Ho attinto a un passo delle Testimonianze che presenta diverse linee di verità in relazione all’esperienza di Ezechiele, Isaia e Giovanni nel santuario. Giovanni si voltò per vedere una voce dietro di lui, nel capitolo uno dell’Apocalisse.
Ero rapito nello Spirito nel giorno del Signore, e udii dietro a me una gran voce, come di tromba, che diceva: Io sono l’Alfa e l’Omega, il primo e l’ultimo; e: Quello che vedi, scrivilo in un libro e mandalo alle sette chiese che sono in Asia: a Efeso, a Smirne, a Pergamo, a Tiatira, a Sardi, a Filadelfia e a Laodicea. E mi voltai per vedere la voce che mi parlava. E, voltatomi, vidi sette candelabri d’oro. Apocalisse 1:10–12.
Dall’isola di Patmos e poi nel santuario celeste, dove Giovanni vede la visione di Cristo di cui ci informa la Sorella White, si tratta della medesima visione che Daniele vide al capitolo dieci del suo libro.
«In quei giorni io, Daniele, feci cordoglio per tre settimane intere. Non mangiai alcun cibo prelibato, né carne né vino entrarono nella mia bocca, e non mi unsi affatto.... Poi alzai gli occhi e guardai, ed ecco un uomo vestito di lino, i cui fianchi erano cinti d’oro fino di Ufaz. Anche il suo corpo era come il berillo, la sua faccia aveva l’aspetto della folgore, i suoi occhi erano come lampade di fuoco, le sue braccia e i suoi piedi simili, nel colore, al bronzo lustro, e la voce delle sue parole era come la voce di una moltitudine» (Daniele 10:2–6).
«Questa descrizione è simile a quella data da Giovanni quando Cristo gli fu rivelato sull’isola di Patmos. Non altri che il Figlio di Dio apparve a Daniele. Il nostro Signore viene con un altro messaggero celeste per insegnare a Daniele ciò che sarebbe avvenuto negli ultimi giorni». Sanctified Life, 49.
I primi nove versetti mostrano come la Rivelazione di Gesù Cristo venga dissigillata poco prima della chiusura del tempo di grazia per l’umanità. La rivelazione fu data da Dio a Gesù, che la diede a Gabriele, il quale la diede a Giovanni con l’incarico che Giovanni inviasse il messaggio alle sette chiese. Isaia ricevette il suo incarico di fare lo stesso nel capitolo sei, ed Ezechiele ricevette il medesimo mandato nei capitoli due e tre. Giovanni è prigioniero quando riceve il suo incarico; Ezechiele e Daniele sono prigionieri in Babilonia, e Isaia vive nel periodo storico del malvagio re Acaz di Giuda.
“Vi erano ruote entro ruote, in una disposizione tanto complessa che, a prima vista, esse apparvero a Ezechiele in totale confusione. Ma quando si muovevano, lo facevano con meravigliosa precisione e in perfetta armonia. Esseri celesti imprimevano il movimento a quelle ruote e, al di sopra di tutto, sul glorioso trono di zaffiro, stava l’Eterno; mentre tutt’intorno al trono era l’arcobaleno che lo cingeva, emblema di grazia e di amore. Sopraffatto dalla terribile gloria della scena, Ezechiele cadde con la faccia a terra, quando una voce gli comandò di alzarsi e di ascoltare la parola del Signore. Allora gli fu affidato un messaggio di ammonimento per Israele.” Testimonies, 751.
Udii anche la voce del Signore che diceva: «Chi manderò, e chi andrà per noi?». Allora io dissi: «Eccomi, manda me». Isaia 6:8.
«Questa visione fu data a Ezechiele in un tempo in cui la sua mente era colma di cupi presentimenti. Egli vide la terra dei suoi padri giacere desolata...»
«Allo stesso modo, quando Dio stava per aprire al diletto Giovanni la storia della Chiesa per i secoli futuri, gli diede un’assicurazione dell’interesse e della cura del Salvatore per il Suo popolo, rivelandogli “Uno simile al Figlio dell’uomo”, che camminava in mezzo ai candelabri, i quali simboleggiavano le sette chiese. …»
“Queste lezioni sono per il nostro bene. Abbiamo bisogno di fondare la nostra fede su Dio, poiché proprio davanti a noi vi è un tempo che metterà alla prova l’anima degli uomini. …”
«Siamo sulla soglia di eventi grandi e solenni. La profezia si sta adempiendo rapidamente. Il Signore è alla porta. Sta per aprirsi dinanzi a noi un periodo di interesse travolgente per tutti i viventi. Le controversie del passato saranno ravvivate; sorgeranno nuove controversie. Le scene che devono svolgersi nel nostro mondo non sono ancora neppure sognate. Satana opera per mezzo di agenti umani. Coloro che si adoperano per cambiare la Costituzione e ottenere una legge che imponga l’osservanza della domenica si rendono ben poco conto di quale sarà il risultato. Una crisi è proprio su di noi.»
«Ma i servitori di Dio non devono confidare in se stessi in questa grande crisi. Nelle visioni date a Isaia, a Ezechiele e a Giovanni vediamo quanto strettamente il cielo sia connesso con gli avvenimenti che si svolgono sulla terra e quanto grande sia la cura di Dio per coloro che Gli sono fedeli. Il mondo non è privo di un sovrano. Il corso degli eventi futuri è nelle mani del Signore. La Maestà del cielo ha sotto la propria sovrana custodia il destino delle nazioni, così come gli interessi della Sua chiesa. …»
“Nella visione di Ezechiele, Dio aveva la Sua mano sotto le ali dei cherubini. Questo per insegnare ai Suoi servitori che è la potenza divina a dare loro successo. Egli opererà con loro se essi metteranno da parte l’iniquità e diverranno puri nel cuore e nella vita.
«La luce splendente che si muoveva tra gli esseri viventi con la rapidità del lampo rappresenta la velocità con cui quest’opera avanzerà infine fino al suo compimento. …»
“Fratelli, questo non è tempo di cordoglio e di disperazione, non è tempo di cedere al dubbio e all’incredulità. Cristo non è ora un Salvatore nel sepolcro nuovo di Giuseppe, chiuso con una grande pietra e sigillato con il sigillo romano; noi abbiamo un Salvatore risorto. Egli è il Re, il Signore degli eserciti; siede fra i cherubini; e, in mezzo alla lotta e al tumulto delle nazioni, custodisce ancora il Suo popolo. Colui che regna nei cieli è il nostro Salvatore. Egli misura ogni prova. Egli veglia sul fuoco della fornace che deve mettere alla prova ogni anima. Quando le fortezze dei re saranno abbattute, quando le frecce dell’ira di Dio trafiggeranno i cuori dei Suoi nemici, il Suo popolo sarà al sicuro nelle Sue mani.” Testimonies, volume 5, 752–754.
Quattro testimoni biblici attestano il fatto che il messaggio della Rivelazione di Gesù Cristo è dato a quelle persone che sono prefigurate dalle esperienze di questo profeta nel santuario. È quando entriamo nel santuario celeste che ci viene dato il messaggio che siamo stati ordinati a proclamare. La «fornace di fuoco» che mette alla prova «ogni anima» è la fornace di Malachia tre.
Ma chi potrà sostenere il giorno della sua venuta? e chi potrà rimanere saldo quando egli apparirà? poiché egli è come il fuoco del raffinatore e come il sapone dei lavandai. Egli siederà come raffinatore e purificatore dell’argento; purificherà i figli di Levi e li raffinerà come si raffina l’oro e l’argento, affinché possano offrire al Signore un’offerta con giustizia. Allora l’offerta di Giuda e di Gerusalemme sarà gradita al Signore, come nei giorni antichi e come negli anni passati. Malachia 3:2–4.
Il raffinatore sa che l’argento è rimasto nella fornace per il tempo giusto quando è così puro da riflettere il volto del raffinatore. Questo fatto riguardo al modo in cui anticamente l’argento veniva raffinato si accorda con il verbo causativo “marah” che Daniele vide nel capitolo dieci. In questi ultimi giorni il Signore sta conducendo il Suo popolo nel santuario per mettere alla prova, purificare e mondare i candidati a far parte dell’insegna dei centoquarantaquattromila. In questo periodo di tempo, “Egli opererà con” noi, “se” noi “allontaneremo l’iniquità e diverremo puri nel cuore e nella vita.” Alcuni, come in Daniele dieci, fuggono da quell’esperienza, ma coloro che, simboleggiati da Daniele, vedono la grande visione dello specchio della rivelazione di Gesù Cristo, come Isaia illustra, avranno le loro labbra toccate con un carbone preso dall’altare e saranno purificati e preparati a portare un messaggio sia a una chiesa apostata, sia poi al mondo.
Il messaggio è presentato a quelle anime fedeli nel santuario. Levitico ventitré, quando è messo in rapporto con la stagione pentecostale, è concepito per riflettere l’Arca del patto nel Luogo Santissimo. Per fede, la struttura dei messaggi del capitolo identifica tre waymarks entro la storia sacra nei quali si compie la prova della fornace. Divinamente profonda, la struttura profetica del capitolo ventitré permette allo studente di profezia di collocare Ezechiele nel versetto uno del capitolo uno.
Or avvenne, nel trentesimo anno, nel quarto mese, il quinto giorno del mese, mentre mi trovavo fra i deportati presso il fiume Chebar, che i cieli si aprirono e vidi visioni di Dio. Il quinto giorno del mese, che era il quinto anno della cattività del re Ioiachin. Ezechiele 1:1, 2.
Come sacerdote durante il tempo del suggellamento dei centoquarantaquattromila, Ezechiele si trova nel trentesimo anno del diciassettesimo ciclo giubilare, cinque anni prima del terzo di tre assedi di Gerusalemme da parte di Nabucodonosor nel 587 a.C. Il trentesimo anno nel versetto è trenta anni dopo il più grande risveglio della storia dell’Antico Testamento, ed è nel quinto giorno del quinto anno, collocando così il numero cinque sulla testimonianza di Ezechiele. Nei due versetti iniziali troviamo il trenta identificato una volta e il numero cinque menzionato tre volte. Nella struttura di Levitico ventitré allineata con la stagione pentecostale, la seconda prova rappresentata dal trenta giunge fino alla festa delle trombe, i cinque giorni fino all’ascensione di Cristo, poi cinque giorni fino al giorno dell’espiazione, quindi cinque giorni fino al waymark che rappresenta sia la pioggia della prima stagione (Pentecoste) sia quella dell’ultima stagione (Tabernacoli). La struttura presenta trenta, seguito da tre passi di cinque. Ezechiele è nel tempio e la struttura di Levitico ventitré è l’Arca.
La storia attesta il fatto che, in questo punto, Ezechiele si trova cinque anni prima di un assedio simbolico che si conclude prefigurando l’imminente legge domenicale, come rappresentata dalla distruzione di Gerusalemme. Il numero «cinque» è un elemento primario della struttura di Levitico ventitré, così come lo è il numero trenta.
È stato mostrato in questi articoli che, quando i primi ventidue versetti del capitolo vengono allineati con gli ultimi ventidue versetti, e poi insieme quelle due linee di ventidue versetti vengono allineate con la stagione pentecostale, il processo di prova in tre fasi, che è il fuoco della fornace di Malachia, risulta chiaramente illustrato. Le tre fasi possiedono un alfa e un omega nella prima e nella terza fase, consistente in una serie di quattro waymarks che rappresentano una fase.
La Pasqua, seguita dalla festa degli Azzimi, seguita dall’offerta delle primizie d’orzo, quindi «cinque» giorni fino alla fine della festa degli Azzimi. Questi quattro waymarks costituiscono la prima prova, e Gesù illustra sempre la fine mediante il principio, e anche la terza prova è composta di quattro waymarks. La festa delle trombe, poi l’ascensione di Cristo seguita dal giorno dell’espiazione, e quindi cinque giorni dopo l’arrivo sia della Pentecoste sia dei Tabernacoli. La Pentecoste è il simbolo della prima pioggia e i Tabernacoli sono un simbolo della pioggia dell’ultima stagione. Nel modello di Levitico ventitré, sia la Pentecoste sia i Tabernacoli si allineano.
Rallegratevi dunque, o figli di Sion, e gioite nel Signore, vostro Dio, perché egli vi ha dato la pioggia della prima stagione con giusta misura, e farà scendere per voi la pioggia, la pioggia della prima e dell’ultima stagione, nel primo mese. Gioele 2:23.
Il processo finale di prova e di purificazione ebbe inizio il 31 dicembre 2023. La prima prova fu la prova fondamentale, simboleggiata dalla controversia dei «ladri del tuo popolo», che divise il gruppo che era stato precedentemente provato dalla delusione del 18 luglio 2020.
“Nella storia e nella profezia la Parola di Dio raffigura il lungo e protratto conflitto tra la verità e l’errore. Quel conflitto è tuttora in corso. Le cose che sono state si ripeteranno. Antiche controversie saranno rinnovate, e nuove teorie sorgeranno continuamente. Ma il popolo di Dio, che nella propria fede e nell’adempimento della profezia ha avuto una parte nella proclamazione dei messaggi del primo, del secondo e del terzo angelo, sa dove si trova. Esso possiede un’esperienza più preziosa dell’oro fino. Deve rimanere saldo come una roccia, conservando ferma fino alla fine la fiducia dei suoi inizi.” Manuscript Releases, volume 1, 47.
In Levitico ventitré il primo test è rappresentato da una combinazione profetica di tre, seguita cinque giorni dopo dalla fine degli Azzimi. La Pasqua fu il primo giorno, la festa degli Azzimi fu il secondo giorno e l’offerta delle primizie fu il terzo giorno. Cinque giorni dopo terminò la festa degli Azzimi. La struttura profetica del primo dei tre test è rappresentata anche nel terzo e ultimo test. In quel terzo waymark, composto di tre waymark seguiti da uno, la festa delle trombe è il primo giorno, e l’ascensione di Cristo avviene cinque giorni dopo; poi il giorno dell’espiazione segue cinque giorni dopo; quindi, cinque giorni dopo, sia la Pentecoste sia la festa delle Capanne segnano l’imminente legge domenicale, che nel libro di Ezechiele è rappresentata come la distruzione di Gerusalemme.
Tra la fine della festa degli azzimi e la festa delle trombe vi sono trenta giorni, che non solo rappresentano un simbolo di un sacerdote, ma anche la seconda prova delle tre prove rappresentate all’interno dell’illustrazione divina.
Il battesimo di Cristo illustra i tre waymarks della Pasqua, degli azzimi e delle primizie, poiché questi tre waymarks rappresentano la morte, la sepoltura e la risurrezione di Cristo. Questi tre passi sono seguiti da cinque giorni fino al quarto passo, rappresentato dalla fine della festa degli azzimi. Il battesimo presenta i tre passi in un unico breve momento, quando Giovanni battezzò il suo Messia. Le feste di primavera separano questi tre passi di un giorno ciascuna, e le feste d’autunno separano questi tre passi di cinque giorni.
Quando applichiamo il primo test delle feste di primavera come una combinazione di tre waymark seguiti da un waymark cinque giorni dopo; e poi applichiamo le feste d’autunno come tre waymark seguiti cinque giorni dopo da un waymark, si stabilisce una struttura profetica che consiste in un waymark alfa di tre seguito da cinque giorni, al quale seguono poi trenta giorni, e il terzo test delle feste d’autunno come un waymark di tre seguito da cinque giorni — la struttura illustra il primo test come comprendente un totale di cinque giorni, seguito da un secondo test di trenta giorni che giunge fino al terzo waymark di cinque giorni. Cinque più trenta, più cinque fa quaranta (5 + 30 + 5 = 40).
Il battesimo di Cristo fu immediatamente seguito da quaranta giorni, che si conclusero con tre prove. Molto di più può essere riconosciuto nella struttura di Levitico ventitré in combinazione con la stagione pentecostale, ma a un altro livello il capitolo rappresenta l’Arca nel Luogo Santissimo.
Le feste di primavera e d’autunno in Levitico ventitré sono collocate in mezzo a due Sabati. Quei due Sabati rappresentano i due cherubini di copertura, e i punti di riferimento della stagione pentecostale allineati con Levitico ventitré rappresentano l’Arca e i due cherubini di copertura. Ezechiele viene condotto nel santuario nel capitolo uno, e quando vi viene condotto, si trova cinque giorni prima dell’assedio che conduce alla distruzione di Gerusalemme, prefigurando l’imminente legge domenicale. La legge domenicale è rappresentata dalla Pentecoste e dalla Festa delle Capanne in Levitico ventitré. Ezechiele si trova nel trentesimo anno, e trenta è il periodo della seconda delle tre prove che costituiscono il fuoco della fornace di Malachia tre. La seconda prova è rappresentata da trenta giorni, proprio come Ezechiele si trova nel trentesimo anno del diciassettesimo ciclo giubilare che ebbe inizio alla grande Pasqua di Giosia, come la definiscono gli storici. Ezechiele è cinque anni prima dell’assedio che durò diciotto mesi, ed egli è nel tempio, che è il mezzo delle tre prove finali che purificano e mondano il rimanente. Pietro si trovava a Cesarea di Filippo (Panium), anch’egli nel mezzo di tre prove, come è rappresentato da Panium (Cesarea di Filippo), dal monte della Trasfigurazione e dalla croce.
Nel 592 a.C. Ezechiele viene reso soprannaturalmente «muto» e parla soltanto quando Dio gli apre la bocca. Tale condizione continua fino alla caduta di Gerusalemme nel 585/6 a.C. Dio lo aveva fatto parlare quando ebbe inizio l’assedio, il giorno in cui morì «il desiderio» dei suoi «occhi», ma non gli fu permesso di parlare liberamente finché non fosse caduta Gerusalemme, «il desiderio» degli «occhi» d’Israele. La caduta di Gerusalemme rappresenta l’imminente legge domenicale, ed è lì che anche il padre di Giovanni Battista, un sacerdote dell’ottavo turno, che era stato reso muto mentre prestava servizio nel tempio, che è il luogo in cui si trovava Ezechiele (in visione), fu pure reso muto per circa nove mesi. Fu l’ottavo giorno dopo la nascita di Giovanni, quando Giovanni veniva circonciso, che gli fu permesso di parlare. Due profeti resi muti mentre si trovavano nel santuario. Il terzo profeta a essere reso muto mentre contemplava Cristo nel santuario fu Daniele. Nel capitolo dieci, Daniele si trova nel santuario, e proprio mentre viene toccato per la seconda di tre volte, viene reso muto. Nel punto centrale Daniele viene reso muto.
E quando egli mi ebbe rivolto tali parole, io volsi il mio volto verso terra e rimasi muto. Ed ecco, uno, simile ai figli degli uomini, mi toccò le labbra; allora aprii la bocca, parlai e dissi a colui che stava davanti a me: O mio signore, per la visione i miei dolori si sono riversati su di me, e non mi è rimasta alcuna forza. Daniele 10:15, 16.
Parlare di Dio Dietro il ritorno del popolo di Dio da Babilonia alla terra d’Israele, la ricostruzione del tempio, il ristabilimento del sacerdozio e l’offerta dei sacrifici vi è sempre una ragione: tutto ciò avvenne affinché Dio potesse avere in mezzo al suo popolo il mezzo mediante il quale parlare loro. Prima che il popolo entrasse nella terra e da allora in poi, Dio non parlò al suo popolo dal monte Sinai, né dal cielo, né da altro luogo. Egli parlò dal propiziatorio che copriva l’arca della testimonianza, posta nel Santo dei santi del tabernacolo e poi del tempio. Il propiziatorio era il luogo in cui il sangue era asperso da Aronne nel giorno dell’espiazione. Era il luogo del sangue espiatorio, il luogo in cui Dio poteva incontrare il suo popolo; e dal propiziatorio Dio parlava a Mosè e comunicava i suoi pensieri al popolo. Qui abbiamo un’immagine ben nota e meravigliosa del Signore Gesù Cristo, e cioè il suo sacrificio in virtù del quale Dio si è avvicinato a noi e ha aperto la via perché noi ci avvicinassimo a Lui. Dio ci incontra attraverso Cristo, e mediante Cristo ci parla. Cristo è “la Parola” di Dio; e il principio di ogni conversazione con Dio e con il suo popolo è Cristo. In lui, sulla base del suo sacrificio, Dio si rende noto e viene udito. Questa era la grande verità illustrata nel tabernacolo e nel tempio d’Israele. La tenda del convegno, l’altare, il sangue, il luogo santissimo, il propiziatorio, il sacerdozio, le leggi concernenti l’espiazione e il peccato, e i sacrifici quotidiani avevano tutti un solo fine: rendere possibile a Dio di dimorare in mezzo al suo popolo e di parlare loro. E quando questo era possibile, tutto il resto seguiva: guida, correzione, consolazione, riprensione, direzione, rivelazione della sua volontà e manifestazione del suo carattere. Perciò, quando gli esuli ritornarono e ricostruirono l’altare prima del tempio, non si trattò soltanto di un atto di osservanza religiosa. Fu il riconoscimento del fatto che, senza il fondamento dell’espiazione, non vi può essere alcuna relazione con Dio e, quindi, nessuna parola da parte sua. L’altare doveva venire per primo, poiché il sangue doveva venire per primo. Solo allora il tempio poteva essere ricostruito. Solo allora il sacerdozio poteva funzionare. Solo allora il popolo poteva stare di nuovo in una posizione in cui Dio potesse parlare. Perciò ogni vero rinnovamento spirituale è legato al ristabilimento di un luogo dove Dio possa parlare. E ciò esige sempre il riconoscimento della croce. Ogni volta che il popolo di Dio perde la viva coscienza del significato del sacrificio di Cristo, perde anche la capacità di udire la voce di Dio. Può ancora conservare la Scrittura, la dottrina, l’ordine esteriore e le forme religiose; ma l’immediatezza della parola divina è andata perduta. Dio non parla laddove il terreno della redenzione è messo da parte, oscurato o dato per scontato. Dio desidera parlare. Egli cerca un popolo con cui e nel quale possa comunicare il suo pensiero. Ma deve esserci una base conforme alla sua santità e alla sua giustizia. Questa base si trova unicamente nella croce del Signore Gesù. Perciò tutto ciò che ristabilisce il valore centrale della croce ristabilisce anche il luogo della voce di Dio. E tutto ciò che indebolisce, confonde o minimizza il significato della croce rende inevitabilmente confusa o muta la parola di Dio. Pertanto, se il Signore vuole recuperarci pienamente per il suo scopo, deve ricondurci di nuovo a ciò che è rappresentato dall’altare e dal tempio: la comunione fondata sul sangue e l’udire Dio a motivo dell’espiazione. Questa è una questione primaria, fondamentale e governante. Tutto il resto dipende da essa. Dove Dio può parlare, là vi è possibilità di tutto. Dove Dio non può parlare, là nulla può soddisfare il suo cuore. Ezra 3; Haggai 1; Hebrews 9; Exodus 25:21-22
Il simbolismo del “parlare” è posto in evidenza nella legge domenicale di prossima venuta, quando gli Stati Uniti parlano come un dragone, l’asina di Balaam parla, la visione di Habacuc parla e non mente. I tre profeti muti, che sono resi muti mentre si trovano nel santuario, parlano alla distruzione di Gerusalemme. Nel caso di Zaccaria, egli parla per attestare che il nuovo nome di suo figlio è corretto, tipificando così i Filadelfiani ai quali è dato un nuovo nome.
Chi vince io lo farò una colonna nel tempio del mio Dio, ed egli non uscirà mai più fuori; e scriverò su di lui il nome del mio Dio e il nome della città del mio Dio, la nuova Gerusalemme, che scende dal cielo da presso il mio Dio; e scriverò su di lui il mio nuovo nome. Apocalisse 3:12.
A Zaccaria fu data una tavoletta per scrivere il nuovo nome di famiglia di Giovanni.
E avvenne che, l’ottavo giorno, vennero per circoncidere il bambino; e lo chiamavano Zaccaria, dal nome di suo padre. Ma sua madre rispose e disse: No; sarà invece chiamato Giovanni. Ed essi le dissero: Non vi è alcuno della tua parentela che porti questo nome. Allora fecero cenni a suo padre, per sapere come volesse che fosse chiamato. Ed egli, chiesta una tavoletta, scrisse dicendo: Il suo nome è Giovanni. E tutti se ne meravigliarono. E in quell’istante la sua bocca si aprì e la sua lingua fu sciolta; ed egli parlava e benediceva Dio. Luca 1:59–64.
Il nuovo nome di Giovanni si accorda con la chiesa di Filadelfia, e il nome Zaccaria si accorda con Laodicea, come è rappresentato dall’incredulità di Zaccaria nei confronti del messaggio del terzo angelo. Tutti i profeti si rivolgono agli ultimi giorni, e gli ultimi giorni costituiscono la storia del terzo angelo. Dunque, l’angelo che portò il messaggio deve essere il terzo angelo. Zaccaria rifiutò di comprendere che il Signore sarebbe passato oltre la chiesa avventista del settimo giorno laodicea. Vi è ancora altro da dire riguardo alla restaurazione della voce in questi profeti, ma continueremo a procedere verso una comprensione della linea profetica di Giosia.
La ruota di Giosia
Abbiamo trattato il diciassettesimo ciclo di Giubileo che ebbe inizio alla Pasqua di Giosia nel 622 a.C., ma la linea di Giosia comincia ben prima del 622 a.C. La ribellione d’Israele che portò Saul al trono quale primo re d’Israele segnò i quarant’anni del regno di Saul, seguiti dai quarant’anni del regno di Davide, seguiti dai quarant’anni del regno di Salomone. Il rigetto di Dio che tanto offese il profeta Samuele ebbe luogo nel 1097 a.C. e dà inizio a una linea profetica di ribellione che terminò alla croce, quando i Giudei dichiararono di non avere altro re che Cesare.
Ma essi gridarono: «Via, via, crocifiggilo». Pilato disse loro: «Crocifiggerò il vostro Re?». I capi dei sacerdoti risposero: «Non abbiamo altro re che Cesare». Giovanni 19:15.
Nel 1097, tre re avrebbero regnato per quaranta anni ciascuno fino alla morte di Salomone nel 977 a.C., quando il regno si divise quindi in nord e sud.
Poi desiderarono un re; e Dio diede loro Saul, figlio di Cis, uomo della tribù di Beniamino, per lo spazio di quarant’anni. Atti 13:21.
Davide aveva trent’anni quando cominciò a regnare, e regnò quarant’anni. A Ebron regnò su Giuda sette anni e sei mesi; e a Gerusalemme regnò trentatré anni su tutto Israele e Giuda. 2 Samuele 2:4, 5.
Il regno di Salomone ebbe inizio nel 971 a.C.; le fondamenta del Tempio furono poste nel quarto anno di Salomone (967 a.C.). La costruzione durò sette anni (1 Re 6:37–38), e il Tempio fu completato nell’ottavo mese dell’undicesimo anno di Salomone. La dedicazione solenne ebbe luogo nel settimo mese (il mese di Etanim), durante la Festa dei Tabernacoli (1 Re 8; 2 Cronache 5–7). I re, il Tempio e la nazione sono ciascuno rappresentati nella storia da un periodo di quattrocentonovant’anni, che contrassegna distintamente un periodo profetico in relazione o ai re, o al Tempio, o alla nazione.
Daniele fu condotto in cattività nel 607 a.C., sebbene la maggior parte dei cronologi biblici indichi il 605 a.C. La documentazione storica deve armonizzarsi con la testimonianza profetica, e il simbolismo degli eventi che sono storicamente segnati sulla linea della storia che inizia con il desiderio di un re nel 1097 a.C. esige, sulla base di diverse testimonianze profetiche, che il 607 a.C. sia l’applicazione corretta, e non il 605 a.C. Il 607 a.C. segna la conclusione di quattrocentonovant’anni nella linea dei re, ma inaugura anche una delle tre principali rappresentazioni dei settant’anni che ricorrono nella linea. Il 607 a.C. segna la fine di settant’anni che ebbero inizio con la cattività di Manasse nel 677 a.C. La prima rappresentazione del simbolo dei quattrocentonovant’anni (che possiede tre testimoni nella linea) si conclude nel punto in cui termina una delle tre testimonianze dei settant’anni e un’altra testimonianza dei settant’anni ha inizio; la struttura matematica rende testimonianza al 607 a.C., nonostante l’idea che Daniele sia stato condotto in cattività nel 605 a.C.
All’interno della linea che comprende un periodo di 490 anni associato ai re dal 1097 a.C. fino al 607 a.C., vi sono anche 490 anni dalla dedicazione del Tempio di Salomone fino alla dedicazione del Tempio post-esilico da parte di Zorobabele nel 516 a.C. Quei 490 anni consistono di 420 anni dalla dedicazione di Salomone nel suo undicesimo anno, ai quali si aggiungono i 70 anni durante i quali il Tempio rimase desolato nel corso della cattività, per un totale di 490 anni. Il terzo decreto di Artaserse giunse 59 anni più tardi, nel 457 a.C., e segna l’inizio di 490 anni che furono «determinati» (recisi, Daniele 9:24) per il popolo di Dio, i quali si conclusero nell’anno 34 con la lapidazione di Stefano. Vi sono, naturalmente, molte altre profonde testimonianze cronologiche nella linea profetica che inizia con l’apostasia fondamentale del rigetto di Dio e dello Spirito di Profezia nel 1097 a.C. e termina quando Stefano vide Cristo in piedi alla destra di Dio. All’interno di questa testimonianza troviamo la ruota profetica di Giosia.
Dico «apostasia fondamentale», perché l’inizio della linea individua il momento in cui Israele rigettò Dio come Re, nel suo desiderio di avere un re mondano, segnando così il fondamento della monarchia umana d’Israele. Scrivo questo anche perché la ruota di Giosia, il cui nome significa «fondamento di Dio», è un simbolo sia del fondamento sia dell’apostasia fondamentale del popolo di Dio.
Quando Salomone morì e le dodici tribù si divisero in nord e sud, la consacrazione da parte di Geroboamo del sistema contraffatto di culto fu ripresa dal profeta disubbidiente, e la sua riprensione conteneva la profezia di un re futuro chiamato Giosia. Nell’apostasia fondamentale di Geroboamo e delle dieci tribù settentrionali fu predetta la profezia di Giosia e del suo risveglio, contrassegnato dalla Grande Pasqua del 622 a.C. Quel risveglio fu prodotto dal ritrovamento degli scritti di Mosè e dalla proclamazione del giudizio sul popolo di Dio a motivo della sua continua apostasia. Quando le parole tratte dagli scritti di Mosè furono lette al re Giosia, esse produssero il più grande risveglio della storia dell’Antico Testamento. La profezia della nascita futura di un fanciullo chiamato Giosia conteneva anche la condanna profetica dell’apostasia fondamentale rivolta contro il re Geroboamo dal profeta disubbidiente.
La maledizione di Mosè, come la chiama Daniele, è i “sette tempi” di Levitico ventisei, e divenne la scoperta fondamentale di William Miller, che è il simbolo delle verità fondamentali dell’Avventismo. Il rafforzamento del messaggio di Miller l’11 agosto 1840 fu prodotto mediante l’opera di “Giosia” Litch nel 1838 e nel 1840. Nel 1863 quelle fondamenta furono accantonate e i “sette tempi” divennero il simbolo non solo delle verità fondamentali dei Milleriti filadelfiani, ma anche il simbolo della ribellione del Millerismo laodiceo contro le fondamenta. La storia dei Milleriti del primo e del secondo angelo possiede il simbolismo di “Giosia”, che sarà ripetuto alla lettera nella storia dei centoquarantaquattromila. La ruota di Giosia risale fino alla stregoneria del re Saul e poi si estende fino allo sputamento fuori della Chiesa Avventista del Settimo Giorno laodicea alla legge domenicale. La ruota di Giosia in Ezechiele è ora nel processo di essere dissigillata come culmine della sigillatura dei centoquarantaquattromila.
Continueremo queste cose nel prossimo articolo.