Stiamo affrontando sei linee di controversia profetica che si sono verificate nella storia dell’Avventismo dal 1798 fino ai giorni nostri.
«Nella storia e nella profezia la Parola di Dio rappresenta il lungo e continuo conflitto tra la verità e l’errore. Quel conflitto è tuttora in corso. Le cose che sono state si ripeteranno. Antiche controversie saranno ravvivate, e nuove teorie sorgeranno continuamente. Ma il popolo di Dio, che nella propria fede e nell’adempimento della profezia ha avuto una parte nella proclamazione dei messaggi del primo, del secondo e del terzo angelo, sa dove sta. Esso possiede un’esperienza più preziosa dell’oro fino. Deve rimanere saldo come una roccia, mantenendo ferma sino alla fine la sua iniziale fiducia.» Selected Messages, libro 2, 109.
L’articolo precedente ha trattato la prima e l’ultima controversia riguardante il potere romano, e ora prenderemo in esame la controversia che ebbe luogo tra Uriah Smith e James White. Uriah Smith inserì la sua propria «interpretazione privata» nel versetto trentasei.
“VERSO 36. E il re agirà secondo la sua volontà; s’innalzerà e si magnificherà al di sopra di ogni dio, e pronunzierà cose straordinarie contro il Dio degli dèi, e prospererà finché l’indignazione sia compiuta; poiché ciò che è stato determinato sarà fatto.
«Il re qui introdotto non può denotare la stessa potenza che è stata menzionata per ultima; vale a dire, il potere papale; poiché le specificazioni non risulteranno appropriate se applicate a quella potenza». Uriah Smith, Daniel and the Revelation, 292.
Smith riconobbe che il potere nel versetto precedente era «la Roma papale», ma sostiene che le caratteristiche del versetto trentasei non siano caratteristiche profetiche che identifichino la Roma papale. Tale affermazione è falsa. Si dovrebbe ricordare che, nella ribellione del 1863, i sette tempi di Levitico capitolo ventisei furono messi da parte, e pertanto fu respinta la rappresentazione dei sette tempi di entrambe le tavole di Abacuc. Sia il grafico del 1843 sia quello del 1850 illustrano i sette tempi proprio al centro dei grafici, ed entrambe le illustrazioni collocano la croce al centro della linea dei sette tempi. Quando nel 1856 giunse la nuova luce dei sette tempi e in seguito fu respinta, ciò segnò un rigetto delle due tavole di Abacuc, e anche dell’autorità dello Spirito di Profezia, il quale identifica così chiaramente che entrambi i grafici furono diretti da Dio.
Secondo Sorella White, l’ultimo inganno di Satana consiste nel rendere inefficace la testimonianza dello Spirito di Dio; e qui il primo inganno fu di rendere inefficace la testimonianza dello Spirito di Dio, e rappresentò altresì un simultaneo rigetto delle verità fondamentali contenute nei due grafici, e più specificamente dei sette tempi.
Alla ribellione del 1863, fu nientemeno che Uriah Smith a produrre la carta contraffatta del 1863, la quale rimosse la linea dei sette tempi. Entro il 1863 Uriah Smith aveva chiuso gli occhi alla luce dei sette tempi, e non era in grado di vedere che vi sono due «indignazioni» che Daniele identifica. Le due indignazioni rappresentano i sette tempi contro il regno settentrionale d’Israele e il regno meridionale di Giuda. La prima, contro le dieci tribù del nord, ebbe inizio nel 723 a.C. e terminò nel 1798, e la seconda ebbe inizio nel 677 a.C. e terminò nel 1844.
Gabriele venne da Daniele, nel capitolo otto, per spiegare la visione della marah e, in relazione alla sua opera, fornì una seconda testimonianza a favore del 1844. I duemilatrecento anni di Daniele capitolo otto terminarono nel 1844, ma nello stesso anno terminò anche l’ultima delle due indignazioni contro i regni del nord e del sud.
Ed egli disse: Ecco, io ti farò conoscere ciò che avverrà alla fine dell’indignazione; perché, al tempo stabilito, verrà la fine. Daniele 8:19.
L’ultimo termine presuppone un primo termine. L’ultima delle due indignazioni, che è semplicemente un’altra espressione dei sette tempi, terminò nel 1844, e la prima indignazione terminò nel 1798. Il versetto che Smith sosteneva non contenesse alcuna specificazione del potere papale identificava l’anno in cui il papato avrebbe ricevuto la sua ferita mortale.
E il re agirà secondo la sua volontà; si innalzerà e si magnificherà al di sopra di ogni dio, e proferirà cose straordinarie contro il Dio degli dèi, e prospererà finché l’indignazione sia compiuta; poiché ciò che è stato determinato sarà fatto. Daniele 11:36.
«Il re» del versetto trentasei «prospererà finché l’indignazione sia compiuta». Si noti ciò che Smith scrive a proposito di Daniele, capitolo otto, versetti ventitré e ventiquattro, nello stesso libro in cui afferma che il potere papale non possiede gli attributi corretti per adempiere il versetto trentasei.
«VERSO 23. E nell’ultimo tempo del loro regno, quando i trasgressori saranno giunti al colmo, sorgerà un re dall’aspetto feroce, esperto in enigmi oscuri. 24. E la sua potenza sarà grande, ma non per la propria forza; ed egli compirà devastazioni straordinarie, prospererà e agirà, e distruggerà i potenti e il popolo dei santi. 25. E per la sua astuzia farà prosperare l’inganno nella sua mano; si magnificherà nel suo cuore e, con la pace, distruggerà molti; si leverà anche contro il Principe dei principi, ma sarà infranto senza intervento di mano umana.
«Questa potenza subentra alle quattro divisioni del regno del capro nell’ultima fase del loro regno, cioè verso la conclusione della loro carriera. Essa è, naturalmente, la stessa del piccolo corno del versetto 9 e seguenti. Applicatela a Roma, come esposto nelle osservazioni sul versetto 9, e tutto risulta armonioso e chiaro.
“‘Un re dall’aspetto fiero.’ Mosè, nel predire il castigo che sarebbe venuto sui Giudei da questa stessa potenza, la chiama ‘una nazione dall’aspetto fiero’. Deut. 28:49, 50. Nessun popolo presentava in assetto di guerra un aspetto più formidabile dei Romani. ‘Che intende enigmi.’ Mosè, nel passo della Scrittura testé menzionato, dice: ‘Di cui non intenderai la lingua’. Questo non si sarebbe potuto dire dei Babilonesi, dei Persiani o dei Greci, in riferimento ai Giudei; poiché le lingue caldea e greca erano usate in Palestina, in misura maggiore o minore. Non così, invece, per il latino.
«Quando i trasgressori saranno giunti al colmo». In tutto il corso del racconto si mantiene in vista il legame tra il popolo di Dio e i suoi oppressori. Fu a motivo delle trasgressioni del suo popolo che essi furono venduti in cattività. E la loro perseveranza nel peccato attirò una punizione più severa. In nessun tempo i Giudei, come nazione, furono moralmente più corrotti che nel tempo in cui vennero sotto la giurisdizione dei Romani.
“«Potente, ma non per la propria forza». Il successo dei Romani fu dovuto in gran parte all’aiuto dei loro alleati e alle divisioni tra i loro nemici, delle quali essi furono sempre pronti ad approfittare. Anche la Roma papale fu potente per mezzo dei poteri secolari sui quali esercitava il controllo spirituale.
«Egli distruggerà in modo meraviglioso». Il Signore disse ai Giudei, per mezzo del profeta Ezechiele, che li avrebbe dati in mano a uomini «abili nel distruggere»; e la strage di un milione e centomila Giudei nella distruzione di Gerusalemme ad opera dell’esercito romano fu una terribile conferma delle parole del profeta. E Roma, nella sua seconda fase, ossia quella papale, fu responsabile della morte di cinquanta milioni di martiri.
«E per la sua astuzia farà prosperare l’inganno nella sua mano». Roma si è distinta al di sopra di tutte le altre potenze per una politica di astuzia, mediante la quale ridusse le nazioni sotto il suo controllo. Questo è vero sia della Roma pagana sia della Roma papale. E così, mediante la pace, distrusse molti.
«E Roma, infine, nella persona di uno dei suoi governatori, si levò contro il Principe dei principi, pronunciando la sentenza di morte contro Gesù Cristo. “Ma sarà infranto senza mano”, espressione che identifica la distruzione di questa potenza con il colpire l’immagine del capitolo 2.» Uriah Smith, Daniel and the Revelation, 202–204.
Smith, per due volte nel passo, rileva che le caratteristiche profetiche della Roma pagana e di quella papale sono intercambiabili, poiché esse non sono che la manifestazione di Roma nelle sue due fasi, come il miscuglio di ferro e argilla in Daniele capitolo due, che la Sorella White identifica come simboli di arte ecclesiastica e arte politica. Quando Daniele identifica, nei versetti ai quali Smith si riferisce, che Roma “prospererà e agirà”, e che Roma “farà prosperare l’astuzia nella sua mano”, Smith sostiene che nel versetto trentasei il “re” che “prospererà finché l’indignazione sia compiuta” identifica una caratteristica profetica sia della Roma pagana sia di quella papale. Poi afferma che nessuna delle caratteristiche di Roma nel versetto trentasei si riferisce al potere papale.
Abbiamo fatto riferimento a Smith nel sostenere l’identificazione di Roma come i briganti che stabiliscono la visione, e una delle quattro caratteristiche profetiche nel versetto quattordici è che Roma si innalza.
In quei tempi molti insorgeranno contro il re del mezzogiorno; anche i violenti del tuo popolo si eleveranno per adempiere la visione; ma cadranno. Daniele 11:14.
Smith sostiene che le caratteristiche del re nel versetto trentasei non si accordino con il potere papale, sebbene in precedenza abbia sostenuto che fosse Roma, nel versetto quattordici, a innalzare se stessa. Eppure il re nel versetto trentasei “si innalzerà”. Quel medesimo re nel versetto trentasei “proferirà cose inaudite contro il Dio degli dèi”. In Daniele il potere papale “proferirà parole arroganti contro l’Altissimo”, e nel libro dell’Apocalisse il potere papale bestemmia contro l’Altissimo.
E gli fu data una bocca che proferiva grandi cose e bestemmie; e gli fu dato potere di agire per quarantadue mesi. Ed egli aprì la sua bocca in bestemmia contro Dio, per bestemmiare il suo nome, il suo tabernacolo e quelli che abitano nel cielo. Apocalisse 13:5, 6.
Ogni specificazione profetica del potere papale è identificata nel versetto trentasei.
E il re agirà secondo la sua volontà; si innalzerà e si magnificherà al di sopra di ogni dio, e proferirà cose straordinarie contro il Dio degli dèi, e prospererà finché l’indignazione sia compiuta; poiché ciò che è stato determinato sarà fatto. Daniele 11:36.
I commentatori umani sono molte volte inaffidabili, ma molti commentatori avventisti rendono testimonianza all’ovvia verità che era il versetto trentasei quello che l’apostolo Paolo stava parafrasando in Seconda Tessalonicesi, quando trattò dell’uomo del peccato.
Nessuno v’inganni in alcuna maniera; poiché quel giorno non verrà se prima non sia venuta l’apostasia e non sia stato manifestato l’uomo del peccato, il figlio della perdizione, il quale si oppone e s’innalza sopra tutto ciò che è chiamato Dio o oggetto di culto; fino al punto da porsi a sedere nel tempio di Dio come Dio, mostrando se stesso e proclamando d’essere Dio. 2 Tessalonicesi 2:2, 3.
Il versetto trentasei dichiara che «egli si innalzerà e si magnificherà al di sopra di ogni dio», e Paolo afferma: «sia manifestato quell’uomo del peccato, il figlio della perdizione; il quale si oppone e s’innalza sopra tutto ciò che è chiamato Dio o oggetto di culto». È evidente che Smith non aveva alcuna autorità profetica per sostenere che il re del versetto trentasei fosse diverso dal re di cui si parla nei versetti che precedono il versetto trentasei. Dal punto di vista grammaticale non aveva alcuna giustificazione per la sua errata applicazione, e la sua pretesa di aver agito così perché il versetto trentasei non possiede alcuna caratteristica del potere papale costituiva una distorsione della Scrittura nel tentativo di stabilire un’interpretazione privata.
Abbiamo pure la parola profetica resa più salda; e fate bene a prestarle attenzione, come a una lampada che splende in un luogo oscuro, finché spunti il giorno e la stella mattutina sorga nei vostri cuori; sapendo prima di tutto questo: che nessuna profezia della Scrittura è soggetta a particolare interpretazione. Poiché la profezia non fu mai recata in antico dalla volontà dell’uomo; ma dei santi uomini di Dio parlarono, sospinti dallo Spirito Santo. 2 Pietro 1:19–21.
Nel corso degli anni dell’Avventismo laodiceo vi sono stati molti teologi, pastori e autori avventisti che hanno affrontato la questione se ritengano corretta oppure errata l’applicazione di Smith. Un pastore australiano, Louis Were, da lungo tempo defunto, trascorse la maggior parte del suo ministero opponendosi al falso modello profetico di Smith. La ragione della sua opposizione non era semplicemente che Smith identificasse infine il re che giunge alla sua fine nel versetto quarantacinque come la Turchia, ma anche che l’impianto di Smith produceva un’applicazione errata di Armageddon. Negli anni Ottanta, o pressappoco in quel periodo, un autore avventista scrisse un libro intitolato Adventists and Armageddon, Have we Misunderstood Prophecy? Il nome dell’autore è Donald Mansell, e il libro è ancora disponibile.
Mansell ripercorre la storia che portò alla Prima guerra mondiale e alla Seconda guerra mondiale, mostrando che, quando si vide avvicinarsi entrambe quelle guerre, gli evangelisti avventisti cominciarono a impiegare la falsa applicazione di Smith del marciare della Turchia verso la Gerusalemme letterale come segno di Armageddon e della fine del mondo. Egli dimostra, mediante i registri dei membri di chiesa, che, con l’avvicinarsi di ciascuna delle guerre, molte anime furono accolte tra i membri della chiesa avventista, sulla base dell’enfasi profetica degli evangelisti derivata dalla concezione errata di Smith riguardo ad Armageddon.
Quando l’una o l’altra guerra finì e le previsioni errate non si adempirono, la chiesa perse più membri di quanti ne avesse guadagnati grazie al modello profetico elaborato da Smith.
Per il fatto che Smith respinse il messaggio fondamentale dei Milleriti e si mostrò disposto a promuovere la sua interpretazione privata dei versetti trentasei a quarantacinque di Daniele, la sua logica produsse un modello profetico fondato sugli avvenimenti contemporanei.
Nel dibattito tra Smith e James White riguardo al re che giunge alla sua fine nell’ultimo versetto di Daniele undici, James White presentò una logica che rappresentava sinteticamente il vacillante fondamento profetico di Smith. White insegnò che «la profezia produce la storia, ma la storia non produce la profezia».
Gli evangelisti dell’Avventismo che operarono prima di entrambe le guerre si servirono dello sviluppo della storia per presentare il modello profetico imperfetto di Smith riguardo ad Armageddon, e la loro opera, che sembrò così benedetta nel periodo che precedette le guerre, produsse una perdita netta quando si dimostrò che il modello profetico era basato su un’interpretazione privata.
Guardatevi dai falsi profeti, i quali vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci. Li riconoscerete dai loro frutti. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai cardi? Così, ogni albero buono fa frutti buoni; ma l’albero cattivo fa frutti cattivi. Un albero buono non può fare frutti cattivi, né un albero cattivo fare frutti buoni. Ogni albero che non fa buon frutto è tagliato e gettato nel fuoco. Perciò li riconoscerete dai loro frutti. Matteo 7:15–20.
La disponibilità di Smith a promuovere un modello profetico privato del re nel versetto trentasei portò anche al frutto di un’errata applicazione della Sesta Piaga e di Armageddon.
E il sesto angelo versò la sua coppa sul gran fiume Eufrate; e l’acqua di esso si prosciugò, affinché fosse preparata la via ai re dell’oriente. E vidi uscire dalla bocca del dragone, dalla bocca della bestia e dalla bocca del falso profeta tre spiriti immondi, simili a rane. Poiché essi sono spiriti di demòni, che operano prodigi, e vanno ai re della terra e di tutto il mondo, per radunarli alla battaglia di quel gran giorno dell’Iddio Onnipotente. Ecco, io vengo come un ladro. Beato chi veglia e custodisce le sue vesti, affinché non cammini nudo e non si veda la sua vergogna. Ed egli li radunò nel luogo che in ebraico si chiama Armageddon. Apocalisse 16:12–16.
Come abbiamo già rilevato, la sesta piaga sopraggiunge dopo la chiusura del tempo di grazia per l’umanità; pertanto, l’ammonimento che invita a custodire le proprie vesti deve riferirsi a una questione di prova che si manifesta prima che Michele si levi, che il tempo di grazia per l’umanità si chiuda e che abbia inizio la prima piaga. La sesta piaga identifica le attività del dragone, della bestia e del falso profeta, i quali costituiscono la triplice unione che si forma in concomitanza con l’imminente legge domenicale. Quella triplice unione è la Roma moderna, e il simbolo che identifica e stabilisce la triplice unione della Roma moderna sono i «ladroni del tuo popolo», i quali «si innalzeranno per stabilire la visione» e «cadranno».
L’avvertimento della sesta piaga, quando è compreso, consente a un’anima di custodire le proprie vesti; ma, se viene rigettato, lascia un’anima nuda, il che costituisce uno dei cinque attributi di un laodiceo. Il simbolo che stabilisce tale avvertimento è costituito dai briganti del tuo popolo, che si innalzano e alla fine cadono. Salomone disse che, se il popolo di Dio non ha quella visione, perisce.
Senza visione, il popolo perisce; ma beato è colui che osserva la legge. Proverbi 29:18.
La parola ebraica «perire» significa «rendere nudo», e Giovanni scrisse: «Beato colui che veglia e custodisce le sue vesti, affinché non cammini nudo e non si veda la sua vergogna». Smith si sbagliava riguardo al Re del Nord, e quel falso fondamento profetico gli permise di sviluppare un’applicazione profetica che, se accettata, produce nudità, la quale è un simbolo dei Laodicesi, che sono vomitati dalla bocca del Signore.
Smith non ebbe alcuna difficoltà a sostenere la sua nuova falsa identificazione del re del nord contro James White, il marito della profetessa. Gli storici avventisti, e Sister White, trattano il loro celebre dissenso. Ellen White rimproverò sia suo marito sia Smith per aver permesso che la loro divergenza di opinioni su chi fosse rappresentato dal re del nord in Daniele undici fosse resa di dominio pubblico. Nella primissima pubblicazione avventista successiva alla Grande Delusione del 1844, James White scrisse:
“Che Gesù si sia alzato, abbia chiuso la porta, e sia venuto all’Antico dei giorni, per ricevere il suo regno, al 7° mese del 1844, io lo credo pienamente. Vedi Luca 13:25; Matteo 25:10; Daniele 7:13,14. Ma il levarsi di Michele, Daniele 12:1, sembra essere un altro evento, per un altro scopo. Il suo alzarsi nel 1844 fu per chiudere la porta, e venire al Padre suo, per ricevere il suo regno e il potere di regnare; ma il levarsi di Michele è per manifestare il suo potere regale, che egli già possiede, nella distruzione degli empi e nella liberazione del suo popolo. Michele deve levarsi nel tempo in cui l’ultima potenza nel capitolo 11 giunge alla sua fine, senza che vi sia alcuno che lo aiuti. Questa potenza è l’ultima che calpesta la vera chiesa di Dio: e poiché la vera chiesa è ancora calpestata e rigettata da tutta la cristianità, ne consegue che l’ultima potenza oppressiva non è ‘giunta alla sua fine’; e Michele non si è levato. Quest’ultima potenza che calpesta i santi è presentata in Apocalisse 13:11-18. Il suo numero è 666.” James White, A Word to the Little Flock, 8.
Quando Smith introdusse la sua cosiddetta «nuova luce» sul tema dell’«ultima potenza in Daniele capitolo undici», James White considerò l’applicazione di Smith non come nuova luce, bensì come un attacco contro le fondamenta. La controversia su Roma quale re del nord in Daniele undici, che ebbe luogo tra Uriah Smith e James White, possiede attributi specifici che, quali studenti di profezia, dobbiamo mettere in relazione con le altre controversie della storia avventista riguardanti il simbolo di Roma.
Uno di quegli attributi è l’introduzione di un’interpretazione privata. Un altro attributo è che l’applicazione dell’interpretazione privata richiede uno stravolgimento della semplice grammatica, poiché Smith non solo ignorò che ogni attributo profetico nel versetto trentasei si riferisce a Roma, ma ignorò anche che la struttura grammaticale esige che il re del versetto trentasei debba essere lo stesso re rappresentato nel passo precedente.
Un altro è che l’interpretazione privata costituiva un rigetto di verità fondamentali. Un altro è che essa rappresenta un rigetto dell’autorità dello Spirito di Profezia. Un’altra caratteristica è che la prima idea errata riguardante Roma condurrà a un modello profetico che non permette a una persona di conservare le proprie vesti mentre si avvicina la chiusura del tempo di grazia per l’umanità. Un altro era la disponibilità a promuovere pubblicamente la propria interpretazione privata. Un altro è che l’interpretazione privata viene invariabilmente identificata come nuova luce. Tutti questi attributi sono rappresentati nell’attuale discussione dei «predoni del tuo popolo».
Quando l’ultima controversia di Roma, che fu prefigurata dalla prima controversia di Roma nell’identificare i «ladroni del tuo popolo», viene messa in relazione con la linea profetica della controversia di Uriah Smith e James White, vedremo che una classe edificherà il proprio modello profetico su un’interpretazione privata, la quale rigetta la verità fondamentale.
Il rigetto delle verità fondamentali rappresenta automaticamente un rigetto dell’autorità dello Spirito di Profezia, che difende con tanta fermezza quelle verità fondamentali. Quella categoria sarà anche disposta a presentare pubblicamente la propria posizione, indipendentemente da qualsiasi preoccupazione che possa essere sollevata riguardo all’impatto che tale insegnamento potrebbe avere sul popolo di Dio in tutto il mondo.
Subito dopo il 1844, nella prima generazione dell’Avventismo, fu introdotta un’altra controversia riguardante Roma. Tale controversia continuò a essere dibattuta, finché la falsa interpretazione fu accettata nella terza generazione dell’Avventismo. Considereremo la controversia del «continuo» come la quarta di sei linee che stiamo ora esaminando nel modello di linea su linea.
Ma prima di affrontare la quarta linea delle controversie di Roma, è necessario ricordare che, nell’articolo precedente, quando stavamo trattando il versetto dieci di Daniele capitolo undici, abbiamo dichiarato: «Anche il versetto dieci collega direttamente i “sette tempi” di Levitico ventisei alla storia nascosta, ma questa linea di verità è al di fuori di ciò che qui stiamo esponendo.»
Uriah Smith fu il principale nel rigettare i sette tempi nel 1863. Egli aveva respinto l’aumento di conoscenza su quell’argomento che era stato presentato negli articoli in materia, redatti da Hiram Edson e pubblicati nella Review nel 1856. Le implicazioni del fatto che Smith fosse associato a un movimento che presentò i sette tempi, ma che in seguito rigettò un aumento di conoscenza proprio su quel medesimo soggetto, esulano anch’esse dal tema delle caratteristiche dell’introduzione, da parte di Smith, di quella che egli sosteneva fosse nuova luce sul tema del re del nord; ma quando concluderemo la nostra panoramica della linea delle controversie avventiste su Roma, torneremo sia al significato del versetto dieci del capitolo undicesimo di Daniele, sia anche a ciò che è rappresentato dal rigetto, da parte di Smith, del messaggio di Laodicea che giunse nel 1856 con l’aumento di conoscenza sui sette tempi.
“La nostra fede riguardo ai messaggi del primo, del secondo e del terzo angelo era corretta. I grandi punti di riferimento che abbiamo oltrepassato sono incrollabili. Benché le schiere dell’inferno possano tentare di strapparli dalle loro fondamenta e trionfare al pensiero di esserci riuscite, tuttavia non vi riescono. Questi pilastri della verità stanno saldi come i colli eterni, immobili dinanzi a tutti gli sforzi degli uomini uniti a quelli di Satana e delle sue schiere. Possiamo imparare molto, e dovremmo investigare costantemente le Scritture per vedere se queste cose stanno così.” Evangelism, 223.
«Le grandi pietre miliari della verità, che ci mostrano il nostro orientamento nella storia profetica, devono essere custodite con ogni cura, affinché non siano abbattute e sostituite con teorie che recherebbero confusione anziché vera luce». Messaggi scelti, libro 2, 101, 102.
«In questo tempo saranno compiuti molti sforzi per scuotere la nostra fede riguardo alla questione del santuario; ma non dobbiamo vacillare. Non si deve spostare neppure uno spillo dalle fondamenta della nostra fede. La verità è ancora verità. Coloro che diventano incerti andranno alla deriva verso teorie erronee e finiranno infine per trovarsi increduli riguardo alle prove passate che abbiamo ricevuto di ciò che è verità. Gli antichi punti di riferimento devono essere preservati, affinché non perdiamo il nostro orientamento». Manuscript Releases, volume 1, 55