E dal tempo in cui il sacrificio quotidiano sarà tolto, e sarà eretta l’abominazione della desolazione, vi saranno milleduecentonovanta giorni. Daniele 12:11.
Dal 22 ottobre 1844, l’applicazione del tempo profetico non è più una corretta applicazione della profezia per coloro che desiderino dispensare rettamente la parola della verità. Il periodo di 1290 anni nel versetto undicesimo dev’essere applicato come un periodo simbolico dopo il 1844, e l’applicazione dopo il 1844, ossia un periodo privo degli elementi di «tempo», deve conservare la comprensione fondamentale della verità, così come era compresa prima del 1844. Il 1290 rappresenta un periodo di 30, seguito da 1260. La comprensione anteriore al 1844 era che i trent’anni dal 508 al 538 rappresentavano un periodo di preparazione perché l’anticristo iniziasse a regnare dal 538 al 1798.
La transizione di 30 anni è l’argomento trattato da Paolo in 2 Tessalonicesi. Paolo non include alcun riferimento all’elemento del «tempo», ma identifica le caratteristiche profetiche del paganesimo che, in quei trent’anni, cede il passo al papalismo. Allora ebbe inizio il dominio papale. La comprensione storica, in assenza di qualsiasi elemento temporale, identifica la transizione dal quarto regno della profezia biblica al quinto regno, seguita dal primo di due bagni di sangue papali, prefigurando così la transizione del sesto regno all’unione triplice del dragone, della bestia e del falso profeta e il secondo bagno di sangue papale.
La preparazione di trent’anni, seguita da un periodo profetico, è un simbolo primario del patto di Dio con un popolo eletto. La transizione dei due poteri nel corso dei trent’anni, seguita poi da 1260 anni di persecuzione, si allinea con i trent’anni di preparazione di Cristo, seguiti da 1260 giorni di salvezza. I trent’anni di preparazione dell’anticristo costituirono una contraffazione dei trent’anni di preparazione di Cristo. La fine dei trent’anni identifica o il conferimento di potenza a Cristo al Suo battesimo, oppure il conferimento di potenza all’anticristo nel 538. Il conferimento di potenza all’anticristo provenne dal sostegno economico e militare che venne dal regno precedente, e la potenza effusa su Cristo provenne dal regno precedente che Egli aveva lasciato trent’anni prima.
L’interruzione tra i due periodi è contrassegnata da un conferimento di potenza, e la separazione tra i due periodi presentati da Abram e da Paolo si riconosce mediante un semplice confronto. Nella distinzione di trent’anni di Abram e Paolo, il periodo di preparazione era costituito dai primi trent’anni, rappresentanti il processo del patto, il quale diede facoltà ai discendenti di Abram di adempiere la profezia della schiavitù in Egitto. I quattrocentotrent’anni presentano un’ulteriore divisione simbolica, poiché, se correttamente applicati, i primi duecentoquindici anni sono rappresentati dal rappresentante di Dio e dal Faraone. Infatti, per Giuseppe e per i primi 215 anni vi fu il buon Faraone, e per Mosè e per i secondi 215 anni vi fu il cattivo Faraone.
Quella divisione identifica due periodi di quattro generazioni. Le prime quattro generazioni possono essere sovrapposte alle seconde quattro generazioni, linea su linea, e così facendo Giuseppe e Mosè, un alfa e omega profetico, interagiscono con un Faraone alfa buono e un Faraone omega cattivo. Da questo esame parallelo si può ricavare grande luce, ma io mi limito semplicemente a rilevare che la predizione di Abramo riguardo alla quarta generazione identifica due testimoni delle quattro generazioni nei 430 anni. La duplice rappresentazione di quattro generazioni si trova nelle genealogie di Genesi quattro e cinque. Quando consideriamo Caino e Set quali inizio dell’elencazione delle linee di sangue, troviamo che vi sono otto generazioni da Set a Noè, e che, quando vengono divise nel mezzo, vi è una rappresentazione di due periodi di quattro generazioni. Ciò è riconosciuto nelle linee di otto generazioni sia di Set sia di Caino.
Le genealogie nei capitoli quattro e cinque sono presentate con la conclusione delle linee, che è Noè. Noè è il simbolo del patto di Dio con l’umanità, come rappresentato dall’arcobaleno. Abram è il simbolo del patto di Dio con un popolo eletto, come rappresentato dalla circoncisione. Questi due patti sono sempre legati insieme, e Genesi undici, dove troviamo la torre di Babele subito dopo il diluvio di Noè, è il luogo in cui viene esposta la genealogia che conduce ad Abram. In quel passo si tratta di dieci generazioni, non di otto. Nel passo che conduce ad Abram e nel passo che conduce a Noè sono rappresentati il patto noachico e il patto abramitico.
Nel passo del capitolo undicesimo che si rivolge a un popolo eletto troviamo che due di quelle generazioni sono cariche di grande luce.
Eber visse trentaquattro anni e generò Peleg; e, dopo aver generato Peleg, Eber visse quattrocentotrenta anni, e generò figli e figlie. E Peleg visse trent’anni e generò Reu. Genesi 11:16–19.
Il riferimento a Eber è il primo riferimento alla parola ebraica che viene infine identificata come la parola ebraica «Ebreo». Nella genealogia di un popolo eletto, uno dei dieci discendenti è chiamato Ebreo, che è il nome con cui il popolo eletto doveva essere conosciuto. In tre versetti Eber e Peleg sono usati per segnare la distinzione della razza ebraica eletta. Eber significa «attraversamento» o «colui che attraversa» ed è la radice della parola «Ebreo». Abramo è un simbolo di coloro che passano da Babilonia alla Terra Promessa. «Peleg» significa «divisione» o «separazione», come si riferisce in Genesi 10:25, dove ci viene detto che ai giorni di Peleg la «terra fu divisa».
Eber e Peleg rappresentano una divisione profetica per coloro che desiderano dispensare rettamente la parola della verità. La genealogia di Noè produsse due linee di otto, che rappresentavano due serie di quattro generazioni, come pure i 430 anni in Egitto. La genealogia di Genesi undici è rappresentata da dieci, non da otto, poiché è la genealogia di un popolo eletto. Il popolo eletto è diviso in due gruppi di cinque, allineandosi così con la parabola delle dieci vergini, che è la parabola del popolo di Dio legato al patto.
In quella genealogia del popolo eletto, il nome di Peleg e il suo adempimento storico rappresentano una divisione di due classi di vergini sagge o stolte, proprio nel punto della storia biblica in cui la terra era stata divisa alla torre di Babele. Nella lista di dieci, Peleg è il numero cinque, poiché questo è il centro di dieci. Eber l’Ebreo, tipificato da Abram, rappresenta una vergine stolta che attraversa e diventa una vergine saggia, quando le due classi sono divise al grido di mezzanotte. Eber, il primo Ebreo nel nome, rappresenta Abram, il primo Ebreo per patto. Quando il Signore chiamò Abram fuori da Babilonia, ciò tipificava il messaggio del grido di mezzanotte, che è il conferimento di potenza al secondo angelo, il quale chiama uomini e donne fuori da Babilonia.
La parabola delle dieci vergini è rappresentata mediante Eber e Peleg, i quali rappresentano una chiamata a uscire, immediatamente prima che la linea di demarcazione di Peleg chiuda la porta della grazia. Nella relazione profetica, Eber visse 430 anni dopo Peleg, il quale poi visse 30 anni. Il primo passo del triplice patto di Abramo era rappresentato da Eber e Peleg. Abramo, come Eber e Peleg, quale linea di demarcazione fra due classi. L’aggiunta di Paolo alla profezia di Abramo è l’aggiunta di Peleg alla profezia di Eber. Eber proclamò 400 anni, ma Peleg identificò 430 anni. Peleg pertanto rappresentava Paolo, e l’aggiunta da parte di Paolo di 30 anni ai 400 anni, e il ministero di Paolo consisteva nell’identificare il Peleg della profezia biblica. Il «Peleg» della profezia biblica che Paolo identificò rappresentava la divisione della nazione da letterale a spirituale.
Da Sem a Peleg vi sono cinque discendenti, e da Reu ad Abram cinque.
Egli disse ad Abram: «Sappi per certo che la tua discendenza sarà straniera in un paese non suo, e là sarà ridotta in servitù; e quelli la opprimeranno per quattrocento anni». Genesi 15:13.
Or le promesse furono fatte ad Abraamo e alla sua discendenza. Non dice: «e alle discendenze», come se si trattasse di molte; ma come di una sola: «e alla tua discendenza», che è Cristo. Or io dico questo: il patto, precedentemente confermato da Dio in Cristo, non può essere annullato dalla legge, sopraggiunta quattrocentotrent’anni dopo, così da rendere inefficace la promessa. Poiché, se l’eredità viene dalla legge, non viene più dalla promessa; ma Dio la concesse ad Abraamo mediante promessa. Galati 3:16–18.
Trent’anni di età
Gesù aveva trent’anni quando iniziò il Suo ministero.
E Gesù stesso, quando cominciò il suo ministero, aveva circa trent’anni, essendo, come si supponeva, figlio di Giuseppe, figlio di Eli. Luca 3:23.
Giuseppe cominciò a servire il faraone in Egitto quando aveva trent’anni.
Or Giuseppe aveva trent’anni quando comparve davanti al faraone, re d’Egitto. E Giuseppe si allontanò dalla presenza del faraone e percorse tutto il paese d’Egitto. Genesi 41:46.
Il profeta Ezechiele aveva trent’anni quando iniziò il suo ministero, e il suo ministero durò ventidue anni.
Or avvenne, nel trentesimo anno, nel quarto mese, il quinto giorno del mese, mentre mi trovavo fra i deportati presso il fiume Chebar, che i cieli si aprirono, e io ebbi visioni di Dio. Ezechiele 1:1.
Ezechiele presenta nei suoi scritti più riferimenti storici di qualsiasi altro profeta. Negli scritti di Ezechiele vi sono tredici riferimenti diretti a date accertabili e, senza saperlo, gli studiosi e gli storici biblici confermano che il suo ministero si estese per ventidue anni, benché non sappiano che ventidue è un simbolo dei centoquarantaquattromila.
Il re Davide aveva trent’anni quando cominciò a regnare, e regnò per quarant’anni.
Davide aveva trent’anni quando cominciò a regnare, e regnò quarant’anni. A Hebron regnò su Giuda sette anni e sei mesi; e a Gerusalemme regnò trentatré anni su tutto Israele e Giuda. 2 Samuele 5:4, 5.
Il regno di quarant’anni di Davide è un numero simbolico, e il periodo di 40 è come i 430 anni di Abramo e di Paolo, poiché i 40 anni sono divisi in due parti (7 anni e mezzo e 33 anni). I due periodi del regno quarantennale di Davide presentano un ulteriore enigma profetico, poiché un’altra testimonianza biblica registra quei due periodi come sette anni e trentatré anni. Che cosa rappresentano i sei mesi aggiuntivi nel Secondo libro di Samuele, e in che modo 7,5 e 33 fanno 40? Vi è una sovrapposizione di sei mesi che deve rappresentare una verità profetica.
E i giorni nei quali Davide regnò sopra Israele furono quaranta anni: sette anni regnò in Ebron, e trentatré anni regnò in Gerusalemme. 1 Re 2:11.
Il 22 è un numero simbolico che rappresenta l’unione della Divinità con l’umanità, e il ministero di Ezechiele durò ventidue anni. I quattordici anni di Giuseppe sono divisi in due periodi di sette anni, la settimana del patto di Cristo è divisa in due periodi uguali di 1260 giorni, e il regno di quaranta anni di Davide è suddiviso in due periodi, con un simbolo aggiuntivo che collega i due periodi.
Gesù è il Profeta, il Sacerdote e il Re. Negli ultimi giorni Egli eleverà la Sua chiesa trionfante come un vessillo, e quella chiesa è rappresentata da Cristo, il profeta, sacerdote e re che ha unito la Sua Divinità con gli uomini, rappresentati da Ezechiele il profeta, Giuseppe il sacerdote e Davide il re. I quattro simboli rappresentano tre uomini illustri nella fornace che era stata riscaldata sette volte oltre il normale, e poi apparve il quarto, ed Egli era simile al figlio di Dio. Tutto il mondo era rappresentato alla celebrazione dell’immagine d’oro di Nebucadnetsar, ed essi tutti videro la chiesa trionfante composta da un profeta umano, un sacerdote umano e un re umano, sostenuti dalla quarta Persona divina.
«Satana ha reso il mondo suo prigioniero. Egli ha introdotto un sabato idolatrico, attribuendogli apparentemente grande importanza. Ha sottratto l’omaggio del mondo cristiano al Sabato del Signore per rivolgerlo a questo sabato idolatrico. Il mondo si inchina davanti a una tradizione, a un comandamento di fattura umana. Come Nebucadnetsar innalzò la sua immagine d’oro nella pianura di Dura, ed elevò così se stesso, così Satana esalta se stesso in questo falso sabato, per il quale ha usurpato l’insegna del cielo». Review and Herald, 8 marzo 1898.
Il numero quattro
A livello profetico, quaranta è una decima dei quattrocento di Abramo, e quattro è una decima di quaranta. Qualsiasi caratteristica profetica che si trovi nel numero quattro deve accordarsi con il simbolismo di quaranta, il quale, a sua volta, deve accordarsi con il simbolismo di quattrocento. Nel contesto, quattro rappresenta spesso ciò che è «mondiale», secondo un’accezione ben nota, ma rappresenta anche «una progressione» e, in alcuni contesti, una «distruzione progressiva».
Le prime quattro delle sette trombe rappresentano la progressiva distruzione di Roma occidentale. Roma orientale, a Costantinopoli, finì nella sottomissione ai quattro sultani ottomani. Precetto dopo precetto, Roma orientale e occidentale si disgregarono progressivamente nel corso di quattro periodi, rappresentati da quattro trombe, mentre al tempo stesso venivano abbattute dall’Islam della quinta e della sesta tromba. Insieme, le due linee identificano la caduta di Roma nel corso di quattro generazioni di trombe, mentre una guerra in intensificazione con l’Islam conduce al definitivo tracollo, quando i quattro sultani dell’Islam assumono la supremazia sul regno. La storia dell’occidente e dell’oriente ebbe inizio con la divisione dell’Impero da parte di Costantino nel 330.
Le quattro trombe della Roma occidentale iniziano nel 330, e la quinta e la sesta tromba rappresentano il potere che abbatte la Roma orientale, una Roma orientale che pure ebbe inizio nel 330. Sia la Roma orientale sia la Roma occidentale contribuirono all’opera di collocare il potere papale sul trono della terra nel 538; pertanto, le due linee, occidentale e orientale, prefigurano le due corna degli Stati Uniti, che ricollocano il potere papale sul trono alla legge domenicale. La Roma occidentale è il simbolo dell’ecclesiasticismo nella relazione profetica, e la Roma orientale è il simbolo dell’arte di governo civile.
Nella storia della caduta di Roma occidentale e di Roma orientale è esposta la storia della Roma papale. Cominciando con la chiesa dei discepoli, rappresentata da Efeso, le prime tre chiese conducono alla quarta chiesa, che è il papato dal 538 fino al 1798. In Apocalisse tredici, il papato è identificato come regnante per 42 mesi, dopo che la sua ferita mortale del 1798 viene guarita alla legge domenicale. «Il tempo non sarà più» dopo il 1844, dunque i quarantadue mesi sono un simbolo del periodo di persecuzione dalla legge domenicale fino a quando Michele si leverà. I pionieri compresero che le chiese, i sigilli e le trombe rappresentavano tre linee di storia che scorrono parallele l’una all’altra. Sovrapporre la testimonianza profetica di Roma occidentale alla linea di Roma orientale e alla linea di Roma papale non è un’applicazione profetica impiegata dai Milleriti, ma questa tecnica non contraddice alcuna delle loro comprensioni stabilite.
Precetto dopo precetto, le prime quattro trombe devono essere sovrapposte alla storia rappresentata dalla quinta e dalla sesta tromba, e quindi alla linea delle prime tre chiese che conduce al periodo della persecuzione papale rappresentato dalla quarta chiesa. Quattro trombe sulla prima linea, quattro sultani sulla seconda linea e quattro chiese sulla terza linea. Il numero «quattro» rappresenta ciò che è mondiale, ma rappresenta anche una distruzione progressiva di un potere civile o religioso. Ciò che esso rappresenta è determinato dal contesto.
Con la legge domenicale il potere papale viene restaurato. La prima volta che il papato fu investito di potere vi fu un periodo di preparazione di trent’anni. Nelle prime quattro chiese, la quarta chiesa è il papato, e la prima chiesa erano i discepoli, rappresentati da Efeso. Le prime tre generazioni della chiesa cristiana condussero alla quarta chiesa di Tiatiri, rappresentata da Jezebel. Quando si giunge a Tiatiri, nel 538, fu promulgata una legge domenicale al Concilio di Orléans, identificando così la legge domenicale negli Stati Uniti, quando la ferita mortale del 1798 sarà guarita.
La storia dal 1798 fino alla legge domenicale negli Stati Uniti è rappresentata dalle prime quattro chiese. La quarta chiesa, Tiatira, è la legge domenicale, e la persecuzione papale che ne segue. La prima chiesa, Efeso, la chiesa che perdette il suo primo amore, giunse alla conclusione della distruzione progressiva in quattro fasi, alla legge domenicale di Tiatira. La generazione che conduce alla legge domenicale di Tiatira è la terza generazione di Pergamo. Tiatira rappresenta la legge domenicale fino alla chiusura della grazia, e Pergamo rappresenta il compromesso della terza generazione che prepara la via a Tiatira. La terza generazione di Pergamo, e il compromesso che essa rappresenta, si adempì per la prima volta al tempo di Costantino, il quale promulgò la primissima legge domenicale nel 321. Gli Stati Uniti ebbero inizio come l’agnello di Efeso, ma quando rimettono Tiatira sul trono, parlano come un dragone.
La distruzione progressiva degli Stati Uniti è rappresentata dalle prime quattro chiese dell’Apocalisse. La distruzione progressiva del sesto regno della profezia biblica avviene nel corso di quattro generazioni che conducono alla legge domenicale, nella quale la bestia della terra parla come un dragone. L’ultima generazione è rappresentata dal dragone, che è un rettile, come nel Giardino dell’Eden, e per questa ragione sia Giovanni Battista sia Gesù chiamarono l’ultima generazione dell’antico Israele «una generazione di vipere».
La quarta e ultima generazione è o la «generazione eletta», che rappresenta i centoquarantaquattromila, oppure la sua controparte, la generazione di vipere. Una classe ha formato l’immagine di Cristo, l’altra l’immagine della bestia — il serpente. La generazione di vipere è presentata direttamente, quattro volte, nella Parola di Dio. Il contesto di ciascun riferimento è diverso.
Ma quando vide molti dei Farisei e dei Sadducei venire al suo battesimo, disse loro: Razza di vipere, chi vi ha avvertiti di fuggire dall’ira a venire? Matteo 3:7.
Se la “razza di vipere” fosse semplicemente un insieme di osservazioni dispregiative rivolte a un paio di sette di persone che Giovanni non gradiva, allora non vi sarebbe nulla da dire riguardo all’espressione. Ma ogni parola è sacra nella Parola di Dio, perciò Giovanni stava attribuendo ai Sadducei e ai Farisei una designazione specifica. Tale designazione è definita profeticamente dal contesto del passo in cui essa è espressa. Nel passo Giovanni è identificato mentre compie il suo ministero, poi i Sadducei e i Farisei entrano nella narrazione. Nei versetti iniziali Giovanni è identificato come la “voce nel deserto” di Isaia.
In quei giorni apparve Giovanni Battista, predicando nel deserto della Giudea e dicendo: «Ravvedetevi, perché il regno dei cieli è vicino».
Poiché questi è colui del quale parlò il profeta Isaia, dicendo,
Voce di uno che grida nel deserto: «Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri».
E lo stesso Giovanni aveva una veste di pelo di cammello e una cintura di cuoio attorno ai lombi; e il suo cibo era locuste e miele selvatico.
Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la regione intorno al Giordano accorrevano a lui, ed erano da lui battezzati nel Giordano, confessando i loro peccati. Ma vedendo molti dei Farisei e dei Sadducei venire al suo battesimo, disse loro: Razza di vipere, chi vi ha avvertiti di fuggire dall’ira a venire? Matteo 3:2–7.
L’ultima generazione dell’antico Israele è definita «una razza di vipere» da un profeta venuto dal deserto. Giovanni è il profeta che adempì il ruolo del messaggero di Malachia, il quale preparò la via per il Messaggero del Patto, ed era altresì la voce nel deserto identificata da Isaia.
Se consideriamo le “foglie” come un simbolo, scopriamo che esse rappresentano la “professione”. Il primo riferimento si trova in Adamo ed Eva, che coprirono la loro ingiustizia con foglie di fico. In precedenza avevano indossato la veste di luce, la veste di giustizia; ma quando essa venne meno, si resero conto di essere nudi Laodicesi, che pensano che tutto ciò di cui hanno bisogno sia nascondersi dietro le “foglie della professione”, e che così tutto andrà bene. Più avanti nel passo, Giovanni parla direttamente contro i Giudei laodicesi che confidavano nel lignaggio di Abraamo per essere salvati, poiché la loro presunzione non era altro che le vuote foglie della professione. Le vesti di una persona rappresentano ciò che essa è.
Gli alberi sono un simbolo degli uomini e dei regni, e il frutto, il ramo, il seme, il suolo, l’acqua, la radice e, ovviamente, le foglie rappresentano tutti specifici simboli profetici in sé e per sé; ma ciascuna di queste verità è collegata agli altri simboli rappresentati nelle varie linee di profezia che impiegano i simboli profetici che concorrono a formare un “albero”. Naturalmente, il primo simbolismo profetico di un albero è che esso rappresenta una prova di vita o di morte.
Il messaggio di Giovanni è rappresentato dalle vesti che indossava e dal cibo che mangiava. Il cibo profetico, come la manna all’inizio dell’antico Israele, o il Pane del Cielo alla fine, deve essere mangiato. Il cibo rappresenta un messaggio profetico di prova che deve essere mangiato, poiché esso è la carne di Cristo e il Suo sangue. Le vesti che Giovanni indossava e il cibo che mangiava identificano il messaggio e il messaggero che prepararono la via a Cristo. Giovanni è figura dell’ultimo messaggero che prepara la via a Cristo, il quale è il Messaggero del Patto che viene improvvisamente al Suo tempio al tempo della legge domenicale. Quando ciò avverrà, le vergini stolte, che sono anche Laodicesi e zizzanie, rappresenteranno la quarta e ultima generazione di coloro che professano di essere il legittimo popolo del patto di Abramo, proprio come facevano i Farisei e i Sadducei al tempo in cui Giovanni apparve dal deserto.
Giovanni portava un vestito di pelo di cammello e una cintura di cuoio che comprendeva un’imbracatura, come quelle che gli animali da lavoro hanno con un giogo. Egli si nutriva, e perciò il suo messaggio era composto di locuste, simbolo principale dell’Islam nelle Scritture, e mescolava il suo messaggio sull’Islam con il miele.
E la casa d’Israele lo chiamò Manna; esso era simile al seme di coriandolo, bianco; e il suo sapore era come di focacce al miele. Esodo 16:31.
La manna è un simbolo della Parola di Dio, e aveva il sapore del miele, che i profeti identificano come il sapore del messaggio che sono rappresentati mentre mangiano. Giovanni portò il messaggio dell’Islam, rappresentato dalle locuste, e una cintura di cuoio di cammello e peli di cammello. Le locuste e il cammello sono entrambi simboli dell’Islam. Quel messaggio dell’Islam era mescolato con l’illuminazione della Parola di Dio, rappresentata come «miele».
Allora Gionatan disse: «Mio padre ha messo in agitazione il paese; vedete, vi prego, come i miei occhi si sono illuminati, perché ho assaggiato un poco di questo miele». 1 Samuele 14:29.
Giovanni non rappresentava semplicemente un messaggio dell’Islam, ma venne dal deserto, come pure Elia, e Giovanni non mangiò miele, bensì miele selvatico, poiché egli, come pure Cristo, non fu istruito nelle istituzioni del suo tempo, che avevano il proprio miele di un messaggio, rappresentato dal lievito dei Farisei e dei Sadducei. Giovanni mangiò miele dal deserto, poiché fu istruito dallo Spirito Santo al di fuori delle istituzioni religiose del suo tempo. La tipica cintura di quel periodo conteneva un meccanismo a cerniera al quale una persona legava il proprio indumento di peli di cammello. La cerniera rappresenta Giovanni, il quale fu il punto di svolta dal santuario terreno a quello celeste.
«Il profeta Giovanni fu l’anello di congiunzione tra le due dispensazioni. Come rappresentante di Dio, egli si fece avanti per mostrare la relazione della legge e dei profeti con la dispensazione cristiana. Egli era la luce minore, che doveva essere seguita da una maggiore. La mente di Giovanni era illuminata dallo Spirito Santo, affinché potesse diffondere luce sul suo popolo; ma nessun’altra luce ha mai brillato né mai brillerà così chiaramente sull’uomo decaduto come quella che emanava dall’insegnamento e dall’esempio di Gesù. Cristo e la Sua missione erano stati compresi solo oscuramente, come prefigurati nei sacrifici simbolici. Persino Giovanni non aveva compreso pienamente la vita futura e immortale mediante il Salvatore». The Desire of Ages, 220.
La veste-cerniera di Giovanni viene introdotta proprio nel punto del battesimo di Cristo, che fu il punto di svolta, rappresentato dal luogo in cui Giovanni battezzava. Quel luogo si chiamava Bethabara, che significa «guado di traghetto», ed è precisamente il luogo in cui l’antico Israele entrò nella Terra Promessa uscendo dal deserto, proprio come aveva fatto Giovanni.
Naturalmente, il movimento dei centoquarantaquattromila è ciò che Giovanni sta rappresentando, ma stiamo semplicemente facendo notare che, quando Gesù fu battezzato, quella era la generazione che Egli e Giovanni chiamarono la «generazione di vipere». Gesù venne per magnificare la legge dei Dieci Comandamenti di Dio, ed Egli ispirò ogni parola della Bibbia; perciò, quando definisce la generazione finale dell’antico Israele una generazione di vipere, sa perfettamente che il secondo comandamento identifica il giudizio che si compie nella terza e nella quarta generazione.
La terza e la quarta generazione rappresentano un giudizio progressivo che termina nella quarta generazione, la quale è la generazione di vipere. Il battesimo di Cristo è figura dell’11 settembre. La generazione laodicense degli Avventisti del Settimo Giorno si trova nella sua generazione finale sin da quel tempo. Il messaggio di Giovanni ai Farisei e ai Sadducei era il messaggio allaodicense.
Ma quando vide molti dei Farisei e dei Sadducei venire al suo battesimo, disse loro,
Razza di vipere, chi vi ha avvertiti di fuggire dall’ira a venire?
Fate dunque frutti degni del ravvedimento; e non pensate di dire dentro di voi: Abbiamo Abrahamo per padre:
poiché io vi dico che Dio può da queste pietre suscitare figli ad Abrahamo.
E ora anche la scure è posta alla radice degli alberi; ogni albero dunque che non porta buon frutto è tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo bensì con acqua, a ravvedimento; ma colui che viene dopo di me è più potente di me, e io non sono degno di portargli i calzari; egli vi battezzerà con lo Spirito Santo e con il fuoco. Egli ha in mano il suo ventilabro e ripulirà interamente la sua aia, e raccoglierà il suo grano nel granaio; ma arderà la pula con fuoco inestinguibile.
Allora Gesù venne dalla Galilea al Giordano da Giovanni per essere da lui battezzato. Matteo 3:7–13.
Gesù venne dalla Galilea, che simboleggia un punto di svolta in accordo con il cardine della cintura di Giovanni e con il significato di Bethabara. L’opera di Giovanni, volta a preparare la via, era allora passata all’opera di Cristo di confermare il patto. I trent’anni di preparazione erano terminati e cominciavano i tre anni e mezzo prima e dopo la croce.
Il messaggio di Giovanni fu un avvertimento dell’ira imminente nella distruzione di Gerusalemme, una distruzione che rappresenta anche la fine del mondo e le sette ultime piaghe. Quel messaggio di avvertimento fu posto nel contesto dell’Islam e fu proclamato da un uomo che non solo adempié il messaggero di Malachia che prepara la via e la voce nel deserto di Isaia, ma anche il messaggio di Elia, poiché l’abbigliamento di Giovanni era parallelo a quello di Elia, come pure il messaggio di Giovanni era parallelo a quello di Elia.
Ed egli disse loro: Com’era l’uomo che vi è venuto incontro e vi ha detto queste parole? Ed essi gli risposero: Era un uomo peloso, cinto intorno ai lombi di una cintura di cuoio. Ed egli disse: È Elia il Tisbita. 2 Re 1:7, 8.
Se essi dovessero chiedere di Giovanni, e non di Elia, «che specie d’uomo era costui?», verrebbe loro risposto: «Era un uomo vestito di pelo, e cinto ai lombi con una cintura di cuoio». L’intero ministero di sei mesi di Giovanni è rappresentato nel passo in cui l’ultima e quarta generazione viene specificamente identificata e definita. Il messaggio di Laodicea rivolto a loro attacca direttamente la pretesa di essere il popolo del patto di Dio; li avverte dell’ira imminente, illustrata da una scure che colpisce le radici degli alberi. Il messaggio comprendeva che Cristo avrebbe portato a compimento il processo di prova che era iniziato con Giovanni. Più avanti, in Matteo, anche Gesù chiama i Giudei «razza di vipere», e riprende il pensiero del tema di Giovanni circa l’abbattimento di un albero, spiegandone il motivo.
O fate l’albero buono e buono il suo frutto, oppure fate l’albero cattivo e cattivo il suo frutto; perché l’albero si conosce dal suo frutto. Razza di vipere, come potete voi, essendo malvagi, dire cose buone? Poiché dall’abbondanza del cuore la bocca parla. L’uomo buono dal buon tesoro del cuore trae fuori cose buone; e l’uomo malvagio dal cattivo tesoro trae fuori cose malvagie. Or io vi dico che, di ogni parola oziosa che gli uomini avranno detta, renderanno conto nel giorno del giudizio. Poiché dalle tue parole sarai giustificato, e dalle tue parole sarai condannato. Matteo 12:33–37.
Il giorno del giudizio, secondo il secondo comandamento, è nella quarta generazione. Il giudizio si basa sul messaggio che pronunciamo, e quel messaggio procede dai nostri cuori. È il messaggio che pronunciamo a identificare se siamo la «generazione eletta» di Pietro oppure una «razza di vipere». Entrambe le classi si manifestano alla conclusione di un processo di prova nel quale Cristo, come l’uomo con la scopa, pulisce il Suo pavimento. Come per l’olio nella parabola delle dieci vergini, il messaggio è rappresentato o da un cuore malvagio o da un cuore buono. Il riferimento di Cristo aggiunge che questa razza di vipere, che è la quarta e ultima generazione, cerca un segno, e l’unico segno che sarebbe stato loro dato era il segno di Giona.
Allora alcuni degli scribi e dei Farisei presero a dirgli: Maestro, vorremmo vedere da te un segno. Ma egli, rispondendo, disse loro: Una generazione malvagia e adultera chiede un segno; e non le sarà dato alcun segno, se non il segno del profeta Giona. Poiché, come Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre della balena, così il Figlio dell’uomo starà tre giorni e tre notti nel cuore della terra. I Niniviti sorgeranno nel giudizio con questa generazione e la condanneranno; perché essi si ravvidero alla predicazione di Giona; ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona. La regina del mezzogiorno sorgerà nel giudizio con questa generazione e la condannerà; perché ella venne dalle estremità della terra per udire la sapienza di Salomone; ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone. Matteo 12:38–42.
Cristo si riferì ai Giudei come a una generazione di vipere, ed Egli usa illustrazioni di giudizio quali il messaggio di Giona e il messaggio della sapienza di Salomone. Gesù sta identificando, per mezzo del contesto e con due testimoni, che la generazione di vipere è la quarta generazione, poiché è nella quarta generazione che il giudizio si compie.
I centoquarantaquattromila sono il vessillo, o il segno degli ultimi giorni, così come lo sono la legge di Dio e il Sabato. Il segno di Giona è il segno della risurrezione, che per i Giudei ai giorni di Cristo era il Suo battesimo, quando lo Spirito Santo discese, rappresentato come una colomba. Giona significa «colomba». Giona, Giovanni il Rivelatore, Daniele, Giuseppe e Lazzaro rappresentano i centoquarantaquattromila, che risuscitano dall’essere morti sulla strada per tre giorni e mezzo. A quel punto devono passare da Laodicesi a Filadelfiesi, divenendo così l’ottavo che è dei sette. Giona rappresenta il battesimo, poiché fu gettato nell’acqua e morì simbolicamente quando fu inghiottito dalla balena. In seguito fu risuscitato, come lo fu Giovanni, quando fu tratto fuori dall’olio bollente, e come lo fu Daniele quando fu tratto fuori dalla fossa dei leoni, e come lo fu Giuseppe, quando fu tratto fuori dalla cisterna, come lo fu Lazzaro, il miracolo del suggellamento al tempo di Cristo. I Giudei non riuscivano a vedere il segno di Giona, come rappresentato dalla risurrezione di Cristo, più chiaramente di quanto l’Avventismo veda il segno dell’11 settembre, che è il segno di Giona.
Continueremo questi argomenti nel prossimo articolo.
«Il peso dell’ammonimento che ora deve giungere al popolo di Dio, vicino e lontano, è il messaggio del terzo angelo. E coloro che cercano di comprendere questo messaggio non saranno guidati dal Signore ad applicare la Parola in modo tale da scalzare il fondamento e rimuovere i pilastri della fede che ha fatto degli Avventisti del Settimo Giorno ciò che essi sono oggi. Le verità che si sono dispiegate nel loro ordine, mentre avanzavamo lungo la linea della profezia rivelata nella Parola di Dio, sono verità, verità sacre, verità eterne ancora oggi. Coloro che in passato hanno ripercorso il terreno, passo dopo passo, nella storia della nostra esperienza, vedendo la catena della verità nelle profezie, furono preparati ad accettare e a ubbidire a ogni raggio di luce. Essi pregavano, digiunavano, investigavano, scavando alla ricerca della verità come di tesori nascosti, e sappiamo che lo Spirito Santo ci ammaestrava e ci guidava. Furono avanzate molte teorie che avevano una parvenza di verità, ma erano così mescolate con Scritture mal interpretate e mal applicate, da condurre a errori pericolosi. Sappiamo molto bene come ogni punto della verità sia stato stabilito, e il suggello vi sia stato posto sopra dallo Spirito Santo di Dio. E per tutto il tempo si udivano voci: “Ecco la verità”, “Io ho la verità; seguitemi”. Ma vennero gli ammonimenti: “Non andate dietro a loro. Io non li ho mandati, ma essi sono corsi”. (Vedi Geremia 23:21.)»
«La guida del Signore era manifesta, e sommamente meravigliose erano le Sue rivelazioni di ciò che è verità. Punto dopo punto fu stabilito dal Signore Dio del cielo. Ciò che allora era verità, è verità anche oggi. Ma le voci non cessano di farsi udire: “Questa è verità. Io ho nuova luce”. Ma queste nuove luci nelle linee profetiche si manifestano nell’errata applicazione della Parola e nel lasciare il popolo di Dio alla deriva, senza un’ancora che lo trattenga. Se lo studente della Parola prendesse le verità che Dio ha rivelato nella guida del Suo popolo, e se ne appropriasse, le assimilasse e le introducesse nella propria vita pratica, allora sarebbe un canale vivente di luce. Ma coloro che si sono messi a studiare nuove teorie hanno una mescolanza di verità ed errore combinati; e, dopo aver cercato di dare risalto a queste cose, hanno dimostrato di non aver acceso il loro piccolo lume dall’altare divino, ed esso si è spento nelle tenebre». Selected Messages, libro 2, 103, 104.