando, contendendo con il diavolo, disputava intorno al corpo di Mosè, non osò proferire contro di lui un’accusa ingiuriosa, ma disse: Ti sgridi il Signore. Giuda 7.

L’inizio del tempo del suggellamento, che ebbe principio l’11 settembre 2001 e termina con l’imminente legge domenicale, è contrassegnato dalla firma della «Verità», poiché nel mezzo di quel periodo, nel luglio del 2023, la gran voce dell’arcangelo diede inizio all’opera di risuscitare i morti in Cristo, i quali scelgono di udire la Sua voce di mezzo. Si noti che il 2023 viene ventidue anni dopo il 2001, e ventidue è un decimo di duecentoventi, che è il simbolo del legame tra la Divinità e l’umanità, ed è anche un simbolo di restaurazione.

Nel luglio 2023, il potente angelo che non è altri che Gesù Cristo, e che è la Verità, che è anche Michele, e che è l’Alfa e l’Omega, discese con un messaggio nella Sua mano. Il piccolo libro nella Sua mano è la parte di Daniele che fu sigillata fino agli ultimi giorni.

«Nell’Apocalisse tutti i libri della Bibbia si incontrano e si concludono. Qui si trova il complemento del libro di Daniele. Uno è una profezia; l’altro una rivelazione. Il libro che fu sigillato non è l’Apocalisse, ma quella parte della profezia di Daniele che riguarda gli ultimi giorni. L’angelo comandò: “Ma tu, o Daniele, chiudi queste parole e sigilla il libro fino al tempo della fine”. Daniele 12:4». Atti degli Apostoli, 585.

La parte della profezia di Daniele che si riferisce agli ultimi giorni è il capitolo undicesimo. Si tratta degli ultimi sei versetti del capitolo undicesimo, ma più specificamente delle vicende storiche contenute nel capitolo che vengono ripetute in quegli ultimi sei versetti.

«Non abbiamo tempo da perdere. Tempi difficili sono davanti a noi. Il mondo è agitato dallo spirito di guerra. Presto si compiranno le scene di tribolazione di cui si è parlato nelle profezie. La profezia dell’undicesimo capitolo di Daniele ha quasi raggiunto il suo completo adempimento. Gran parte della storia che si è compiuta in adempimento di questa profezia si ripeterà». Manuscript Releases, numero 13, 394.

Il versetto sedici del capitolo undici di Daniele illustra una storia che si ripete nel versetto quarantuno, poiché nel versetto il re del nord si trova nel paese glorioso. La storia del versetto sedici identifica il momento in cui il generale romano Pompeo condusse Giuda e Gerusalemme in cattività.

Ma colui che verrà contro di lui agirà a suo talento, e nessuno potrà stargli davanti; ed egli si fermerà nel paese glorioso, che sarà consumato per mano sua. Daniele 11:16.

Intendo usare questo versetto come punto di riferimento per la nostra considerazione dei versetti che lo precedono; pertanto, porrò anzitutto questa comprensione come fondamento. Intendiamo mostrare che la storia che segue la disgregazione del regno di Alessandro Magno nei versetti tre e quattro inizia nel 1989 e quindi identifica l’attuale guerra in Ucraina, la vittoria di Putin sulle forze dell’Occidente e la successiva sconfitta di Putin, che conduce al versetto sedici.

«Sebbene l’Egitto non potesse resistere ad Antioco, il re del settentrione, Antioco non poté resistere ai Romani, che ora venivano contro di lui. Nessun regno fu più in grado di opporsi a questa potenza nascente. La Siria fu conquistata e aggiunta all’impero romano, quando Pompeo, nel 65 a.C., privò Antioco Asiatico dei suoi possedimenti e ridusse la Siria a provincia romana.

«La stessa potenza doveva anche stabilirsi nel Paese Santo e consumarlo. Roma entrò in relazione con il popolo di Dio, i Giudei, mediante alleanza, nel 161 a.C., data dalla quale occupa un posto preminente nel calendario profetico. Tuttavia, non acquisì giurisdizione sulla Giudea per effettiva conquista fino al 63 a.C.; e ciò avvenne nel modo seguente.»

«Al ritorno di Pompeo dalla sua spedizione contro Mitridate, re del Ponto, due contendenti, Ircano e Aristobulo, si disputavano la corona della Giudea. La loro causa fu sottoposta a Pompeo, il quale ben presto comprese l’ingiustizia delle pretese di Aristobulo, ma desiderò differire la decisione della questione fino a dopo la sua tanto agognata spedizione in Arabia, promettendo poi di ritornare e di regolare i loro affari secondo ciò che fosse parso giusto e conveniente. Aristobulo, penetrando i veri sentimenti di Pompeo, si affrettò a tornare in Giudea, armò i suoi sudditi e si preparò a una vigorosa difesa, risoluto, a qualunque costo, a conservare la corona, che prevedeva sarebbe stata aggiudicata a un altro. Pompeo seguì da vicino il fuggitivo. Quando si avvicinò a Gerusalemme, Aristobulo, cominciando a pentirsi della sua condotta, gli andò incontro e cercò di accomodare la questione promettendo piena sottomissione e ingenti somme di denaro. Pompeo, accettando questa offerta, inviò Gabinio, alla testa di un distaccamento di soldati, a ricevere il denaro. Ma quando quel luogotenente generale giunse a Gerusalemme, trovò le porte chiuse contro di lui, e gli fu detto dall’alto delle mura che la città non si sarebbe attenuta all’accordo.»

«Pompeo, per non lasciarsi ingannare in tal modo impunemente, mise in catene Aristobulo, che aveva trattenuto presso di sé, e marciò subito contro Gerusalemme con tutto il suo esercito. I partigiani di Aristobulo erano per difendere il luogo; quelli di Ircano, per aprire le porte. Essendo questi ultimi in maggioranza, e prevalendo, a Pompeo fu concesso libero ingresso nella città. Allora gli aderenti di Aristobulo si ritirarono sul monte del tempio, pienamente risoluti a difendere quel luogo quanto Pompeo era deciso a espugnarlo. Alla fine di tre mesi fu aperta una breccia nel muro sufficiente per un assalto, e il luogo fu preso a fil di spada. Nella terribile strage che ne seguì, dodicimila persone furono uccise. Era uno spettacolo commovente, osserva lo storico, vedere i sacerdoti, allora impegnati nel servizio divino, perseguire con mano calma e fermo proposito il loro consueto ministero, apparentemente inconsapevoli del selvaggio tumulto, benché tutt’intorno a loro i loro amici fossero dati alla strage, e benché spesso il loro stesso sangue si mescolasse con quello dei loro sacrifici.»

«Avendo posto fine alla guerra, Pompeo demolì le mura di Gerusalemme, trasferì diverse città dalla giurisdizione della Giudea a quella della Siria e impose un tributo ai Giudei. Così, per la prima volta, Gerusalemme fu posta per conquista nelle mani di quella potenza che doveva tenere la “terra gloriosa” nella sua morsa di ferro finché non l’avesse completamente consumata.» Uriah Smith, Daniel and the Revelation, 259, 260.

Continueremo questo studio nel nostro prossimo articolo.

«Il fatto che tra il popolo di Dio non vi sia controversia né agitazione non dovrebbe essere considerato una prova conclusiva che esso si attenga saldamente alla sana dottrina. Vi è motivo di temere che esso non distingua chiaramente tra la verità e l’errore. Quando, mediante l’investigazione delle Scritture, non sorgono nuove questioni; quando non nasce alcuna divergenza di opinione che induca gli uomini a investigare personalmente la Bibbia per assicurarsi di possedere la verità, vi saranno molti oggi, come nei tempi antichi, che si atterranno alla tradizione e adoreranno senza sapere che cosa.»

«Mi è stato mostrato che molti di coloro che professano di conoscere la verità presente non sanno ciò che credono. Non comprendono le evidenze della loro fede. Non hanno un giusto apprezzamento dell’opera per il tempo presente. Quando verrà il tempo della prova, vi sono uomini che ora predicano ad altri i quali scopriranno, esaminando le posizioni che sostengono, che vi sono molte cose delle quali non possono dare alcuna ragione soddisfacente. Finché non furono così messi alla prova, non conobbero la loro grande ignoranza. E vi sono molti nella chiesa che danno per scontato di comprendere ciò che credono; ma, finché non sorge una controversia, non conoscono la propria debolezza. Quando saranno separati da quelli della stessa fede e costretti a stare singolarmente e da soli per spiegare il loro credo, saranno sorpresi nel vedere quanto confuse siano le loro idee riguardo a ciò che avevano accettato come verità. È certo che vi è stato fra noi un allontanamento dal Dio vivente e un volgersi agli uomini, mettendo ciò che è umano al posto della sapienza divina.

«Dio desterà il Suo popolo; se altri mezzi falliscono, entreranno in mezzo a loro eresie, che li vaglieranno, separando la pula dal grano. Il Signore chiama tutti coloro che credono alla Sua parola a svegliarsi dal sonno. Una luce preziosa è venuta, adatta a questo tempo. Essa è verità biblica, che mostra i pericoli che incombono proprio su di noi. Questa luce dovrebbe condurci a uno studio diligente delle Scritture e a un esame rigorosissimo delle posizioni che sosteniamo. Dio vuole che tutti gli aspetti e tutte le posizioni della verità siano indagati a fondo e con perseveranza, con preghiera e digiuno. I credenti non devono riposare su supposizioni e idee vaghe di ciò che costituisce la verità. La loro fede deve essere fermamente fondata sulla parola di Dio, affinché, quando verrà il tempo della prova e saranno condotti davanti ai concili per rispondere della loro fede, possano essere in grado di rendere ragione della speranza che è in loro, con mansuetudine e timore.

«Agitate, agitate, agitate. I temi che presentiamo al mondo devono essere per noi una realtà vivente. È importante che, nel difendere le dottrine che consideriamo articoli fondamentali della fede, non ci permettiamo mai di impiegare argomenti che non siano del tutto validi. Questi possono forse servire a ridurre al silenzio un oppositore, ma non onorano la verità. Dovremmo presentare argomenti solidi, che non soltanto riducano al silenzio i nostri oppositori, ma resistano anche al più attento e penetrante esame. Con coloro che si sono formati come disputatori vi è un grande pericolo che non trattino la parola di Dio con equità. Nell’affrontare un oppositore, il nostro sincero sforzo dovrebbe essere quello di presentare i temi in modo tale da suscitare convinzione nella sua mente, invece di cercare semplicemente di infondere fiducia al credente.»

«Qualunque possa essere il progresso intellettuale dell’uomo, non pensi egli neppure per un istante che non vi sia bisogno di un’investigazione approfondita e continua delle Scritture per ricevere maggiore luce. Come popolo, siamo chiamati individualmente a essere studenti della profezia. Dobbiamo vegliare con sincera premura, affinché possiamo discernere qualunque raggio di luce che Dio ci presenterà. Dobbiamo cogliere i primi bagliori della verità; e mediante uno studio accompagnato dalla preghiera si può ottenere una luce più chiara, che può essere presentata davanti agli altri.

«Quando il popolo di Dio vive nella tranquillità ed è soddisfatto della luce che possiede al presente, possiamo essere certi che Egli non lo favorirà. È Sua volontà che essi avanzino continuamente per ricevere la luce accresciuta e sempre crescente che risplende per loro. L’attuale atteggiamento della chiesa non è gradito a Dio. Si è insinuata una fiducia in se stessi che li ha condotti a non avvertire alcuna necessità di ulteriore verità e di una luce più grande. Viviamo in un tempo in cui Satana opera alla destra e alla sinistra, davanti e dietro di noi; e tuttavia noi, come popolo, dormiamo. Dio vuole che si oda una voce che desti il Suo popolo all’azione». Testimonies, volume 5, 707, 708.