Quel « certo santo che parlava » in Daniele capitolo otto, versetti tredici e quattordici, è Cristo come Palmoni. Nel libro dell’Apocalisse, Cristo è identificato come l’Alfa e l’Omega, il che, fra altre meravigliose verità, identifica Cristo come il Meraviglioso Linguista; e insieme i libri di Daniele e dell’Apocalisse rappresentano Cristo come il Signore del tempo e del linguaggio. Va oltre la capacità umana comprendere il significato e la profondità di ciò che implica il fatto che Cristo, come Palmoni (il Numeratore dei Segreti), introduca tale attributo del Suo carattere nei due versetti che stabiliscono il pilastro centrale dell’Avventismo; ma i segreti che il Numeratore dei Segreti sceglie di rivelare sono una nostra responsabilità riconoscerli e difenderli.
Le cose occulte appartengono al Signore, al nostro Dio; ma le cose rivelate appartengono a noi e ai nostri figli per sempre, affinché mettiamo in pratica tutte le parole di questa legge. Deuteronomio 29:29.
Un segreto che è stato rivelato è che il Numeratore dei Segreti (Palmoni) è quel «santo che parlava»; e nei due versetti nei quali Egli si rivela, viene identificata la colonna portante dell’Avventismo. In quei due versetti il Mirabile Numeratore identifica l’«aumento della conoscenza» che Egli, quale Leone della tribù di Giuda, dischiuse nel 1798. In quei due versetti, le gemme del sogno di Miller, che rappresentano l’«aumento della conoscenza», furono, sotto la direzione della mano di Palmoni, pubblicate sulle due tavole di Habacuc.
Poi udii un santo che parlava, e un altro santo disse a quel tale santo che parlava: «Fino a quando durerà la visione del sacrificio quotidiano e della trasgressione della desolazione, che abbandona il santuario e l’esercito ad essere calpestati?» Ed egli mi disse: «Fino a duemilatrecento giorni; poi il santuario sarà purificato». Daniele 8:13, 14.
Dopo che Daniele ebbe ricevuto la visione profetica dei regni della profezia biblica, e poi ebbe udito il dialogo celeste nei versetti tredici e quattordici, cercò di comprendere la «visione».
E avvenne che, quando io, io Daniele, ebbi visto la visione e ne cercavo il significato, ecco, mi stette davanti uno che aveva l’aspetto di un uomo. E udii una voce d’uomo in mezzo alle rive dell’Ulai, che chiamò e disse: Gabriele, fa’ comprendere a quest’uomo la visione. Daniele 8:15, 16.
La «visione» che Daniele cerca di comprendere è la visione «chazon», ma è la visione «mareh» che a Gabriele viene detto di far comprendere a Daniele. Ogni fatto ha la sua rilevanza, e se questo fatto viene trascurato, la struttura e il disegno del passo risultano essenzialmente distrutti. Nel versetto quindici, quando Daniele cerca di comprendere la visione «chazon», la «mareh» è nascosta, ma tuttavia rappresentata, poiché con l’«apparenza di un uomo» (Gabriele), la parola ebraica «mareh» è tradotta con «apparenza». Nel versetto quindici sono presenti entrambe le parole che sono state tradotte con «visione». Daniele, nel versetto quindici, cerca di comprendere la «chazon», ma Palmoni ordina a Gabriele, nel versetto sedici, di far comprendere a Daniele la «mareh». La struttura di questi due versetti è intenzionale, e sottolinea il legame e la differenza tra le due parole.
È Palmoni che comanda a Gabriele di far comprendere a Daniele la «mareh», poiché Colui che comanda a Gabriele è Colui che sta sulle acque, e Gabriele udì la Sua voce, «una voce d’uomo fra le rive dell’Ulai». È il fiume Ulai che scorre fra le rive, ed è Cristo che, nelle Scritture, sta sulle acque. A questo fatto si accompagna il fatto che Cristo, come arcangelo, è Colui che comanda agli angeli. La voce fra le rive è la voce di «quel santo» del versetto tredici, ed è la Sua parola che comanda a Gabriele di far comprendere a Daniele la visione della «mareh». Nel capitolo dodicesimo di Daniele, Cristo si trova ancora una volta fra le rive del fiume. Nel capitolo dodicesimo Egli è vestito di lino e giura per Colui che vive in eterno.
Ma tu, o Daniele, chiudi queste parole e sigilla il libro fino al tempo della fine; molti andranno qua e là, e la conoscenza aumenterà. Allora io, Daniele, guardai, ed ecco, altri due stavano in piedi, l’uno su questa riva del fiume e l’altro sull’altra riva del fiume. E uno disse all’uomo vestito di lino, che stava sulle acque del fiume: Quanto durerà la fine di queste meraviglie? E udii l’uomo vestito di lino, che stava sulle acque del fiume, il quale alzò la sua mano destra e la sua mano sinistra al cielo, e giurò per colui che vive in eterno che sarà per un tempo, dei tempi e la metà d’un tempo; e quando egli avrà compiuto di disperdere la potenza del popolo santo, tutte queste cose saranno compiute. Daniele 12:4–7.
L’Uomo che era «vestito di lino, che era sulle acque del fiume», «alzò la sua mano destra e la sua mano sinistra verso il cielo, e giurò per Colui che vive in eterno»; ed Egli è il medesimo Uomo che, nel capitolo otto, diede ordine a Gabriele. In Apocalisse, capitolo dieci, anche Cristo alzò la sua mano e giurò per Colui che vive in eterno, ma là Egli sta in piedi sia sul mare sia sulla terra.
E l’angelo che vidi stare in piedi sul mare e sulla terra alzò la mano al cielo, e giurò per Colui che vive nei secoli dei secoli, il quale ha creato il cielo e le cose che sono in esso, la terra e le cose che sono in essa, e il mare e le cose che sono in esso, che non vi sarebbe più tempo. Apocalisse 10:5, 6.
Il potente angelo del capitolo dieci dell’Apocalisse è Palmoni, che parlò a Gabriele di fra le rive del fiume nel capitolo otto, e indicò quando sarebbe giunta la «fine» delle «meraviglie» nel capitolo dodici. Nel capitolo dieci dell’Apocalisse, Egli è colui che ruggì come un «leone», poiché vi è rappresentato come il Leone della tribù di Giuda.
E uno degli anziani mi disse: Non piangere; ecco, il Leone della tribù di Giuda, la Radice di Davide, ha vinto per aprire il libro e scioglierne i sette sigilli. E vidi, ed ecco, in mezzo al trono e ai quattro esseri viventi, e in mezzo agli anziani, stava un Agnello come immolato, avente sette corna e sette occhi, che sono i sette Spiriti di Dio mandati per tutta la terra. Ed egli venne e prese il libro dalla destra di colui che sedeva sul trono. Apocalisse 5:5–7.
Come il Leone della tribù di Giuda, Cristo è l’Agnello che prevalse per aprire il libro che era sigillato con sette sigilli. Sia che Egli cammini sulle acque nel libro di Daniele, sia che abbia un piede sul mare e l’altro sulla terra nell’Apocalisse, ciascuna delle rappresentazioni profetiche è associata al tempo profetico. E, come il Leone della tribù di Giuda, Cristo sia sigilla sia dissigilla la Sua Parola. Come Egli sigillò il libro di Daniele, così sigillò anche i sette tuoni nel capitolo dieci dell’Apocalisse.
«L’angelo possente che istruì Giovanni non era altri che Gesù Cristo. Il fatto di porre il Suo piede destro sul mare e il sinistro sulla terra asciutta mostra la parte che Egli svolge nelle scene conclusive del grande conflitto con Satana. Questa posizione denota il Suo supremo potere e la Sua autorità su tutta la terra. Il conflitto si era fatto, di età in età, sempre più forte e determinato, e continuerà a esserlo fino alle scene finali, quando l’opera magistrale delle potenze delle tenebre raggiungerà il suo culmine. Satana, unito agli uomini malvagi, sedurrà il mondo intero e le chiese che non ricevono l’amore della verità. Ma l’angelo possente esige attenzione. Egli grida a gran voce. Deve mostrare la potenza e l’autorità della Sua voce a coloro che si sono uniti a Satana per opporsi alla verità.
“Dopo che questi sette tuoni ebbero fatto udire le loro voci, a Giovanni giunge l’ingiunzione, come a Daniele riguardo al piccolo libro: ‘Sigilla le cose che i sette tuoni hanno detto.’ Queste si riferiscono a eventi futuri che saranno rivelati nel loro ordine. Daniele starà nella sua sorte alla fine dei giorni. Giovanni vede il piccolo libro aperto. Allora le profezie di Daniele hanno il loro giusto posto nei messaggi del primo, del secondo e del terzo angelo da recare al mondo. L’apertura del piccolo libro fu il messaggio in relazione al tempo.
“I libri di Daniele e dell’Apocalisse sono uno. L’uno è una profezia, l’altro una rivelazione; l’uno un libro sigillato, l’altro un libro aperto. Giovanni udì i misteri pronunciati dai tuoni, ma gli fu comandato di non scriverli.
«La luce speciale data a Giovanni, che fu espressa nei sette tuoni, era una delineazione di eventi che sarebbero avvenuti sotto il messaggio del primo e del secondo angelo». The Seventh-day Adventist Bible Commentary, volume 7, 971.
Cristo, rappresentato come Palmoni, l’Uomo nei capitoli otto e dodici che è sulle acque, è anche il potente angelo con il piccolo libro nella Sua mano. Egli è il Leone della tribù di Giuda che sigilla e dissigilla la Sua Parola, ed è Colui che comanda a Gabriele, poiché Egli è Michele l’arcangelo.
Eppure Michele l’arcangelo, quando, contendendo con il diavolo, disputava circa il corpo di Mosè, non osò pronunciare contro di lui un giudizio ingiurioso, ma disse: Ti sgridi il Signore. Giuda 1:9.
Michele è il nome di Cristo, e quel nome rappresenta il fatto che Egli è il comandante non solo degli angeli, ma anche Colui che ha il potere di risuscitare. Il nome Michele significa «chi è come Dio». Quando Nebucadnetsar vide nella fornace, con i tre giovani fedeli, uno simile al Figlio di Dio, vide Michele. E l’arcangelo Michele è anche il principe del popolo di Dio, contro il quale il piccolo corno della Roma pagana si esaltò alla croce, in adempimento di Daniele, capitolo otto, versetto undici.
Ma io ti farò conoscere ciò che è scritto nel libro della verità; e non vi è alcuno che si mantenga con me in queste cose, se non Michele, il vostro principe. Daniele 10:21.
È Michele che comanda gli angeli, che risuscita i morti e che decide quando il tempo di prova si chiude.
«“E in quel tempo sorgerà Michele, il gran principe che vigila sui figli del tuo popolo; e vi sarà un tempo di angoscia, quale non vi fu mai da quando esistono le nazioni fino a quel tempo; e in quel tempo il tuo popolo sarà salvato, tutti quelli che saranno trovati scritti nel libro”. Quando verrà questo tempo di angoscia, ogni caso sarà deciso; non vi sarà più tempo di prova, non più misericordia per gli impenitenti. Il sigillo del Dio vivente è sul Suo popolo. Questo piccolo rimanente, incapace di difendersi nel conflitto mortale con le potenze della terra schierate dall’esercito del dragone, fa di Dio la propria difesa. È stato emanato dal supremo potere terreno il decreto che essi adorino la bestia e ne ricevano il marchio, sotto pena di persecuzione e di morte. Dio aiuti ora il Suo popolo, perché che cosa potranno mai fare allora in un conflitto così spaventoso senza il Suo aiuto!” Testimonies, volume 5, 212.
L’ultimo segreto che il Leone della tribù di Giuda disserra è la Rivelazione di Gesù Cristo, e comprende il fatto che Egli è in controllo del disegno e della struttura di ogni elemento della Sua Parola profetica. L’Uomo vestito di lino che sta sulle acque, che alza la mano e giura per Colui che vive in eterno, e che grida come un Leone, facendo sì che sette tuoni facciano udire le loro voci, è Colui che sigilla il libro di Daniele e sigilla i sette tuoni dell’Apocalisse. È Lui che disserra il libro sigillato con sette sigilli, che ha il potere di risuscitare, e che è il gran Principe che si leva e annuncia la fine del tempo di grazia. Quando Palmoni comandò a Gabriele di far comprendere a Daniele la visione del “mareh”, intese esattamente questo.
Non comandò a Gabriele di far comprendere a Daniele la visione del «chazon». La visione del «chazon» è la visione dei regni della profezia biblica in Daniele capitolo otto, versetti da uno a dodici, ed è anche la «visione» alla quale si fa riferimento nel versetto tredici, all’interno di una domanda di durata. «Fino a quando durerà la visione?» La visione del «chazon» riguarda i poteri desolatori del continuo (paganesimo) e della trasgressione (papalismo), che calpestano il santuario e l’esercito.
Poi udii un santo che parlava; e un altro santo disse a quel tale santo che parlava: «Fino a quando durerà la visione riguardante il sacrificio quotidiano e la trasgressione della desolazione, per abbandonare il santuario e l’esercito a essere calpestati?» Daniele 8:13.
Cristo, quale Palmoni (il Mirabile Numeratore), è interrogato: «fino a quando» durerà la visione del «chazon», ed egli risponde: «fino a duemilatrecento giorni; poi il santuario sarà purificato». Daniele allora desidera comprendere la visione del «chazon», che concerne «il sacrificio quotidiano e la trasgressione della desolazione, per abbandonare il santuario e l’esercito a essere calpestati». Ma a Gabriele è comandato di far comprendere a Daniele la visione del «mareh». Ogni fatto ha il suo rilievo nella Parola di Dio. La visione del «mareh» è la visione delle sere e delle mattine, identificata nel versetto ventisei.
E la visione della sera e della mattina che è stata riferita è veritiera; perciò tieni segreta la visione, perché si riferisce a molti giorni. Daniele 8:26.
La parola «visione» è menzionata due volte nel versetto. Il primo riferimento è la visione «mareh» e il secondo è la visione «chazon». La visione «mareh» è la visione delle «sere e mattine». L’espressione ebraica «sere e mattine» ricorre spesso nella Bibbia, ed è sempre tradotta come «sere e mattine», come nel versetto ventisei. L’unico punto della Bibbia in cui essa è tradotta diversamente da «sere e mattine» è nel versetto quattordici, dove è resa semplicemente con «giorni». L’effettivo testo ebraico del versetto quattordici suonerebbe: «Fino a duemilatrecento sere e mattine».
Il versetto che costituisce il pilastro centrale dell’Avventismo è l’unico versetto nella Parola di Dio in cui “sera e mattina” è espresso semplicemente come “giorni”. Ogni fatto ha il suo rilievo e, se non altro, è chiaro che Palmoni stava intenzionalmente ponendo enfasi su quel versetto. Lo fece guidando la mente di coloro che tradussero la Bibbia di Re Giacomo a rendere la frase in modo diverso da come è sempre resa nella Sua Parola. Il punto che si deve ricavare da questo fatto è che, quando a Gabriele viene detto di far comprendere a Daniele la visione del “mareh”, gli viene detto di far comprendere a Daniele la visione dell’apparizione del 1844, e non la visione del “chazon” riguardante il calpestamento del santuario e dell’esercito.
La visione delle «sere e mattine» riguarda un’apparizione che si verifica quando la purificazione del santuario ebbe inizio il 22 ottobre 1844. La visione dell’apparizione del 22 ottobre 1844 non riguarda il calpestamento del santuario, bensì la purificazione del santuario. Vi fu un’apparizione profetica in quella data?
«La venuta di Cristo come nostro Sommo Sacerdote nel luogo santissimo, per la purificazione del santuario, presentata in Daniele 8:14; la venuta del Figlio dell’uomo all’Antico dei giorni, come descritta in Daniele 7:13; e la venuta del Signore al Suo tempio, preannunciata da Malachia, sono descrizioni del medesimo evento; e questo è pure rappresentato dalla venuta dello sposo alle nozze, descritta da Cristo nella parabola delle dieci vergini, in Matteo 25». The Great Controversy, 426.
A Gabriele fu ordinato di far comprendere a Daniele l’apparizione profetica di Cristo nel Suo tempio il 22 ottobre 1844. Per questa ragione, Gabriele diede a Daniele una seconda testimonianza della data del 22 ottobre 1844, poiché Gabriele guidò ogni autore biblico che riportò una qualche forma del principio biblico che identifica che la verità è confermata sulla testimonianza di due. Se Gabriele doveva far comprendere a Daniele il 22 ottobre 1844, egli avrebbe avuto bisogno di una seconda testimonianza per stabilire «la visione dell’apparizione».
Gabriele inizia la sua opera affrontando anzitutto il desiderio di Daniele di comprendere la visione del “chazon”, e lo fa identificando la visione del “chazon” come la visione che si conclude al “tempo della fine” nel 1798.
E udii una voce d’uomo fra le rive dell’Ulai, che gridò e disse: Gabriele, fa’ comprendere a quest’uomo la visione. Così egli si avvicinò al luogo dove stavo; e quando fu giunto, ebbi paura e caddi con la faccia a terra; ma egli mi disse: Comprendi, o figlio d’uomo, poiché la visione riguarda il tempo della fine. Daniele 8:16, 17.
La «visione» nel versetto precedente, cioè «al tempo della fine», è la visione del «chazon», e il «tempo della fine» nel libro di Daniele è il 1798. Questa è la «visione» che Daniele aveva cercato di comprendere, ma non era la «visione» che a Gabriele era stato detto di far comprendere a Daniele. Per questa, Gabriele fornirà una seconda testimonianza.
Così egli si avvicinò al luogo dove io stavo; e quando si avvicinò, ebbi paura e caddi con la faccia a terra; ma egli mi disse: «Comprendi, o figlio d’uomo, poiché la visione riguarda il tempo della fine». Ora, mentre egli parlava con me, io caddi in un profondo sonno con la faccia a terra; ma egli mi toccò e mi fece stare in piedi. Ed egli disse: «Ecco, io ti farò conoscere ciò che avverrà nell’ultimo tempo dell’indignazione; poiché alla fine del tempo stabilito verrà la fine». Daniele 8:17–19.
Gabriele assume il compito assegnatogli informando Daniele di «guardare», cioè esortando Daniele a considerare il fatto successivo. Il fatto successivo è che l’«ultima indignazione», delle due «sette volte» di Levitico ventisei, termina nel 1844. L’«ultima indignazione» è identificata direttamente come una profezia di tempo, poiché ha un «tempo stabilito» in cui «finirà». L’«indignazione» deve rappresentare un periodo di tempo, poiché ha un «tempo stabilito» per la sua conclusione. Se l’«indignazione» fosse semplicemente un punto nel tempo, non avrebbe una fine; sarebbe semplicemente il punto in cui ebbe luogo.
L’«indignazione» aveva un termine stabilito, e pertanto rappresenta la fine di un periodo di tempo. Il periodo di tempo è rappresentato come «l’ultima indignazione». Se vi è un’ultima, allora deve esservi una prima. La «prima indignazione» è identificata in Daniele capitolo undici, e anche lì essa è un periodo di tempo, poiché il papato avrebbe «agito e prosperato» fino alla fine dell’«indignazione».
E alcuni di quelli che hanno intendimento cadranno, per metterli alla prova, per purificarli e per renderli bianchi, fino al tempo della fine; perché ciò avverrà ancora al tempo stabilito. E il re agirà a suo piacimento; si esalterà e si magnificherà al di sopra di ogni dio, e pronuncerà cose inaudite contro l’Iddio degli dèi, e prospererà finché l’indignazione sia compiuta; poiché ciò che è stato determinato sarà fatto. Daniele 11:35, 36.
In questi due versetti, il soggetto è il re che agisce secondo la propria volontà e si esalta. Il versetto trentasei è il versetto che Paolo parafrasa, quando identifica l’“uomo del peccato” che siede nel tempio di Dio, mostrando se stesso come se fosse Dio. La persecuzione del Medioevo oscuro dall’anno 538 fino al 1798 è identificata nel versetto trentacinque, e continua fino al “tempo della fine”, che fu il 1798, il quale era il “tempo stabilito”. Il versetto trentasei identifica poi che il papato avrebbe “prosperato” “finché l’indignazione fosse compiuta”. Il versetto identifica che il papato prosperò fino al 1798, momento in cui la prima “indignazione” era stata “compiuta”. La Parola profetica di Dio aveva “determinato” che il papato sarebbe continuato per milletrecentosessant’anni, fino al 1798, che era il “tempo della fine”.
La prima «indignazione» terminò nel 1798, e «l’ultima indignazione» terminò nel 1844. Entrambe le indignazioni sono presentate come periodi di tempo, che ebbero conclusioni specifiche, identificandole così entrambe come profezie di tempo. A Gabriele fu ordinato da Palmoni di far comprendere a Daniele la visione dell’apparenza («mareh»), delle «sere e mattine» (giorni) che identificavano il 22 ottobre 1844, ed egli lo fece fornendo una seconda testimonianza a quella data.
La visione del “chazon” del versetto tredici, che Daniele desiderava comprendere, era la visione del calpestamento che terminava al “tempo della fine” nel 1798. La visione del “mareh” del versetto quattordici terminava con l’apparizione di Cristo nel Luogo Santissimo il 22 ottobre 1844, in adempimento della profezia temporale dei duemilatrecento anni, e anche in adempimento della profezia temporale dei duemilacinquecentoventi anni. Entrambe queste profezie temporali sono rappresentate sulle sacre tavole di Abacuc, che Sorella White identifica come dirette dalla mano del Signore e che non devono essere alterate.
Continueremo questo studio nel prossimo articolo.
«Abbiamo molte lezioni da imparare, e molte, moltissime da disimparare. Dio e il cielo soltanto sono infallibili. Coloro che pensano che non dovranno mai rinunciare a una convinzione cara, né avranno mai occasione di cambiare opinione, rimarranno delusi. Finché ci aggrapperemo alle nostre idee e opinioni con ostinata tenacia, non potremo avere quell’unità per la quale Cristo pregò». Review and Herald, 26 luglio 1892.