Quando il piccolo corno di Roma è rappresentato nei versetti da nove a dodici del capitolo otto di Daniele, esso costituisce un simbolo corrotto, poiché è un simbolo di travestitismo, di un individuo che indossa abiti del sesso opposto e oscilla tra il maschile e il femminile. Ciò concorda con la comprensione millerita secondo cui Roma era rappresentata da due fasi: la prima fase come arte politica dello Stato romano e la seconda fase come arte ecclesiastica della Chiesa romana; ma, nell’oscillazione dei generi nei versetti, il piccolo corno è fuori della sequenza storica e profetica (corrotto). Tuttavia, ciascuno dei quattro versetti rappresenta una storia direttamente associata o all’arte politica dello Stato romano o all’arte ecclesiastica della Chiesa romana. La Roma pagana perseguitò tutti coloro che resistevano alla sua autorità imperiale, ma la persecuzione della Roma papale (femminile) nel versetto dieci è specificamente diretta contro il cielo.
Nella comprensione millerita secondo cui Roma era il quarto e ultimo regno, l’oscillazione dallo stato alla chiesa e poi di nuovo dallo stato alla chiesa non sarebbe stata motivo di preoccupazione. Essi avevano visto il miscuglio di ferro e argilla nei piedi di Daniele capitolo due, e lo intendevano semplicemente come due fasi di Roma, senza alcuna preoccupazione di definire una specifica sequenza storica di un quarto e di un quinto regno. Intendevano allo stesso modo il capitolo sette, dove il corno che proferiva grandi cose contro l’Altissimo aveva tre corna divelte dalle dieci corna originarie della bestia di Roma. Anche se Miller avesse riconosciuto l’oscillazione di genere dei versetti da nove a dodici, essa sarebbe stata irrilevante per la sua comprensione del quarto regno come Roma. Nella comprensione millerita il quarto regno terminò nel 1798, e il successivo evento profetico era la Seconda Venuta di Cristo.
Il corno femminile identifica la donna che commette fornicazione spirituale con il corno maschile, ed è rappresentata nei versetti dieci e dodici.
E crebbe fino a raggiungere l’esercito del cielo; e fece cadere a terra parte di quell’esercito e delle stelle, e le calpestò. Daniele 8:10.
La persecuzione del potere papale fu diretta contro il cristianesimo (l’esercito del cielo), e nel versetto dodici Roma papale (femminile) riceve il potere di compiere la sua opera omicida mediante la trasgressione consistente nel fornicare con i re d’Europa.
E gli fu dato un esercito contro il sacrificio quotidiano, a motivo della trasgressione; ed esso gettò a terra la verità, agì e prosperò. Daniele 8:12.
L’«esercito» nel versetto rappresenta il potere militare che fu dato al papato «contro il continuo». La parola «contro» significa «da». Dai re pagani d’Europa (Roma pagana), rappresentati dal «continuo», fu dato al papato un sostegno militare (un esercito) «a motivo della trasgressione». La combinazione di chiesa e stato, con la chiesa che controlla il rapporto, è la «trasgressione». Il vino di quella trasgressione è sangue cristiano. Una volta che il papato ebbe il controllo degli eserciti della Roma pagana, la Roma papale («esso») «gettò la verità a terra; e prosperò nelle sue imprese».
In Daniele, capitolo undici, versetto trentuno, è pure rappresentata la consegna degli eserciti alla Roma papale:
E forze si leveranno da parte sua, e profaneranno il santuario della fortezza, e faranno cessare il sacrificio quotidiano, e vi collocheranno l’abominazione che causa desolazione. Daniele 11:31.
Il versetto identifica la transizione storica da Roma pagana a Roma papale. Nel versetto, le “braccia” sono i re europei che cominciarono a levarsi in favore del papato a partire da Clodoveo, re dei Franchi (Francia), nell’anno 496. Le “braccia” contaminarono anche “il santuario della forza” (la città di Roma), attraverso la guerra continua dal quarto secolo in poi fino all’anno 538. Le “braccia” rimossero inoltre la resistenza pagana all’ascesa del papato e, entro l’anno 508, la resistenza pagana era terminata.
La parola tradotta come «portar via» è il termine ebraico «sur» e significa «rimuovere». Le «armi» collocarono l’«abominazione che causa la desolazione» (il papato) sul trono della terra nell’anno 538. Quando Daniele, capitolo otto, versetto dodici, identifica che «un esercito» fu dato al piccolo corno femminile, esso concorda con la testimonianza del versetto trentuno del capitolo undici. Anche il libro dell’Apocalisse rende testimonianza alla medesima verità nel capitolo tredici.
E la bestia che vidi era simile a un leopardo, e i suoi piedi erano come piedi d’orso, e la sua bocca come bocca di leone; e il dragone le diede la sua potenza, il suo trono e grande autorità. Apocalisse 13:2.
La sorella White identifica direttamente la bestia del versetto due come il papato, e il dragone nel versetto come la Roma pagana. La Roma pagana diede al papato tre cose: «la sua potenza, il suo trono e grande autorità».
Il potere militare fu conferito dalla Roma pagana a partire da Clodoveo nell’anno 496. Il “seggio” da cui governare fu dato al papato nell’anno 330, quando l’imperatore Costantino trasferì la sua capitale a Costantinopoli, lasciando la sua precedente città capitale, Roma, sotto il controllo della chiesa papale. Nell’anno 533, l’imperatore Giustiniano decretò che il papa era il capo della chiesa e il correttore degli eretici, trasferendo al papa di Roma la sua “grande autorità”. Il versetto dodici del capitolo ottavo di Daniele identifica il tempo in cui fu dato un “esercito”, e questa verità profetica è attestata da molte testimonianze. Da quel momento in poi (a partire dall’anno 496), il papato “prosperò”.
Essa avrebbe continuato ad «agire» e a «prosperare» fino a quando l’indignazione contro il regno settentrionale d’Israele fosse giunta al termine nel 1798 e il papato avesse ricevuto la sua piaga mortale.
E il re agirà a suo talento; si innalzerà, si magnificherà al di sopra di ogni dio, e pronuncerà cose straordinarie contro il Dio degli dèi, e prospererà finché l’indignazione sia compiuta; poiché ciò che è stato determinato sarà eseguito. Daniele 11:36.
Il versetto nove del capitolo otto descrive la Roma maschile (Roma pagana) e rappresenta il processo di conquista in tre fasi che la Roma pagana compì, e che prefigurava le tre aree geografiche che sarebbero state conquistate affinché la Roma papale fosse stabilita sul trono della terra, come rappresentato dalle tre corna che furono divelte nel capitolo sette. Queste due conquiste in tre fasi della Roma pagana e papale rappresentavano i tre ostacoli geografici della Roma moderna, nei versetti da quaranta a quarantatré di Daniele undici. Poi, nel capitolo otto, versetto undici, il piccolo corno maschile (Roma pagana) è di nuovo rappresentato. Nel versetto, la logica santificata è così salda, che gli uomini schernitori che governano Gerusalemme furono costretti a introdurre diverse menzogne teologiche per erigere il loro fondamento contraffatto.
Sì, si innalzò perfino fino al principe dell’esercito, e da lui fu tolto il sacrificio quotidiano, e il luogo del suo santuario fu abbattuto. Daniele 8:11.
Nel momento in cui iniziamo ad affrontare le monete e i gioielli contraffatti che sono stati introdotti nell’Avventismo dal 1863, si deve osservare che vi sono due campi primari di presunta competenza teologica di cui l’Avventismo si vanta, quali base per sostenere le dottrine del Protestantesimo apostata e del Cattolicesimo. La pretesa avanzata dai teologi moderni dell’Avventismo è di essere o esperti di storia biblica, o esperti di lingue bibliche. La loro applicazione del versetto rivela che la parola profetica è divenuta per loro come un libro sigillato, e rivela altresì che la loro pretesa di essere esperti delle lingue bibliche è semplicemente la manifestazione moderna del fariseismo.
Anzitutto vi è il disprezzo dell’oscillazione dei generi riferita al piccolo corno nei versetti dal nove al dodici. Se fossero realmente esperti della lingua ebraica, non negherebbero, né attenuerebbero, il fatto che Daniele abbia deliberatamente impiegato l’oscillazione dei generi in quei versetti. Il piccolo corno è rappresentato in entrambi i generi, e tali generi si alternano da un versetto all’altro. I teologi cercano di coprire questo fatto con ciarpame e monete false, poiché esso identifica chiaramente che il versetto undici si riferisce a Roma pagana, non a Roma papale. Essi, naturalmente, insistono che il piccolo corno del versetto undici sia il papa, quando in realtà è Roma pagana.
Una volta riconosciuto che due dei quattro versetti del piccolo corno sono al maschile e due al femminile, allora diventa semplice integrare la verità biblica secondo cui una donna, nella profezia biblica, rappresenta una chiesa, e un uomo rappresenta uno stato. Sapere questo permette a tutti coloro che desiderano vedere che il piccolo corno del versetto undici è Roma maschile (Roma pagana), non Roma femminile (Roma papale).
Il versetto, dunque, va inteso come insegnante che Roma pagana (egli) si innalzò fino al Principe dell’esercito, come fece Roma pagana quando pose il Principe dell’esercito sulla croce del Calvario. Non solo Roma pagana si esaltò contro Cristo alla croce, ma il versetto prosegue dicendo che per opera sua (Roma pagana) «il sacrificio quotidiano fu tolto via».
Nel libro di Daniele vi sono due parole ebraiche che sono entrambe tradotte con «togliere». Le parole sono «sur» e «rum». Entrambe le parole sono usate nel servizio del santuario. Sur significa togliere o rimuovere, e quando le ceneri dell’altare nel santuario venivano rimosse, la parola usata per descrivere la rimozione delle ceneri è «sur». La parola «rum» significa elevare ed esaltare, e quando il sacerdote nel santuario doveva elevare un’offerta agitata, doveva «rum» (elevare) l’offerta. Nel versetto undici, la Roma pagana («il quotidiano») avrebbe «rum» (tolto) il paganesimo elevando ed esaltando la religione del paganesimo.
La Roma pagana avrebbe innalzato ed esaltato la religione del paganesimo. I teologi avventisti che professano una competenza specialistica nelle lingue bibliche scelgono di rendere ogni ricorrenza di “take away” nel libro di Daniele con “remove”. Essi non riconoscono la scrittura distinta e precisa di Daniele e, così facendo, si pongono al di sopra del profeta Daniele.
I teologi che professano di comprendere le lingue bibliche adducono argomentazioni per giustificare il motivo per cui Daniele avrebbe inteso dire la stessa cosa, quando impiegò due parole diverse. Essi presentano lunghi e tediosi studi lessicali per sostenere le loro false pretese. I teologi che professano di comprendere la storia biblica sostengono che la falsa applicazione si fondi sul riconoscimento che, in diversi periodi della storia, la stessa parola potrebbe significare qualcosa di diverso, e pertanto, quando Daniele impiegò due parole diverse, solo un esperto di storia può identificare ciò che Daniele intese realmente. È importante individuare questi due falsi metodi, poiché sono spesso impiegati dai teologi che cercano di sottrarsi alla metodologia di «line upon line».
Sì, si innalzò perfino fino al principe dell’esercito, e da lui fu tolto il sacrificio quotidiano, e il luogo del suo santuario fu abbattuto. Daniele 8:11.
La parola tradotta come «tolto» nel versetto significa «innalzare ed esaltare». Non significa rimuovere. Questo fatto crea confusione e contraddizione per i teologi avventisti, poiché le loro premesse non reggono a una semplice valutazione del versetto, quando al versetto viene applicata l’effettiva definizione della parola usata da Daniele. Essi sostengono che il piccolo corno del versetto sia la Roma papale, e pertanto il versetto si leggerebbe così: «per opera sua» (della Roma papale) «il continuo fu innalzato ed esaltato».
Naturalmente non hanno alcuna difficoltà a includere la parola aggiunta che Sister White dichiara direttamente essere stata aggiunta dalla sapienza umana e non applicarsi al testo.
«Poi vidi, in relazione al “quotidiano” (Daniele 8:12), che la parola “sacrificio” fu aggiunta dalla sapienza umana, e non appartiene al testo, e che il Signore ne diede la corretta comprensione a coloro che proclamarono il grido dell’ora del giudizio». Early Writings, 74.
Essi identificano il «continuo» come il ministero di Cristo nel santuario, cosicché il «sacrificio quotidiano» sostiene il concetto che il «continuo» sia l’opera sacrificale di Cristo nel santuario celeste. Ma l’ispirazione afferma che la parola «sacrificio» «non appartiene al testo».
Quando gli ubriaconi di Efraim identificano «il continuo» con l’opera di Cristo nel santuario, il versetto verrebbe allora a dire: «per opera sua» (della Roma papale) «il continuo fu tolto», oppure direbbe: «per opera del potere papale, il ministero di Cristo nel santuario fu tolto». Essi insegnano effettivamente questa falsità. Insistono che, attraverso le tenebre del dominio papale, la vera comprensione del ministero di Cristo nel santuario sia stata rimossa dalla mente degli uomini.
Eppure la parola tradotta con «togliere» non significa rimuovere; significa innalzare ed esaltare. Se i sedicenti esperti delle lingue bibliche applicassero correttamente al passo il significato della parola ebraica «rum», la loro resa dovrebbe dire: «per mezzo del potere papale, il ministero di Cristo nel santuario fu innalzato ed esaltato». Quando mai il papato ha innalzato ed esaltato Cristo?
Essi cercano d’imporre la definizione della parola ebraica “sur” alla parola ebraica “rum”. Daniele usa la parola “sur”, che significa rimuovere, in connessione con “il quotidiano” in altri due versetti; ma nel versetto undici Daniele scelse la parola “rum”, che significa elevare ed esaltare. Non solo l’accozzaglia di favole riguardante questo versetto è una stoltezza a causa della distorsione del significato della parola tradotta con “togliere”; ma non vi fu mai un tempo in cui il ministero di Cristo nel santuario fosse in alcun modo sottratto agli uomini.
Ma costui, poiché permane in eterno, ha un sacerdozio immutabile. Perciò egli può anche salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si accostano a Dio, vivendo egli sempre per intercedere in loro favore. Ebrei 7:24, 25.
Sostenere, come fanno i teologi avventisti, nel tentativo di puntellare la loro falsa applicazione del versetto, che vi sia stato un periodo di tempo in cui il papato abbia esercitato una qualche forma di potere tale da rimuovere l’intercessione di Cristo nel santuario, è assurdo!
Ma i teologi non insegnano che il versetto identifichi il fatto che il papato abbia innalzato ed esaltato il ministero di Cristo nel santuario. Essi eludono il significato delle parole di Daniele e il consiglio ispirato di Ellen White, per insegnare ciò che scelgono di insegnare nonostante la testimonianza delle parole di Daniele.
Sì, si innalzò perfino fino al principe dell’esercito, e da lui fu tolto il sacrificio quotidiano, e il luogo del suo santuario fu abbattuto. Daniele 8:11.
I teologi insegnano che il versetto significa: «per mezzo del potere papale, il ministero di Cristo nel santuario fu rimosso», e la rimozione del ministero di Cristo nel santuario dalle menti degli uomini viene sostenuta dal fatto che, in associazione con tale rimozione, il luogo del «santuario» di Cristo «fu abbattuto». Non vi è un solo versetto nella Parola di Dio che identifichi il santuario celeste, dove Cristo compie la sua intercessione, come qualcosa che sia mai stato abbattuto. Né vi è alcun passo biblico che identifichi il cielo stesso, che è il «luogo del suo santuario», come qualcosa che sia mai stato abbattuto. Ancora una volta, i teologi si pongono al di sopra del profeta Daniele, poiché insistono che nel versetto «il luogo del suo santuario» si riferisca al santuario di Dio, nonostante il fatto che Daniele insegni direttamente il contrario di tale idea.
I pretesi esperti della lingua ebraica insistono che, nel versetto, la parola ebraica «rum» debba essere intesa con il significato della parola ebraica «sur». Essi insistono inoltre che la parola ebraica «miqdash» debba essere intesa come la parola ebraica «qodesh». «Miqdash» e «qodash» sono entrambe tradotte semplicemente come «santuario» nel libro di Daniele, tuttavia hanno significati diversi. «Miqdash» rappresenta qualsiasi santuario, sia esso il santuario di Dio oppure un santuario pagano. È il termine generale per «santuario», ma «qodesh» è usato nella Bibbia soltanto per rappresentare il santuario di Dio.
Daniele conosceva la differenza tra un santuario pagano e il santuario di Dio. Se Daniele avesse dovuto identificare un santuario pagano, avrebbe usato la parola “miqdash”. Mi stupisce che i presunti esperti della lingua ebraica non affrontino mai il fatto che, in quattro versetti consecutivi, Daniele usa entrambe le parole tre volte. L’uso che Daniele fa delle due parole ebraiche, entrambe tradotte con “santuario”, definisce il significato che Daniele intendeva fosse compreso.
Sì, esso si innalzò perfino fino al principe dell’esercito, e per opera sua fu tolto il sacrificio quotidiano, e il luogo del suo santuario fu abbattuto. E gli fu dato un esercito contro il sacrificio quotidiano a motivo della trasgressione, ed esso gettò la verità a terra; operò e prosperò. Poi udii un santo che parlava, e un altro santo disse a quel tale santo che parlava: «Fino a quando durerà la visione del sacrificio quotidiano e della trasgressione della desolazione, per abbandonare tanto il santuario quanto l’esercito a essere calpestati?». Ed egli mi disse: «Fino a duemilatrecento giorni; poi il santuario sarà purificato». Daniele 8:11–14.
Nel medesimo passo che contiene il fondamento dell’Avventismo, Daniele impiega due diverse parole ebraiche che sono entrambe tradotte come «santuario». Nei versetti tredici e quattordici Daniele scelse di usare la parola ebraica per «santuario» che, nel linguaggio biblico, è usata soltanto per identificare il santuario di Dio; ma nel versetto undici Daniele usò il termine ebraico generale o generico, che può indicare il santuario di Dio, oppure un santuario pagano.
Se Daniele avesse voluto identificare il “santuario” del versetto undici come il santuario di Dio, avrebbe usato la stessa parola ebraica che impiegò due volte nei tre versetti successivi. È assolutamente chiaro che Daniele stava operando una distinzione tra un santuario pagano nel versetto undici e il santuario di Dio nei versetti tredici e quattordici! Ma gli ubriaconi di Efraim sostengono che il “luogo del suo santuario” che fu “gettato a terra”, nel versetto undici, fosse il luogo del santuario di Dio, sebbene evitino la parola “luogo”.
Essi insegnano che il papato tolse a Cristo il ministero d’intercessione e abbatté la verità del santuario celeste. Ma Daniele fu chiaro nell’affermare che il «santuario» del versetto undici non era il santuario di Dio, bensì un santuario pagano. Daniele fu altrettanto chiaro nell’affermare che non fu il «santuario» a essere abbattuto, ma «il luogo» del suo santuario.
Rifiutandosi di riconoscere l’oscillazione di genere intenzionale dei versetti dal nove al dodici, i teologi moderni adottarono la definizione del «continuo» che ebbe origine nel protestantesimo apostata e cominciarono a costruire un fondamento sulla sabbia delle congetture, della tradizione e della consuetudine umane. Quando giungono al versetto undici, essi perfino respingono il consiglio ispirato di Sorella White, che identificava come corretta la comprensione di Miller del «continuo» quale paganesimo, e cominciano a impiegare l’arte del depistaggio e della congettura per difendere il loro amore per la teologia cattolica e protestante.
Nel versetto essi trasformano la Roma pagana in Roma papale, e impongono al termine che significa “innalzare ed esaltare” la definizione di “rimuovere”. Definiscono il simbolo satanico del “continuo” come un simbolo divino, e poi insistono che un tempio pagano sia il tempio di Dio, evitando al tempo stesso il riferimento diretto al “luogo” del santuario. E gli “inermi nell’istruzione” (come li identifica Isaia), i quali comprenderanno soltanto se i “dotti” diranno loro che è così, accettano quel piatto di favole per la loro propria rovina.
Continueremo la nostra considerazione dell’accrescimento della conoscenza, rappresentato come i gioielli nel sogno di Miller, nel prossimo articolo.
«L’apostolo Paolo ci avverte che “alcuni apostateranno dalla fede, dando ascolto a spiriti seduttori e a dottrine di demoni”. Questo è ciò che possiamo aspettarci. Le nostre prove più grandi verranno a causa di quella classe di persone che un tempo hanno sostenuto la verità, ma che poi se ne allontanano per tornare al mondo e la calpestano con odio e derisione. Dio ha un’opera da affidare ai suoi servitori fedeli. Gli attacchi del nemico devono essere affrontati con la verità della sua parola. La menzogna dev’essere smascherata, il suo vero carattere dev’essere rivelato, e la luce della legge di Geova deve risplendere nelle tenebre morali del mondo. Noi dobbiamo presentare le rivendicazioni della sua parola. Non saremo ritenuti innocenti se trascuriamo questo solenne dovere. Ma mentre stiamo in difesa della verità, non stiamo in difesa di noi stessi, né facciamo gran clamore perché siamo chiamati a sopportare biasimo e travisamento. Non compatiamo noi stessi, ma siamo estremamente zelanti per la legge dell’Altissimo.»
«Dice l’apostolo: “Verrà il tempo che non sopporteranno la sana dottrina; ma, secondo le proprie concupiscenze, si accumuleranno maestri per il prurito di udire; e distoglieranno le orecchie dalla verità e si volgeranno alle favole”. Da ogni parte vediamo uomini che si lasciano facilmente condurre prigionieri dalle immaginazioni ingannatrici di coloro che annullano la parola di Dio; ma quando la verità viene loro presentata, si riempiono d’impazienza e d’ira. Ma l’esortazione dell’apostolo al servitore di Dio è: “Tu sii vigilante in ogni cosa, sopporta le afflizioni, fa’ l’opera di un evangelista, adempi pienamente il tuo ministero”. Ai suoi giorni alcuni abbandonarono la causa del Signore. Egli scrive: “Dema mi ha abbandonato, avendo amato il mondo presente”; e ancora dice: “Alessandro il ramaio mi ha fatto molto male: il Signore gli renderà secondo le sue opere; guardati anche tu da lui, perché si è opposto grandemente alle nostre parole”.»
«Profeti e apostoli sperimentarono prove simili di opposizione e di vituperio, e perfino l’immacolato Agnello di Dio fu tentato in ogni cosa come noi. Egli sopportò la contraddizione dei peccatori contro se stesso. »
«Ogni avvertimento per questo tempo dev’essere fedelmente trasmesso; ma “il servitore del Signore non deve contendere; bensì essere mite verso tutti, atto a insegnare, paziente; correggendo con mansuetudine quelli che si oppongono da sé”. Dobbiamo custodire con cura le parole del nostro Dio, affinché non siamo contaminati dalle opere seduttrici di coloro che hanno abbandonato la fede. Dobbiamo resistere al loro spirito e alla loro influenza con la stessa arma che il nostro Maestro usò quando fu assalito dal principe delle tenebre: — “Sta scritto”. Dovremmo imparare a usare con abilità la parola di Dio. L’esortazione è: “Procura di presentarti davanti a Dio come uomo approvato, operaio che non abbia da vergognarsi, che tagli rettamente la parola della verità”. Occorrono un lavoro diligente, una preghiera fervente e fede per affrontare l’errore tortuoso dei falsi maestri e dei seduttori; poiché “negli ultimi giorni verranno tempi difficili. Perché gli uomini saranno amanti di sé stessi, avari, vanagloriosi, superbi, bestemmiatori, ribelli ai genitori, ingrati, empi, senza affetto naturale, sleali, calunniatori, intemperanti, crudeli, nemici del bene, traditori, sconsiderati, gonfi d’orgoglio, amanti dei piaceri anziché di Dio; aventi l’apparenza della pietà, ma avendone rinnegata la potenza: da costoro allontànati”. Queste parole ritraggono il carattere degli uomini che i servitori di Dio dovranno affrontare. “Calunniatori”, “nemici del bene”, attaccheranno coloro che in questa età degenerata sono fedeli al loro Dio. Ma l’ambasciatore del Cielo deve manifestare lo spirito che fu rivelato nel Maestro. Con umiltà e amore egli deve adoperarsi per la salvezza degli uomini. »
«Paolo prosegue riguardo a coloro che si oppongono all’opera di Dio, paragonandoli agli uomini che mossero guerra ai fedeli al tempo dell’antico Israele. Egli dice: “Or come Ianne e Iambre contrastarono Mosè, così anche costoro resistono alla verità; uomini corrotti di mente, riprovati quanto alla fede. Ma non andranno più oltre; perché la loro stoltezza sarà manifesta a tutti, come avvenne anche per quelli.” Noi sappiamo che il tempo si avvicina in cui la stoltezza del combattere contro Dio sarà rivelata. Possiamo permetterci di attendere con calma pazienza e fiducia, per quanto si possa essere calunniati e disprezzati; poiché “non vi è nulla di segreto che non debba essere manifestato”, e coloro che onorano Dio saranno onorati da lui alla presenza degli uomini e degli angeli. Noi dobbiamo partecipare alle sofferenze dei riformatori. Sta scritto: “Gli oltraggi di quelli che ti oltraggiavano sono caduti su di me.” Cristo comprende il nostro dolore. Nessuno di noi è chiamato a portare la croce da solo. L’Uomo dei dolori del Calvario è toccato dal sentimento delle nostre afflizioni, e poiché egli ha sofferto, essendo stato tentato, è anche in grado di soccorrere coloro che sono nel dolore e nella prova per amor suo. “Or tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati. Ma gli uomini malvagi e gli impostori andranno di male in peggio, seducendo ed essendo sedotti. Tu però persevera nelle cose che hai imparate.” Review and Herald, 10 gennaio 1888.»