Secondo l’ispirazione, quando si tratta dell’ispirazione, «ogni fatto ha la sua rilevanza» e «ogni principio ha la sua rilevanza».
“La Bibbia contiene tutti i princìpi che gli uomini hanno bisogno di comprendere per essere resi idonei sia per questa vita sia per la vita futura. E questi princìpi possono essere compresi da tutti. Nessuno che abbia uno spirito disposto ad apprezzarne l’insegnamento può leggere un solo passo della Bibbia senza ricavarne qualche pensiero utile. Ma l’insegnamento più prezioso della Bibbia non si ottiene mediante uno studio occasionale o frammentario. Il suo grande sistema di verità non è presentato in modo da poter essere discernuto dal lettore frettoloso o negligente. Molti dei suoi tesori giacciono ben al di sotto della superficie e possono essere ottenuti soltanto mediante diligente ricerca e sforzo continuo. Le verità che concorrono a formare il grande insieme devono essere ricercate e raccolte, “qui un poco, là un poco”. Isaia 28:10.
«Quando in tal modo saranno ricercati e riuniti, si constaterà che si adattano perfettamente gli uni agli altri. Ciascun Vangelo è un complemento degli altri, ogni profezia una spiegazione di un’altra, ogni verità uno sviluppo di qualche altra verità. I tipi dell’economia giudaica sono resi chiari dal Vangelo. Ogni principio nella parola di Dio ha il suo posto, ogni fatto la sua portata. E l’intera struttura, nel suo disegno e nella sua realizzazione, rende testimonianza al suo Autore. Una tale struttura nessuna mente, se non quella dell’Infinito, potrebbe concepirla o plasmarla». Education, 123.
Il fatto è che l’espressione ebraica «ereb boqer» ricorre otto volte nella Bibbia. Essa è sempre tradotta «sera e mattina», ad eccezione di Daniele 8:14, dove è resa con «giorni». Secondo l’ispirazione, il versetto quattordici è il «fondamento e pilastro centrale della fede avventista».
«La Scrittura che, più di ogni altra, era stata al tempo stesso il fondamento e il pilastro centrale della fede avventista era la dichiarazione: “Fino a duemilatrecento sere e mattine; poi il santuario sarà purificato”. [Daniele 8:14.]» Il gran conflitto, 409.
Il fatto, dunque, è che i «giorni» nel versetto costituiscono l’ottava occorrenza di quell’espressione ebraica usata sette volte. E il fenomeno biblico della guida profetica di Dio sui traduttori della versione di Re Giacomo ha deliberatamente associato l’enigma biblico dell’ottavo che è dei sette nel versetto che rappresenta una delle due visioni del capitolo otto. Una parola tradotta come «visione» nel capitolo otto è il termine ebraico «chazon», e l’altra è «mareh». «Mareh» significa apparizione, e la visione del «mareh» è la visione dell’apparizione di Cristo nella Parola profetica di Dio. La visione del «mareh» di Daniele 8:14 identifica che Cristo doveva apparire e venire improvvisamente al Suo tempio il 22 ottobre 1844. Tutte queste verità sono fatti, ed esse hanno attinenza con il versetto che è il pilastro centrale, e il pilastro centrale non è una dottrina né una profezia che si adempì il 22 ottobre 1844; il fatto è che il versetto è Cristo, il pilastro centrale.
«Mentre mi trovavo in questo stato di abbattimento, feci un sogno che produsse una profonda impressione sulla mia mente. Sognai di vedere un tempio, verso il quale molte persone accorrevano. Soltanto coloro che si fossero rifugiati in quel tempio sarebbero stati salvati quando il tempo si fosse chiuso; tutti quelli che fossero rimasti fuori sarebbero stati perduti per sempre. Le moltitudini all’esterno, che andavano per le loro varie vie, schernivano e deridevano coloro che entravano nel tempio, dicendo loro che questo piano di salvezza era un astuto inganno e che, in realtà, non vi era alcun pericolo da evitare. Giunsero perfino ad afferrare alcuni per impedire loro di affrettarsi entro le mura.»
«Temendo di essere derisa, ritenni opportuno attendere finché la moltitudine si fosse dispersa, oppure finché avessi potuto entrare senza essere notata da essa. Ma il numero dei presenti aumentava invece di diminuire e, temendo di giungere troppo tardi, uscii in fretta di casa e mi feci strada tra la folla. Nella mia ansia di raggiungere il tempio non mi accorsi né mi curai della moltitudine che mi circondava. »
«Entrando nell’edificio, vidi che il vasto tempio era sostenuto da un’unica, immensa colonna, e a questa era legato un agnello tutto lacerato e sanguinante. Noi che eravamo presenti sembravamo sapere che questo agnello era stato straziato e percosso a causa nostra. Tutti coloro che entravano nel tempio dovevano presentarsi davanti ad esso e confessare i propri peccati. Proprio davanti all’agnello vi erano seggi elevati, sui quali sedeva una schiera dall’aspetto molto felice. La luce del cielo pareva risplendere sui loro volti, ed essi lodavano Dio e cantavano inni di gioioso ringraziamento che sembravano la musica degli angeli. Questi erano coloro che erano venuti davanti all’agnello, avevano confessato i loro peccati, avevano ricevuto il perdono, e ora attendevano con lieta aspettativa qualche gioioso evento.»
“Anche dopo che fui entrato nell’edificio, fui preso dalla paura e da un senso di vergogna al pensiero di dovermi umiliare davanti a quelle persone; ma mi sentivo come costretto ad avanzare, e stavo lentamente facendomi strada attorno alla colonna per trovarmi di fronte all’agnello, quando una tromba risuonò, il tempio tremò, grida di trionfo si levarono dai santi radunati, uno splendore tremendo illuminò l’edificio, poi tutto fu tenebra profonda. Tutte quelle persone felici erano scomparse insieme a quello splendore, e io fui lasciato solo nel silenzioso orrore della notte.
«Mi destai nell’angoscia dell’animo, e a stento riuscii a convincermi di aver sognato. Mi sembrava che il mio destino fosse ormai fissato; che lo Spirito del Signore mi avesse lasciata, per non fare mai più ritorno». Experience and Teachings, 24, 25.
Ora siamo messi alla prova per vedere se entreremo nel tempio e, in seguito, confesseremo i nostri peccati e otterremo la benedizione della Sua giustificazione. Quest’ultimo appello a entrare nel tempio è circondato da ostacoli per impedire il nostro ingresso individuale, ma se ora dovessimo esitare, saremo “lasciati soli nel silenzioso orrore della notte”. Ma questo non è il mio unico punto.
Un’enfasi intenzionale è stata posta su questo versetto di somma importanza mediante l’inclusione della distinzione della parola “giorni”, che reca con sé l’enigma profetico secondo cui l’ottavo è dei sette, il quale è una delle ruote nel tempo della suggellatura dei centoquarantaquattromila. Nel periodo della suggellatura, il corno protestante e il corno repubblicano del sesto regno della profezia biblica adempiranno entrambi l’enigma che l’ottavo è dei sette. Degli otto presidenti dal tempo della fine nel 1989, Trump divenne il sesto re del sesto regno e, dopo aver vinto il suo secondo mandato, divenne l’ottavo che è dei sette. Nell’azione degli Stati Uniti nel ripetere l’Editto di Milano nel 313, il movimento laodiceo dei centoquarantaquattromila diverrà il movimento filadelfiano dei centoquarantaquattromila. Il tempo della suggellatura si conclude alla legge domenicale, quando la ferita mortale del papato è guarita, ed essa così adempie l’enigma di Apocalisse diciassette quale l’ottavo che è dei sette. Un fatto, rappresentato in una frase ebraica, come una parola inglese, introduce nel versetto che identifica l’apertura del giudizio il versetto che identifica la chiusura del giudizio nel tempo della suggellatura dei centoquarantaquattromila.
Ogni fatto ha il suo posto, e nel Nuovo Testamento vi è una sola espressione in cui compare una costruzione numerica di un «numero» moltiplicato per un altro «numero», e nell’Antico Testamento ve ne sono soltanto due. L’alfa della «costruzione numerica» si trova in Genesi.
Se Cain sarà vendicato sette volte, certo Lamec settantasette volte. Genesi 4:24.
La « costruzione numerica » dell’omega si trova in Matteo.
Allora Pietro, accostatosi a lui, gli disse: Signore, quante volte peccherà contro di me il mio fratello, e io gli perdonerò? Fino a sette volte? Gesù gli disse: Io non ti dico: fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Matteo 18:21, 22.
Questi passi rappresentano la prima e l’ultima volta nella Bibbia in cui un numero viene indicato come da moltiplicare per un altro numero. I numeri sono molti, ma l’alfa della Genesi e l’omega di Matteo possiedono l’identica costruzione numerica e impiegano gli stessi due numeri di “sette” e “settanta”.
Tra l’alfa e l’omega; il mezzo, e l’unico altro luogo in cui questa costruzione numerica ricorre, si trova in Levitico venticinque. Là i due numeri non sono «sette» e «settanta», ma «sette volte sette anni».
E conterai sette sabbati d’anni, sette volte sette anni; e lo spazio de’ sette sabbati d’anni ti sarà di quarantanove anni. Levitico 25:8.
La costruzione numerica centrale impiega ancora una volta il numero «sette», ma non il numero «settanta». Il passo in cui essa si trova contiene una benedizione per l’obbedienza, e anche una maledizione per la disobbedienza. La benedizione della liberazione degli schiavi e della restituzione della terra è posta in contrasto con la maledizione delle sette volte, menzionata quattro volte nel capitolo ventisei del Levitico. La benedizione includeva il sostentamento del Signore durante gli anni in cui la terra riposava, e una doppia benedizione nell’anno del Giubileo; e la maledizione del capitolo ventisei è la controparte, nell’ammonimento del patto costituito dai due capitoli.
La costruzione numerica centrale compare in Levitico 25:8 («sette volte sette anni»). Essa è immediatamente accostata al giudizio quadruplice del «sette volte» di Levitico 26. Così, la costruzione numerica centrale rappresenta sia una benedizione sia una maledizione, formando una duplice testimonianza nel libro del Levitico. La costruzione numerica, sia della benedizione sia della maledizione del Giubileo, è collocata tra il giudizio di Lamec e l’identificazione, da parte di Gesù, del limite del tempo di prova. Tutte e tre insieme identificano un limite di prova, che, una volta concluso, manifesterà una classe che è benedetta e una classe che è maledetta. L’alfa e l’omega, che rappresentano il messaggio del primo e del terzo angelo, identificano quattrocentonovanta come simbolo del tempo di prova. Quando ciò è posto in relazione con la maledizione o la benedizione del Giubileo, i fatti diventano importanti mentre ci accostiamo allo studio di Ezechiele capitolo uno, versetto uno, che colloca Ezechiele nel trentesimo anno del diciassettesimo ciclo giubilare.
Quel ciclo di Giubileo terminò il 22 ottobre 573 a.C. e prefigurava non solo il 22 ottobre 1844, ma anche l’imminente legge domenicale. Ora siamo nel 2026, che è il quarantasettesimo anno del settantesimo ciclo di Giubileo. Questo ciclo di Giubileo è stato prefigurato dal “diciassettesimo” ciclo di Giubileo, nel quale Ezechiele si trovava nel trentesimo anno. Egli stava nel tempio, rappresentando i centoquarantaquattromila che per fede sono entrati nel Luogo Santissimo alla fine del giudizio, come fecero i fedeli dopo il 22 ottobre 1844. Non cogliere il “fatto” di dove si trovi Ezechiele nella storia profetica in capitolo uno, versetto uno, significa perdere il proprio “orientamento”.
Dopo aver contemplato la gloria del Signore presso il fiume Chebar, Ezechiele è umiliato fino alla polvere, come lo furono Daniele, Isaia e Giovanni. Quindi tutti e quattro gli esempi presentano elementi dell’unzione di coloro che devono recare il messaggio a una chiesa che non vedrà né udrà.
Vi sono sei date nel libro di Ezechiele che riguardano Gerusalemme. In precedenza abbiamo già trattato la prima e l’ultima data, che si trovano nel capitolo uno, versetti uno e due, e poi nel capitolo quaranta, versetto uno. Ho trattato la seconda data, che si trova nel capitolo otto, versetto uno, ma soltanto nella sua rappresentazione simbolica, senza collocarla in rapporto con l’assedio e la distruzione di Gerusalemme, e l’intero libro ruota attorno a quel perno. Gerusalemme fu distrutta alla fine del 586/585 a.C. E in Ezechiele 33:21 giunge un fuggiasco con la notizia della caduta di Gerusalemme.
E avvenne nel dodicesimo anno della nostra cattività, nel decimo mese, il quinto giorno del mese, che uno scampato da Gerusalemme venne da me, dicendo: La città è stata colpita. Or la mano del Signore era stata sopra di me la sera, prima che giungesse colui che era scampato; ed egli mi aveva aperto la bocca, finché quegli venne da me al mattino; e la mia bocca fu aperta, e io non fui più muto. Ezechiele 33:21, 22.
Nel dodicesimo anno la città fu colpita, ed Ezechiele fu allora libero di parlare di propria iniziativa. La visione di Ezechiele al capitolo otto avvenne nel sesto anno, dunque approssimativamente sei anni prima che la città fosse colpita.
E avvenne nel sesto anno, nel sesto mese, il quinto giorno del mese, mentre sedevo in casa mia e gli anziani di Giuda sedevano davanti a me, che la mano del Signore, Dio, cadde là sopra di me. Ezechiele 8:1.
L’anno seguente, che era il settimo anno, gli Anziani si rivolsero a Ezechiele per consultare il Signore.
E avvenne nel settimo anno, nel quinto mese, il decimo giorno del mese, che alcuni degli anziani d’Israele vennero per consultare il Signore e si sedettero davanti a me. Ezechiele 20:1.
Poi, nel nono anno, ebbe inizio l’assedio di un anno e mezzo.
Di nuovo, nel nono anno, nel decimo mese, il decimo giorno del mese, la parola del Signore mi fu rivolta, dicendo: «Figlio d’uomo, scriviti il nome di questo giorno, di questo medesimo giorno: il re di Babilonia si è posto contro Gerusalemme in questo medesimo giorno». Ezechiele 24:1, 2.
Ciascuna di queste date rappresenta specifici segnavia degli ultimi giorni, poiché Paolo afferma che l’antico Israele è un esempio per coloro che vivono alla fine del mondo.
Or tutte queste cose avvennero loro come esempi; e sono state scritte per nostro ammonimento, per noi sui quali è giunta la fine dei secoli. Perciò, chi pensa di stare in piedi, guardi di non cadere. 1 Corinzi 10:11, 12.
Tutte e sei le date che riguardano Gerusalemme ricorrono tra la prima data del capitolo uno, versetto uno, e l’ultima data che si trova nel capitolo quaranta, versetto uno. Queste due date segnano il quinto anno del capitolo uno, che era il 592 a.C., e il venticinquesimo anno del capitolo quaranta, che era il 573 a.C. Al livello linea su linea, Ezechiele presenta una linea per l’Egitto, che include il riferimento a Tiro, e una linea per Gerusalemme. La linea dell’Egitto ha sette waymark diretti (quando vi si include Tiro) e Gerusalemme ne ha sei. Insieme a queste due linee vi sono la linea di Giosia e il diciassettesimo ciclo giubilare. Tuttavia, la linea che viene presentata senza una data diretta si trova nel capitolo quattro, e la linea del capitolo quattro possiede diverse delle ruote che Ezechiele vide quando guardò nel Luogo Santissimo. Essa è anche carica di diverse verità simboliche.
430
Il numero quattrocentotrenta rappresenta il patto eterno, e nel capitolo quattro Ezechiele è impiegato dal Signore come una parabola vivente, una parabola che include il numero quattrocentotrenta.
Tu pure, figlio d’uomo, prenditi una tavoletta, mettila davanti a te e disegnavi sopra la città, cioè Gerusalemme. Poi ponile assedio, costruisci contro di essa una fortificazione, eleva contro di essa un terrapieno; accampa pure contro di essa l’esercito e mettivi tutt’intorno arieti da sfondamento. Prenditi inoltre una piastra di ferro e ponila come un muro di ferro fra te e la città; volgi quindi la tua faccia contro di essa, ed essa sarà assediata, e tu la stringerai d’assedio. Questo sarà un segno per la casa d’Israele. Sdraiati poi sul tuo fianco sinistro e poni su di esso l’iniquità della casa d’Israele; per il numero dei giorni in cui vi starai sdraiato, tu porterai la loro iniquità. Poiché io ti ho imposto gli anni della loro iniquità secondo il numero dei giorni: trecentonovanta giorni; così porterai l’iniquità della casa d’Israele. E quando li avrai compiuti, ti sdraierai di nuovo sul fianco destro e porterai l’iniquità della casa di Giuda per quaranta giorni: ti ho assegnato un giorno per ogni anno. Perciò volgerai la tua faccia verso l’assedio di Gerusalemme, col tuo braccio scoperto, e profetizzerai contro di essa. Ed ecco, io ti metterò dei legami addosso, e tu non ti volgerai da un fianco all’altro finché non avrai terminato i giorni del tuo assedio. Ezechiele 4:1–8.
L’assedio di Gerusalemme, come illustrato da Ezechiele, è un «segno», proprio come l’assedio contro Gerusalemme portato da Cestio nell’anno 66. Commentando il fatto che Gesù identificò la distruzione di Gerusalemme, sorella White ci informa che l’adempimento «diretto» della distruzione di Gerusalemme si ha negli ultimi giorni. Il segno della distruzione mediante i due testimoni rappresentati da Nabucodonosor e da Cestio identifica che il segno dell’assedio è il segno dell’imminente legge domenicale.
Un giorno per un anno
Nel passo che stiamo considerando vediamo anche il riferimento biblico omega alla regola fondamentale di interpretazione profetica di William Miller nel movimento fondativo del messaggio del primo e del secondo angelo. L’alfa del principio di un giorno per un anno era anch’esso un simbolo omega, poiché l’alfa del principio di un giorno per un anno fu esposto nel libro dei Numeri come la decima e ultima prova, che Israele fallì, attirando così su di sé la morte nel deserto durante i quarant’anni del suo peregrinare nel deserto.
E i vostri figli andranno errando nel deserto per quarant’anni e porteranno il peso delle vostre prostituzioni, finché i vostri cadaveri siano consumati nel deserto. Secondo il numero dei giorni nei quali avete esplorato il paese, cioè quaranta giorni, conterete un anno per ogni giorno e porterete le vostre iniquità per quarant’anni; e conoscerete la mia rottura del patto. Io, il Signore, ho parlato; certo farò così a tutta questa malvagia congregazione, che si è radunata contro di me: in questo deserto saranno consumati, e là moriranno. Numeri 14:33–35.
Le implicazioni profetiche del fatto che il principio di un giorno per un anno sia identificato nella ribellione finale del processo di prova in dieci fasi iniziato all’attraversamento del Mar Rosso, e che il medesimo principio sia di nuovo proclamato mentre Gerusalemme sta per essere assediata e distrutta, devono essere comprese e applicate al passo che stiamo considerando, così come il significato del fatto che l’«assedio» sia il «segno».
La linea della storia che viene riunita quando si impiega l’“assedio” di Gerusalemme quale segno deve essere riconosciuta, poiché esso diventa, per così dire, un “asse” e, metaforicamente, al segno dell’assedio sono collegate molte razze. Il segno dell’assedio è forse il passo più importante in Ezechiele, e il segno consente al Leone della tribù di Giuda di trarre perfezione da ciò che dapprima apparve a Ezechiele come confusione. Il “segno” dell’assedio, il principio di un anno per un giorno, e le linee profetiche riunite dall’assedio, devono essere considerati nel contesto in cui quattrocentotrenta rappresenta il patto eterno.
Il Patto
Ed egli disse ad Abram: Sappi per certo che la tua discendenza sarà straniera in una terra che non sarà sua, e vi sarà ridotta in servitù; e quelli la opprimeranno per quattrocento anni. Genesi 15:13.
Il Signore entrò in alleanza con Abramo mediante un processo in tre fasi, e la prima di queste tre fasi comprendeva la profezia secondo cui i discendenti di Abramo sarebbero stati schiavi in Egitto per quattrocento anni. Nella seconda fase ad Abramo fu dato il rito della circoncisione, e la terza fase fu il sacrificio di Isacco sul monte Moriah. Quattrocento anni furono indicati nell’alfa delle tre fasi che il Signore intraprese nel suscitare ed entrare in alleanza con un popolo eletto. Quel popolo eletto dell’alleanza fu ripudiato da Dio alla lapidazione di Stefano, nell’anno 34, e in seguito Paolo, l’apostolo eletto per i Gentili, identificò quei quattrocento anni come—quattrocentotrenta anni.
Or io dico questo: che il patto, già prima confermato da Dio in Cristo, la legge, venuta quattrocentotrent’anni dopo, non lo può annullare, così da rendere inefficace la promessa. Genesi 3:17.
Il numero che rappresenta il patto è quattrocentotrenta, ma i due testimoni Abramo e Saulo, i cui nomi furono entrambi mutati rispettivamente in Abrahamo e Paolo, identificano due periodi distinti che costituiscono l’intero numero di quattrocentotrenta. Quando Dio muta il nome di un’anima, ciò è simbolo di una relazione di patto fra quell’anima e Dio. I quattrocentotrenta anni sono dunque una somma prodotta dall’addizione di due numeri distinti, come nel caso dei quattrocento di Abrahamo e dell’aggiunta di trenta di Paolo. Ezechiele giacque sul suo lato sinistro per trecentonovanta giorni, e poi sul suo lato destro per quaranta giorni, identificando due numeri la cui somma totale è quattrocentotrenta.
In Genesi capitolo undicesimo, il patto della morte, instaurato subito dopo il diluvio mediante la ribellione di Nimrod, identifica la distinzione tra due patti. Gli elementi della torre di Babele attestano un popolo appartenente a un patto satanico del «salva te stesso», destinato a essere giudicato e disperso. Nello stesso capitolo, la genealogia degli Ebrei viene introdotta con la nascita di Eber, segnando l’inizio di un popolo eletto a rappresentare il patto della vita, in contrasto con il patto della morte di Nimrod.
Ed Eber visse trentaquattro anni, e generò Peleg; ed Eber, dopo aver generato Peleg, visse quattrocentotrenta anni, e generò figli e figlie. E Peleg visse trent’anni, e generò Reu. Genesi 11:16–18.
Nel capitolo dieci della Genesi vengono menzionati per la prima volta Eber e Peleg.
A Eber nacquero due figli: il nome dell’uno era Peleg, perché ai suoi giorni la terra fu divisa; e il nome di suo fratello era Joktan. Genesi 10:25.
Peleg significa divisione o separazione, e ai giorni di Peleg la divisione di due classi di popolo del patto è segnata dalla storia della torre di Babele e dalla ribellione di Nimrod. Eber visse quattrocentosessantaquattro anni, ma dopo che nacque Peleg (divisione) visse quattrocentotrenta anni. Ogni fatto ha il suo significato, e quattrocentotrenta è il numero che Paolo assegna alla profezia del patto fatta ad Abraamo. Benché il numero quattrocentotrenta sia identificato con la vita di Eber dopo la nascita di Peleg, i primi trentaquattro anni della sua vita sono espressi come “quattro e trenta anni”, che naturalmente sono trentaquattro anni; ma nella semplice espressione di quei trentaquattro anni si legge “quattro” e “trenta” (430). Poi vennero quattrocentotrenta, quindi la prima espressione della vita di Peleg è “trenta”.
Eber è la radice del nome Ebreo ed è la prima menzione degli Ebrei, che dovevano essere il popolo eletto del patto. Eber significa attraversare, prefigurando così il popolo del patto che passa dalla terra alla nuova terra, come i figli di Abrahamo fecero quando attraversarono il Mar Rosso verso la Terra Promessa. Il peregrinare di quarant’anni nel deserto ostacolò quel passaggio, ma alla fine dei quarant’anni essi attraversarono il Giordano verso la Terra Promessa, prefigurando così il passaggio finale del popolo di Dio. Peleg rappresenta la fase della storia in cui la divisione dell’umanità in due popoli del patto si verificò per la prima volta alla torre di Nimrod. Il simbolo del patto di morte di Nimrod è la confusione, e il simbolo del patto di vita degli Ebrei sono i quattrocentotrent’anni della vita di Eber prima della divisione rappresentata da Peleg. Il nome Peleg indica anche una verità numerica simbolica, poiché i quattrocentotrent’anni di Eber sono divisi in due numeri, e Peleg rappresenta una distinzione del quattrocento dal numero trenta.
Quattrocentotrenta comprende due parti: i quattrocento anni del patto di Abrahamo, insieme ai trenta anni aggiuntivi indicati da Paolo. L’aumento della conoscenza che produce il risveglio finale del popolo di Dio è rappresentato nel capitolo dodici di Daniele, dove il simbolo bipartito del patto eterno è specificamente identificato ed è esposto nei versetti 9/11.
Ed egli disse: «Va’, Daniele; poiché queste parole sono tenute nascoste e sigillate sino al tempo della fine. Molti saranno purificati, resi bianchi e provati; ma gli empi agiranno empiamente; e nessuno degli empi comprenderà, ma i saggi comprenderanno. E dal tempo in cui sarà soppresso il sacrificio quotidiano e sarà eretta l’abominazione della desolazione, vi saranno milleduecentonovanta giorni». Daniele 12:9–11.
Il disvelamento finale, che produce un processo di prova in tre fasi, rappresentato nel versetto dieci con le parole «purified, and made white, and tried», è associato ai milleduecentonovanta anni. La comprensione dei pionieri del versetto è che la rimozione della resistenza del paganesimo nel 508 diede inizio a un processo di trent’anni che condusse all’instaurazione del papato nel 538 come quinto regno della profezia biblica, il quale poi regnò come quinto regno della profezia biblica fino alla conclusione dei milleduecentosessanta anni nel 1798. I trent’anni dal 508 al 538 sono anche rappresentati da Paolo come una «falling away first», in 2 Thessalonians.
In 2 Tessalonicesi il tema è il rapporto tra Roma pagana e Roma papale, rispettivamente il quarto e il quinto regno della profezia. È in questo capitolo di Tessalonicesi che William Miller scoprì che il «continuo» nel libro di Daniele rappresentava Roma pagana, e Miller scoprì inoltre che il «continuo» in Daniele veniva sempre presentato in connessione con l’abominazione o la trasgressione della desolazione. L’abominazione e la trasgressione della desolazione nel libro di Daniele rappresentano ciò che Giovanni identifica nel libro dell’Apocalisse come l’immagine della bestia e il marchio della bestia, rispettivamente.
William Miller fondò la maggior parte, se non la totalità, delle sue applicazioni profetiche sulla sua identificazione di due potenze desolatrici, rappresentate come il «continuo» (la Roma pagana), e la seconda potenza desolatrice, che viene espressa in due modi: come la trasgressione della desolazione (la combinazione di chiesa e stato), nell’Apocalisse come l’immagine della bestia (la struttura profetica papale), e l’abominazione della desolazione (l’adorazione del sole), nell’Apocalisse come il marchio della bestia. La comprensione che Miller ricavò dalla presentazione di Paolo in 2 Tessalonicesi costituì una comprensione fondamentale primaria per Miller, il quale è il simbolo delle fondamenta dell’Avventismo. Paolo afferma che coloro che non amano la verità rappresentata nel capitolo due di 2 Tessalonicesi sono coloro che ricevono una potente seduzione.
Nei tre versetti di Daniele (Daniele 12:9–11), la comprensione simbolica negli ultimi giorni non può includere l’applicazione del tempo, poiché dal 22 ottobre 1844 l’applicazione del tempo profetico non è più valida. I versetti 9/11 rappresentano due distinti periodi di trent’anni e di milleduecentosessanta anni. I numeri quaranta e milleduecentosessanta sono entrambi simboli di un deserto profetico e, profeticamente, sono intercambiabili. Pertanto, milleduecentosessanta può essere inteso come quaranta, e quaranta è la decima di quattrocento. I versetti 9/11 simboleggiano il numero del patto eterno, come rappresentato da quattrocento (Abrahamo) in connessione con trenta (Paolo). Il «deserto» rappresentato da «milleduecentosessanta» corrisponde a un «deserto di “quaranta”», e quattro è la decima di quattrocento. Trenta è trenta. Quattrocentotrenta risulta dal numero quattrocento aggiunto al numero trenta, che nel capitolo quattro di Ezechiele è rappresentato come trecentonovanta aggiunto al numero quaranta.
I versetti 9-11 del capitolo dodici rappresentano il centro di tre periodi profetici nel capitolo, e sono un simbolo del patto eterno che viene dissigillato negli ultimi giorni. Il dissigillamento del significato di quattrocentotrenta negli ultimi giorni è attuato nel capitolo quattro di Ezechiele.
Il Leone della tribù di Giuda sta ora dissuggellando il messaggio finale di avvertimento a coloro che, per fede, sono entrati nel Luogo Santissimo con Ezechiele, Giovanni, Daniele e Isaia. Quella verità viene dischiusa in connessione con l’innalzamento di coloro che sono rappresentati non solo come gli espulsi d’Israele, ma come il vessillo dei centoquarantaquattromila. Quella verità è posta nel contesto del patto rappresentato dai quattrocento anni di Abrahamo in connessione con il patto rappresentato dai trent’anni di Paolo. Quella verità è esposta in Daniele dodici, nei versetti 9/11, che rappresentano il mezzo di tre periodi simbolici, i quali furono correttamente compresi dai Milleriti. La verità centrale del 9/11 che viene dissuggellata in Daniele dodici è rappresentata nei trecentonovanta giorni e nei quaranta giorni di Ezechiele. Quei giorni vengono dischiusi a Ezechiele nel trentesimo anno del diciassettesimo ciclo giubilare, ed Ezechiele, in quanto sacerdote, rappresenta il sacerdozio dei centoquarantaquattromila che si trovano nella prova centrale, di tre prove.
Ezechiele è segnato, nel contesto della prova del tempio, al «quinto giorno» del «quarto mese», il che, nella storia millerita, segnava proprio il mezzo («a metà») dei sette mesi che ebbero inizio alla prima delusione il 19 aprile 1844 e terminarono il 22 ottobre dello stesso anno.
“Nell’estate del 1844, a metà strada tra il tempo in cui si era dapprima ritenuto che i 2300 giorni dovessero terminare e l’autunno dello stesso anno, al quale in seguito si scoprì che essi si estendevano, il messaggio fu proclamato con le precise parole della Scrittura: ‘Ecco, lo Sposo viene!’” Il gran conflitto, 398.
Il 21 luglio 1844 cadeva a metà dei sette mesi sacri, e in quella data Samuel Snow si trovava al Tabernacolo di Boston a presentare il suo messaggio del Grido di Mezzanotte. Là, per la prima volta in una presentazione pubblica, egli «proclamò con le stesse parole della Scrittura: “Ecco, lo Sposo viene!”». Noi ora, simbolicamente, stiamo con Ezechiele nel Tabernacolo di Boston, poco prima che l’elevazione dei messaggeri del grido di mezzanotte si diffonda come un’onda di marea. Il processo profetico dell’innalzamento dell’insegna è rappresentato nella linea profetica dell’Islam in Apocalisse capitolo nove. Ezechiele capitolo quattro fornisce il secondo testimone e la conclusione di quella profezia di trecentonovantuno anni e quindici giorni, e lo fa nel capitolo quattro.
Continueremo queste cose nel prossimo articolo.