Stiamo attualmente trattando i «sette tempi» di Levitico ventisei nel libro di Daniele. Ciò è nascosto a coloro che hanno scelto di chiudere gli occhi, ma è lì per coloro che desiderano vedere. Cominceremo da Daniele, capitolo otto, versetto tredici.

Poi udii un santo che parlava; e un altro santo disse a quel santo che parlava: «Fino a quando durerà la visione del sacrificio quotidiano e della trasgressione della desolazione, che abbandona il santuario e l’esercito ad essere calpestati?» Daniele 8:13.

Il versetto inizia con la parola «allora» e stabilisce una distinzione rispetto alla visione della storia profetica che Daniele ha appena visto nei dieci versetti precedenti. I versetti uno e due del capitolo identificano l’anno in cui Daniele ricevette la visione e anche il fatto che la ricevette presso il fiume Ulai. Dal versetto tre al versetto dodici, egli «vede» la visione della storia profetica. «Allora» egli «ode» un dialogo celeste costituito da una domanda e da una risposta. Nel versetto quindici, egli inizia a cercare di comprendere che cosa rappresentasse la visione della storia profetica che aveva appena «visto». È essenziale riconoscere la distinzione tra la visione che Daniele «vide» nei versetti dal tre al dodici e il dialogo celeste, che egli «udì», poiché si tratta di due visioni differenti.

Ma beati sono i vostri occhi, perché vedono; e i vostri orecchi, perché odono. Matteo 13:16.

La domanda nel versetto tredici è: «Fino a quando durerà la visione?», e la parola tradotta con «visione» è un termine ebraico diverso da quello tradotto con «visione» nel versetto sedici.

E udii una voce d’uomo di fra le rive dell’Ulai, che chiamò e disse: Gabriele, fa’ comprendere a quest’uomo la visione. Daniele 8:16.

Traducendo due diverse parole ebraiche con la parola inglese “vision”, i “sette tempi” di Levitico ventisei divennero “nascosti in piena vista”. Gli studiosi della Bibbia che si accontentano di limitarsi a sfiorare la superficie considerano queste due diverse parole ebraiche come se fossero la stessa parola, ma lo fanno a proprio rischio e pericolo.

«Scorrere soltanto in superficie servirà a ben poco. Per comprenderla, sono necessarie un’investigazione ponderata e uno studio serio e impegnativo. Nella Parola vi sono verità che sono come vene di minerale prezioso nascoste sotto la superficie. Scavando per trovarle, come l’uomo scava per l’oro e l’argento, si scoprono i tesori nascosti. Siate certi che la prova della verità è nella Scrittura stessa. Una scrittura è la chiave per dischiudere altre scritture. Il significato ricco e nascosto viene svelato dallo Spirito Santo di Dio, che rende chiara la parola al nostro intendimento: “La rivelazione delle tue parole illumina; dà intelletto ai semplici”». Fundamentals of Christian Education, 390.

Siamo informati che «ogni fatto ha la sua rilevanza» nella Parola di Dio, e se scegliamo di ignorare il fatto che nel capitolo otto vi sono due diverse parole ebraiche tradotte con «visione», siamo responsabili di infliggere a noi stessi la cecità laodiceana. Il vecchio adagio dice: «non vi sono ciechi peggiori di quelli che non vogliono vedere».

«La Bibbia contiene tutti i princìpi che gli uomini hanno bisogno di comprendere per essere preparati sia per questa vita sia per la vita futura. E questi princìpi possono essere compresi da tutti. Nessuno che abbia uno spirito atto ad apprezzarne l’insegnamento può leggere un solo passo della Bibbia senza ricavarne qualche pensiero utile. Ma il più prezioso insegnamento della Bibbia non si ottiene mediante uno studio occasionale o frammentario. Il suo grande sistema di verità non è presentato in modo tale da poter essere discernuto dal lettore frettoloso o negligente. Molti dei suoi tesori giacciono ben al di sotto della superficie e possono essere ottenuti soltanto mediante diligente ricerca e sforzo continuo. Le verità che concorrono a costituire il grande insieme devono essere ricercate e raccolte, “qui un poco e là un poco”. Isaia 28:10.»

«Quando vengono così ricercati e riuniti, si scoprirà che si adattano perfettamente gli uni agli altri. Ciascun Vangelo è un complemento degli altri, ogni profezia una spiegazione di un’altra, ogni verità uno sviluppo di qualche altra verità. I tipi dell’economia giudaica sono resi chiari dal Vangelo. Ogni principio nella parola di Dio ha il suo posto, ogni fatto la sua portata. E l’intera struttura, nel suo disegno e nella sua esecuzione, rende testimonianza al suo Autore. Una tale struttura nessuna mente, se non quella dell’Infinito, potrebbe concepirla o formarla». Education, 123.

La parola «visione» ricorre dieci volte nel capitolo ottavo di Daniele, ma queste dieci occorrenze consistono in due diverse parole ebraiche, e il significato di tali parole non è lo stesso. Se avessero lo stesso significato, Daniele avrebbe usato una sola di quelle parole in ciascuna delle dieci occorrenze. Daniele scrisse due parole, poiché ciascuna di esse possiede un proprio significato, e una rappresenta una visione che Daniele «vide», e l’altra una visione che egli «udì». Nel versetto tredici, la parola tradotta con «visione» è châzôn, e significa «una vista», oppure «una visione», «un sogno» o «un oracolo». Io la definisco la «visione della storia profetica» in base alla sua definizione e al modo in cui Daniele la impiega.

Nel versetto uno del capitolo otto di Daniele, Daniele dice: «mi apparve una visione», e nel versetto due afferma per due volte di aver «visto in visione». Poi, nel versetto tredici, viene posta la domanda: «fino a quando durerà la visione?». Tutti questi usi corrispondono al termine ebraico «châzôn». Poi, nel versetto quindici, giungiamo forse al momento più importante in cui Daniele usa quello stesso identico termine, poiché dice: «quando io»… «ebbi visto la visione e ne cercai il significato». Dopo che Daniele ebbe visto la visione châzôn, volle comprendere che cosa significasse. Questo è un fatto che ha grande rilevanza per l’occultamento dei «sette tempi» di Levitico ventisei nel capitolo.

Egli usa anche la parola châzôn nei versetti diciassette e ventisei. La parola «visione» compare dieci volte nel capitolo otto di Daniele, e la parola châzôn rappresenta sette di quelle occorrenze. Daniele usa quattro volte l’altra parola ebraica che viene tradotta con «visione». L’altra parola ebraica è mar’eh e significa «apparenza».

Châzôn ricorre sette volte nel capitolo otto di Daniele, e mar’eh ricorre quattro volte; insieme esse rappresentano le dieci occorrenze in cui la parola inglese “vision” appare in Daniele capitolo otto. Sette più quattro fa undici, poiché una delle volte in cui Daniele impiegò la parola mar’eh, essa fu tradotta precisamente secondo la sua definizione, infatti nel versetto quindici, quando Daniele “cercava il significato” della visione châzôn della storia profetica, gli “stava davanti” “come l’aspetto di un uomo”. La parola “aspetto” è mar’eh. Pertanto, mar’eh è usato da Daniele quattro volte in Daniele otto, ed è tradotto una volta in accordo con la sua definizione primaria di “aspetto”, e le altre tre volte è tradotto come “visione”.

Non sto suggerendo alcuna critica nei confronti degli uomini che tradussero la Bibbia di Re Giacomo. Occorre tuttavia osservare che, al versetto tredici, si trova l’unica parola aggiunta nella Bibbia di Re Giacomo (“sacrifice”), che l’ispirazione dichiara in modo definitivo «non appartiene al testo». L’ispirazione afferma inoltre che la parola aggiunta era stata «aggiunta dalla sapienza umana». Nello stesso capitolo, due differenti parole ebraiche sono entrambe tradotte con la stessa parola inglese. La ragione per cui è essenziale riconoscere la distinzione tra queste due parole è di importanza profondissima.

E avvenne che, quando io, io Daniele, ebbi visto la visione e ne cercavo il significato, ecco, stette davanti a me come l’apparenza di un uomo. E udii la voce di un uomo fra le rive dell’Ulai, che gridò e disse: Gabriele, fa’ comprendere a quest’uomo la visione. Daniele 8:15, 16.

Mentre Daniele «cercava il significato» della «visione châzôn» che aveva appena «veduta», Cristo informa Gabriele di «far» comprendere a Daniele la «visione mar’eh» che egli aveva appena «udita». Daniele desiderava comprendere la visione della storia profetica, ma Cristo, che nel versetto tredici era stato identificato come Palmoni (quel santo che parlava), istruì Gabriele a far comprendere a Daniele la «visione mar’eh», non la «visione châzôn». Nei versetti quindici e sedici, lo scopo dichiarato per Gabriele è che egli faccia comprendere a Daniele la «visione mar’eh», termine tradotto come «visione» che significa «apparenza», non la visione della storia profetica che Daniele desiderava comprendere. Senza riconoscere l’incarico affidato a Gabriele, i «sette tempi» di Levitico ventisei rimangono nascosti in piena vista.

Nel versetto ventisei entrambi i vocaboli ebraici tradotti come «visione» si trovano nello stesso versetto, e il versetto diviene una delle chiavi principali per dischiudere la verità della testimonianza di Daniele riguardo ai «sette tempi».

E la visione della sera e della mattina, di cui è stato parlato, è verità; perciò sigilla la visione, perché essa riguarda molti giorni futuri. Daniele 8:26.

Nel versetto ventisei, la «visione della sera e della mattina» è la visione mar’eh, che significa «apparenza», ma la visione che doveva essere «sigillata» è la visione châzôn della storia profetica. L’espressione «sera e mattina» è ciò che isola e identifica la distinzione tra le due visioni. Essa lo fa mediante un’ulteriore illustrazione del fattore umano nella produzione della Bibbia. Il fattore umano consisteva sia nei profeti che misero per iscritto le parole della Bibbia, sia in coloro che tradussero la Bibbia. La Bibbia, come Cristo, rappresenta una combinazione di divinità e umanità. Tale umanità discese lungo la storia, da Adamo dopo che ebbe peccato fino a coloro che registrarono e tradussero la Bibbia. Cristo e la Bibbia sono entrambi la Parola di Dio, e la Parola di Dio è pura, poiché la divinità della combinazione prevalse sempre su qualunque limitazione esistesse nella carne.

Paolo, servo di Gesù Cristo, chiamato ad essere apostolo, appartato per il vangelo di Dio, (che egli aveva già promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sante Scritture,) riguardo al Figlio suo Gesù Cristo nostro Signore, che è nato dalla stirpe di Davide secondo la carne. Romani 1:1–3.

L’espressione «sera e mattina» ricorre ripetutamente nella Parola di Dio, ed è sempre tradotta come «sera e mattina», come nel versetto ventisei, e come è così spesso tradotta nel racconto della creazione in Genesi, che ripetutamente afferma: «e fu sera e fu mattina…». In realtà, e ogni fatto ha il suo peso (e questo fatto è essenziale da comprendere), l’unico luogo della Bibbia in cui l’espressione «sera e mattina» non è tradotta come «sera e mattina» (come lo è nel versetto ventisei), è il versetto quattordici di Daniele otto. Là, e soltanto là nella Parola di Dio, la locuzione «sera e mattina» è tradotta semplicemente come «giorni».

Ed egli mi disse: «Fino a duemilatrecento giorni; poi il santuario sarà purificato». Daniele 8:14.

Dodici versetti più tardi, nello stesso capitolo di Daniele, la frase ebraica «sera e mattina» è tradotta come sempre; ma nel versetto che costituisce il pilastro centrale e il fondamento dell’Avventismo, la frase è semplicemente tradotta con «giorni». Quale influenza indusse i traduttori della Bibbia di Re Giacomo a introdurre una contraddizione così evidente? Essi avevano tradotto la frase nel versetto ventisei in accordo con ogni altra occorrenza della frase nel resto della Bibbia. Ma dodici versetti prima del versetto ventisei, nel versetto quattordici, la loro umanità pose una distinzione particolare sulla risposta alla domanda del versetto tredici. E la domanda del versetto tredici includeva l’unica parola («sacrificio») che non doveva essere aggiunta alla Bibbia. Dio volle che il versetto quattordici risaltasse in modo assai profondo e distintivo. Così facendo, Egli identificò anche ciò che a Gabriele fu ordinato di far comprendere a Daniele.

Nel versetto sedici, Gesù comandò a Gabriele di far comprendere a Daniele la visione del mar’eh, nonostante il fatto che Daniele stesse cercando di comprendere la visione del châzôn della storia profetica. Il versetto ventisei afferma che la «visione delle sere e delle mattine che è stata detta» era «vera». La visione del châzôn era stata una «visione» profetica, ma la visione del mar’eh era stata «detta», poiché era stata pronunciata. Era stata pronunciata nel versetto quattordici, quando Palmoni disse: «fino a duemilatrecento sere e mattine; poi il santuario sarà purificato». Il versetto ventisei impiega l’espressione «sere e mattine», identificandola come la visione che era stata «detta», per mettere in evidenza la distinzione tra le due visioni nel capitolo otto di Daniele. La visione della storia profetica che Daniele aveva «visto», e che desiderava comprendere, era diversa dalla visione che era stata «detta» e che Daniele aveva «udito». Ancor più importante, la visione che Daniele aveva «udito» era la visione della quale Gabriele doveva dare a Daniele comprensione.

L’umanità che partecipò alla realizzazione della Sacra Bibbia registrò la parola «visione» dieci volte nel capitolo ottavo di Daniele e, così facendo, celò la distinzione tra una visione che fu «vista» e un’altra visione che fu «udita». In tal modo, oscurò l’enfasi che identifica come intento di Cristo che Daniele comprendesse la visione che aveva «udito», ancor più della comprensione della visione che aveva «visto». Ora possiamo considerare ciò che Gabriele fa per adempiere l’incarico affidatogli.

Egli dunque si avvicinò al luogo dove io stavo; e quando giunse, fui preso da spavento e caddi con la faccia a terra; ma egli mi disse: «Comprendi, o figlio d’uomo, poiché la visione riguarda il tempo della fine». Or mentre egli parlava con me, io caddi in un sonno profondo con la faccia a terra; ma egli mi toccò e mi fece stare in piedi. E disse: «Ecco, io ti farò conoscere ciò che avverrà nell’ultimo tempo dell’indignazione; perché alla fine, nel tempo stabilito, essa avrà compimento». Daniele 8:17–19.

Gabriele ora inizia la sua opera di far comprendere a Daniele la visione delle duemilatrecento sere e mattine, che è verace. Egli dapprima lo informa che la visione della storia profetica, la visione châzôn, sarebbe stata al «tempo della fine». Poi, mentre Daniele era in un sonno profetico, Gabriele toccò Daniele e lo fece stare in piedi. Lo informa: «Io ti farò conoscere».

Questo è ciò che Palmoni (Cristo) aveva detto a Gabriele di fare, quando disse: «Gabriele, fa’ comprendere a quest’uomo la visione del mar’eh» delle sere e delle mattine. Gabriele dice che farà conoscere a Daniele «ciò che avverrà nell’ultimo tempo dell’indignazione». Eccolo! Ecco il «sette volte» di Levitico ventisei! Esso è nascosto proprio dalla stessa tecnica profetica riguardo alla quale Gabriele aveva ripetutamente guidato i profeti a rendere testimonianza e a impiegare nei loro scritti! Quella tecnica è «linea su linea, qui un poco e là un poco».

Nel libro «Thoughts on Daniel and the Revelation», di Uriah Smith (con il quale tutti gli Avventisti, e persino i loro vicini, dovrebbero avere familiarità), Smith commenta i versetti da diciassette a diciannove del capitolo ottavo di Daniele:

«Con una dichiarazione generale che, al tempo stabilito, verrà la fine, e che egli gli farà conoscere ciò che accadrà nell’ultimo periodo dell’indignazione, egli passa a un’interpretazione della visione. L’indignazione dev’essere intesa come abbracciante un periodo di tempo. Quale tempo? Dio disse al suo popolo Israele che avrebbe riversato su di loro la sua indignazione per la loro empietà; e così diede istruzioni riguardo al “profano principe empio d’Israele”: “Togli il turbante, e leva la corona.... Io la rovescerò, la rovescerò, la rovescerò: anch’essa non sarà più, finché venga colui al quale appartiene di diritto, e gliela darò”. Ezechiele 21:25–27, 31.»

«Ecco il periodo dell’indignazione di Dio contro il suo popolo del patto; il periodo durante il quale il santuario e l’esercito devono essere calpestati. Il diadema fu rimosso, e la corona tolta, quando Israele fu assoggettato al regno di Babilonia. Fu rovesciato di nuovo dai Medi e Persiani, di nuovo dai Greci, di nuovo dai Romani, in corrispondenza delle tre volte in cui la parola è ripetuta dal profeta. I Giudei quindi, avendo rigettato Cristo, furono ben presto dispersi sulla faccia della terra; e l’Israele spirituale ha preso il posto della discendenza letterale; ma essi sono soggetti a potenze terrene, e lo saranno finché il trono di Davide non sarà di nuovo stabilito,—finché Colui che ne è il legittimo erede, il Messia, il Principe della pace, verrà, e allora esso gli sarà dato. Allora l’indignazione sarà cessata. Ciò che avrà luogo alla fine estrema di questo periodo, l’angelo sta ora per farlo conoscere a Daniele». Uriah Smith, Daniel and the Revelation, 201, 202.

L’“indignazione” che Smith identifica ebbe inizio quando Manasse fu deportato a Babilonia dagli Assiri nel 677 a.C. Purtroppo, Smith prende la caduta di Sedechia nel 586 a.C. e la assegna come punto d’inizio del periodo dell’“indignazione” del versetto diciannove. Smith semplicemente non affronta il significato del fatto che il versetto dichiari “la fine ultima dell’indignazione”. Egli lo tratta semplicemente come “indignazione”, sebbene, se vi è una “fine ultima” dell’indignazione, la grammatica e la logica esigano che vi sia anche, come minimo, una “prima fine” dell’indignazione. Smith sapeva che i settant’anni di cattività ebbero inizio con il primo attacco di Nabucodonosor contro Ioiachim nel 606 a.C., ma stabilì che l’inizio del periodo dell’indignazione fosse il terzo degli attacchi di Nabucodonosor, condotto contro Sedechia, l’ultimo re di Giuda.

«Benché abbiamo un resoconto più minuto della sua [di Daniele] prima vita di quanto sia registrato per quella di qualunque altro profeta, tuttavia la sua nascita e la sua discendenza sono lasciate nella più completa oscurità, eccetto che egli apparteneva alla stirpe reale, probabilmente della casa di Davide, la quale a quel tempo era divenuta assai numerosa. Egli appare per la prima volta come uno dei nobili prigionieri di Giuda, nel primo anno di Nabucodonosor, re di Babilonia, all’inizio della cattività dei settant’anni, 606 a.C. Geremia e Abacuc andavano ancora pronunciando le loro profezie. Ezechiele cominciò poco dopo, e un poco più tardi, Abdia; ma entrambi terminarono la loro opera anni prima della conclusione della lunga e brillante carriera di Daniele. Soltanto tre profeti gli succedettero, Aggeo e Zaccaria, che esercitarono l’ufficio profetico contemporaneamente per un breve periodo, 520–518 a.C., e Malachia, l’ultimo dei profeti dell’Antico Testamento, che fiorì per un breve tempo intorno al 397 a.C.» Uriah Smith, Daniel and the Revelation, 19.

Smith identificò correttamente l’«indignazione» del versetto diciannove come un periodo di tempo. Egli identificò correttamente tale periodo come il calpestamento del santuario e dell’esercito, in accordo con Daniele capitolo otto, versetto tredici, e ne identificò correttamente il punto terminale nel 22 ottobre 1844.

Smith aveva in parte ragione, ma mancò la verità facendo ciò che costituiva la caratteristica delle sue applicazioni profetiche. Permise alla storia di guidare la sua interpretazione della parola profetica, invece di permettere alla parola profetica di guidare la sua comprensione della storia. Se permettiamo alla Bibbia di definire la storia profetica, allora disponiamo delle informazioni corrette per accostarci alla storia.

La Bibbia insegna che ciò da cui un uomo è vinto, di quello egli è servo.

Mentre promettono loro la libertà, essi stessi sono schiavi della corruzione; perché uno è reso schiavo di ciò da cui è vinto. 2 Pietro 2:19.

Manasse fu condotto in cattività a Babilonia nel 677 a.C. È lì che Giuda fu sopraffatto e ridotto in schiavitù. Questo è il punto di partenza rappresentato sia sulla carta del 1843 sia su quella del 1850, che la Sorella White approva come corrette. Smith fa iniziare il calpestamento di Daniele, capitolo otto, versetto tredici, con Sedechia, l’ultimo dei re di Giuda. Sedechia fu la conclusione di un giudizio progressivo e non il suo inizio. La Sorella White identifica la cattività di Manasse a Babilonia come una “caparra” di ciò che doveva avvenire. Una “caparra” è un acconto e segna l’inizio di un acquisto al quale devono seguire altri pagamenti.

«Fedelmente i profeti continuarono i loro avvertimenti e le loro esortazioni; senza timore parlarono a Manasse e al suo popolo; ma i messaggi furono disprezzati; Giuda, allontanatosi dal Signore, non volle ascoltare. Come caparra di ciò che sarebbe accaduto al popolo se avesse continuato nella sua impenitenza, il Signore permise che il loro re fosse catturato da una schiera di soldati assiri, i quali “lo legarono con catene e lo portarono a Babilonia”, loro capitale temporanea. Questa afflizione riportò il re in sé; “egli implorò il Signore, il suo Dio, e si umiliò profondamente davanti al Dio dei suoi padri, e Lo pregò; ed Egli si lasciò placare da lui, ascoltò la sua supplica e lo ricondusse a Gerusalemme nel suo regno. Allora Manasse riconobbe che il Signore è Dio”. 2 Cronache 33:11–13. Ma questo ravvedimento, per quanto notevole fosse, giunse troppo tardi per salvare il regno dall’influenza corruttrice di anni di pratiche idolatriche. Molti erano inciampati ed erano caduti, per non rialzarsi mai più». Profeti e re, 382.

Manasse segnò la «caparra» che diede inizio alla «maledizione» dei «sette tempi», la quale costituiva l’ultima «indignazione», poiché la «prima indignazione» era già iniziata quando il regno settentrionale fu condotto in cattività nel 723 a.C. Poi, alla caduta di Ioiachim, quando Daniele fu portato in cattività, ebbero inizio nel 606 a.C. i settant’anni di cattività identificati da Geremia. Due re dopo Ioiachim, Gerusalemme fu distrutta e l’ultimo re di Giuda, Sedechia, vide i suoi figli messi a morte davanti a sé; poi gli furono cavati gli occhi e fu condotto prigioniero a Babilonia.

Smith attribuì l’intero giudizio progressivo a Sedechia e impiegò il giudizio di Sedechia come testo probante della sua supposizione. Il giudizio di Sedechia, che era il “principe empio e profano”, indicava effettivamente che la corona di Giuda doveva essere rimossa finché Cristo non venisse a stabilire un regno. Smith disse: “essi sono soggetti a potenze terrene, e lo saranno finché il trono di Davide non sarà di nuovo stabilito,—finché Colui che ne è il legittimo erede, il Messia, il Principe della pace, venga, e allora esso gli sarà dato”. Il 22 ottobre 1844, in adempimento di Daniele capitolo sette, versetti tredici e quattordici, Cristo, rappresentato come il Figlio dell’uomo, venne davanti al Padre per ricevere un regno.

Io guardavo nelle visioni notturne, ed ecco venire sulle nuvole del cielo uno simile a un Figlio d’uomo; egli giunse fino all’Antico dei giorni, e fu fatto avvicinare a lui. A lui furono dati dominio, gloria e regno, perché tutti i popoli, nazioni e lingue lo servissero; il suo dominio è un dominio eterno, che non passerà, e il suo regno è tale che non sarà distrutto. Daniele 7:13, 14.

La sorella White conferma che Daniele, capitolo sette, versetti tredici e quattordici, si adempì il 22 ottobre 1844.

«La venuta di Cristo come nostro sommo sacerdote nel luogo santissimo, per la purificazione del santuario, presentata in Daniele 8:14; la venuta del Figlio dell’uomo all’Antico dei giorni, come descritta in Daniele 7:13; e la venuta del Signore al Suo tempio, preannunciata da Malachia, sono descrizioni del medesimo evento; e questo è anche rappresentato dalla venuta dello sposo alle nozze, descritta da Cristo nella parabola delle dieci vergini, in Matteo 25». The Great Controversy, 426.

Smith non affrontò l’elemento chiave dell’«ultimo termine dell’indignazione». Egli eluse il principio biblico che identificava il fatto che Giuda fu vinto al tempo di Manasse, e che la cattività che ebbe inizio due re prima di Sedechia rappresentava altresì che Giuda era già soggetto a Babilonia prima che Sedechia andasse incontro al suo destino. Nonostante queste palesi omissioni, egli dichiarò comunque: «ecco il periodo dell’indignazione di Dio contro il suo popolo del patto; il periodo durante il quale il santuario e l’esercito devono essere calpestati». Egli pertanto associa direttamente «il periodo dell’indignazione di Dio» con Daniele capitolo otto e con la domanda del versetto tredici: «fino a quando». La risposta nel versetto quattordici era: fino al 22 ottobre 1844.

La dispersione nella schiavitù babilonese fu una storia progressiva che ebbe inizio nel 677 a.C. e continuò fino al 1844. Quel periodo equivale a duemilacinquecentoventi anni, che naturalmente sono i «sette tempi» di Levitico ventisei. La fine di quel periodo di tempo, il 22 ottobre 1844, fornì a Daniele una seconda testimonianza alla «visione mar’eh» delle duemilatrecento sere e mattine.

A Gabriele fu detto di far comprendere a Daniele quella visione, e ciò che Gabriele fece fu fornire una seconda testimonianza alla data terminale del 22 ottobre 1844. Egli non solo fornì una seconda testimonianza per stabilire la data dell’adempimento di entrambe le profezie temporali, ma, come Smith indicò correttamente, il periodo di tempo associato alla seconda testimonianza relativa al 1844 era stato identificato nel versetto tredici come il periodo durante il quale il santuario e l’esercito dovevano essere calpestati. La domanda nel versetto tredici è: «Fino a quando durerà la visione concernente il sacrificio quotidiano e la trasgressione della desolazione, per abbandonare il santuario e l’esercito ad essere calpestati?» Quel periodo di tempo era i «sette tempi» di Levitico ventisei.

Ciò che Smith non vide, o evitò di identificare, fu che l’«indignazione» del versetto diciannove era la «fine» di quell’indignazione. Se vi è una «fine», allora vi è anche un «inizio», e Daniele identifica quando ebbe termine la «prima indignazione», nel capitolo undicesimo. Egli sta identificando il papato che regnò durante il Medioevo oscuro, e dichiara che il papato avrebbe prosperato finché l’indignazione fosse compiuta, o fosse giunta al termine.

E il re agirà a suo piacimento; si innalzerà e si magnificherà al di sopra di ogni dio, e proferirà cose inaudite contro il Dio degli dèi, e prospererà finché l’indignazione sia compiuta; poiché ciò che è stato determinato sarà fatto. Daniele 11:36.

Il versetto trentasei è ampiamente considerato il versetto che l’apostolo Paolo parafrasa nella sua seconda lettera ai Tessalonicesi.

Nessuno vi seduca in alcun modo; poiché quel giorno non verrà se prima non sia venuta l’apostasia e non sia stato manifestato l’uomo del peccato, il figlio della perdizione; il quale si oppone e s’innalza sopra tutto ciò che è chiamato Dio o oggetto di culto; fino al punto da porsi a sedere nel tempio di Dio come Dio, mostrando se stesso e proclamando d’essere Dio. 2 Tessalonicesi 2:3, 4.

L’«uomo del peccato» di Paolo, che è anche il «figlio della perdizione», il quale «si oppone e s’innalza sopra tutto ciò che è chiamato Dio o oggetto di culto», è anche il «re» che «agirà a suo piacimento; e si esalterà e si magnificherà sopra ogni dio». Entrambi i passi si riferiscono al papa di Roma. Daniele scrive che il papa prospererà, vale a dire avanzerà, finché «l’indignazione sia compiuta». L’indignazione, nel versetto trentasei, era stata «determinata». La parola «determinata» significa «ferire».

Il papato ricevette la sua «ferita mortale» nel 1798, e a quel punto la «prima indignazione» fu compiuta o portata a termine. La parola «compiere» significa finire o cessare. La fine della «indignazione» nel capitolo otto, versetto diciannove, identificava la fine del periodo durante il quale il santuario e l’esercito dovevano essere calpestati. Essa terminò nel 1844, ma la «prima» indignazione terminò nel 1798.

L’“ultima indignazione” terminò nel 1844, duemilacinquecentoventi anni dopo che il re Manasse fu deportato a Babilonia dagli Assiri nel 677 a.C. La “prima” indignazione terminò nel 1798, duemilacinquecentoventi anni dopo che il regno settentrionale d’Israele fu condotto in schiavitù dagli Assiri nel 723 a.C.

C’è ancora altro da dire sui «sette tempi» nascosti nel libro di Daniele, e ne tratteremo nel nostro prossimo articolo.

«E all’angelo della chiesa dei Laodicesi scrivi: Queste cose dice l’Amen, il Testimone fedele e verace, il principio della creazione di Dio; Io conosco le tue opere: tu non sei né freddo né fervente; magari tu fossi freddo o fervente. Così dunque, perché sei tiepido e non sei né freddo né fervente, Io ti vomiterò dalla Mia bocca. Poiché tu dici: Io sono ricco, mi sono arricchito e non ho bisogno di nulla; e non sai che tu sei infelice fra tutti, miserabile, povero, cieco e nudo.»

«Il Signore qui ci mostra che il messaggio che deve essere portato al Suo popolo dai ministri che Egli ha chiamato ad ammonire il popolo non è un messaggio di pace e di sicurezza. Non è meramente teorico, ma pratico in ogni particolare. Il popolo di Dio è rappresentato, nel messaggio ai Laodicesi, come occupante una posizione di sicurezza carnale. È in riposo, credendosi in un’elevata condizione di conseguimenti spirituali. “Poiché tu dici: Io sono ricco, mi sono arricchito e non ho bisogno di nulla; e non sai che tu sei infelice fra tutti, miserabile, povero, cieco e nudo.”»

«Quale inganno maggiore può abbattersi sulle menti umane di una fiducia che esse abbiano ragione quando sono completamente nell’errore! Il messaggio del Testimone verace trova il popolo di Dio in una triste illusione, e tuttavia sincero in tale illusione. Essi non sanno che la loro condizione è deplorevole agli occhi di Dio. Mentre coloro ai quali il messaggio è rivolto si lusingano di trovarsi in una condizione spirituale elevata, il messaggio del Testimone verace infrange la loro sicurezza con la sconvolgente denuncia della loro vera condizione di cecità spirituale, povertà e miseria. La testimonianza, così penetrante e severa, non può essere un errore, poiché è il Testimone verace che parla, e la Sua testimonianza deve essere corretta». Testimonies, volume 3, 252.