L’ultima visione di Daniele consiste negli ultimi tre capitoli. Il primo di quei capitoli, come pure l’ultimo di quei tre capitoli, identifica l’esperienza di Daniele, e il capitolo centrale identifica la storia profetica che tratta dell’ascesa e della caduta finali del re contraffatto del nord. Il primo capitolo è come l’ultimo, e il capitolo centrale rappresenta la ribellione del re contraffatto del nord. L’ultima visione di Daniele, la visione del fiume Hiddekel, reca la firma dell’Alfa e dell’Omega, che è la Verità. Nel cominciare a trattare l’ultima visione di Daniele, inizieremo dal versetto uno.
Nel terzo anno di Ciro, re di Persia, una cosa fu rivelata a Daniele, il cui nome era Beltsazzar; e la cosa era vera, ma il tempo fissato era lungo; ed egli comprese la cosa e ebbe intelligenza della visione. Daniele 10:1.
In questo versetto sono racchiuse diverse verità. La prima è il nome di Daniele, «Belteshazzar».
Ai quali il capo degli eunuchi impose dei nomi: a Daniele impose il nome di Belteshazzar; ad Hananiah, di Shadrach; a Mishael, di Meshach; e ad Azariah, di Abednego. Daniele 1:7.
A Daniele fu dato il nome di «Belteshazzar» nel capitolo uno, e non viene mai più identificato come «Belteshazzar» fino all’introduzione della sua ultima visione. Belteshazzar è dunque il suo nome nella sua prima e nella sua ultima testimonianza. Il cambiamento di un nome nella profezia rappresenta un simbolo della relazione di patto tra Dio e il Suo popolo. Quando il Signore entrò in patto con Abram e Sarai, cambiò i loro nomi in Abraham e Sarah. Egli cambiò il nome di Jacob in Israel, e promette di dare al Suo popolo del patto degli ultimi giorni un nuovo nome.
Per amor di Sion io non tacerò, e per amor di Gerusalemme non avrò riposo, finché la sua giustizia non risplenda come splendore, e la sua salvezza come una lampada ardente. E le nazioni vedranno la tua giustizia, e tutti i re la tua gloria; e sarai chiamata con un nome nuovo, che la bocca del Signore designerà. Isaia 61:1, 2.
Ai Filadelfi, che sono i centoquarantaquattromila degli ultimi giorni, Egli fa anche questa promessa.
Chi vince, io lo farò una colonna nel tempio del mio Dio, ed egli non ne uscirà mai più; e scriverò su di lui il nome del mio Dio, e il nome della città del mio Dio, che è la nuova Gerusalemme, la quale discende dal cielo da presso il mio Dio; e scriverò su di lui il mio nuovo nome. Chi ha orecchio, ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese. Apocalisse 3:12, 13.
I profeti raffigurano il popolo di Dio degli ultimi giorni e, a differenza di Abraham, Sarah e Israel, il significato preciso di Belteshazzar è sconosciuto. Il nome che Dio dà al Suo popolo degli ultimi giorni per rappresentare la Sua relazione di alleanza è un nome sconosciuto fino al tempo in cui Egli dà loro il nome. Il nome Belteshazzar identifica Daniel come il popolo di Dio dell’alleanza di Filadelfia negli ultimi giorni, ma il nome effettivo è nascosto fino al suggellamento, poiché il nome è scritto sulle loro fronti, che è anche il luogo in cui è scritto il sigillo.
Poi guardai, ed ecco l’Agnello in piedi sul monte Sion, e con lui centoquarantaquattromila persone che avevano scritto sulla fronte il nome di suo Padre. Apocalisse 14:1.
Daniele è chiamato Beltsatsar nel capitolo uno e poi nel capitolo dieci, identificando così se stesso come simbolo del movimento del primo angelo e del movimento del terzo angelo; infatti il capitolo uno rappresenta il messaggio del primo angelo, come già identificato in dettaglio negli articoli precedenti. Il capitolo dieci, pertanto, rappresenta il movimento del terzo angelo e il popolo del patto degli ultimi giorni. Il versetto identifica quindi Beltsatsar come simbolo di coloro che comprendono l’aumento della conoscenza che fu dischiuso nel movimento di riforma iniziato nel 1989. Ciò è rappresentato dall’enfasi posta su ciò che Daniele (Beltsatsar) sapeva.
Daniele è identificato come colui che conosceva la «cosa» che «fu rivelata a Daniele», «e la cosa era vera, ma il tempo stabilito era lungo; ed egli comprese la cosa, ed ebbe intelligenza della visione». Daniele comprese la «cosa» e anche «la visione». La parola ebraica «dabar» è tradotta nel versetto con «cosa», e significa «parola». Profeticamente la «parola» rappresenta sia la visione dei «sette tempi», ma rappresenta anche Cristo, che è la Parola. Sia i «sette tempi» sia Cristo sono la Roccia che i costruttori hanno rigettato, e Daniele rappresenta un popolo che comprende entrambi gli elementi del simbolismo della Parola.
In Daniele, capitolo nove, versetto ventitré, troviamo uno dei versetti più importanti connessi con le profezie temporali dei duemilatrecento anni e dei duemilacinquecentoventi anni, che sono rappresentate dalla domanda di Daniele, capitolo otto, versetto tredici, e dalla risposta al versetto quattordici. La domanda chiede: «Fino a quando durerà la visione del “chazon” che identifica il calpestamento del santuario e dell’esercito, compiuto prima dal paganesimo e poi dal papalismo?» Il calpestamento durò duemilacinquecentoventi anni, in adempimento dei «sette tempi» di Levitico ventisei.
La risposta alla domanda del versetto tredici fu: fino a duemilatrecento anni; allora il santuario che è stato calpestato sarà purificato, e la visione del “mareh” dei duemilatrecento anni collega fra loro le due profezie di tempo; e nel versetto ventitré di Daniele nove, Gabriele conduce Daniele a comprendere la relazione tra le due visioni.
All’inizio delle tue suppliche è uscita la parola, e io sono venuto per fartela conoscere; poiché tu sei grandemente amato: intendi dunque la parola, e considera la visione. Daniele 9:23.
La parola tradotta nel versetto sia come «comprendere» sia come «considerare» è il termine ebraico «biyn», e significa «separare mentalmente». Gabriele informa Daniele di operare una separazione mentale tra «la cosa» e «la visione». La «visione» nel versetto è il termine ebraico «mareh», ed è la visione dei duemilatrecento anni che si concluse il 22 ottobre 1844. La parola ebraica tradotta come «cosa» è la stessa parola tradotta come «parola» nel versetto uno del capitolo dieci. È il termine ebraico «dabar», e rappresenta la visione dei duemilacinquecentoventi anni che pure si concluse il 22 ottobre 1844.
Nel versetto uno del capitolo dieci, il popolo del patto di Dio degli ultimi giorni è rappresentato da Beltsatsar, ed esso ha compreso l’aumento della conoscenza che giunse al tempo della fine nel 1989, il quale gli permise di comprendere il collegamento delle due visioni, che i Milleriti del movimento del primo angelo compresero solo parzialmente. Nel versetto, la visione rappresentata come la “cosa” è identificata come la più lunga delle due profezie, poiché, inserita tra i due riferimenti nel versetto alla “cosa”, Daniele identifica che il tempo fissato per la “cosa” (il dabar) era “lungo”, in relazione alla visione (mareh).
Nel terzo anno di Ciro, re di Persia, fu rivelata una cosa a Daniele, il cui nome era Beltsatsar; e la cosa era vera, ma il tempo fissato era lungo; ed egli comprese la cosa e ebbe intelligenza della visione. Daniele 10:1.
La sottile verità che i “sette tempi” costituiscono la più lunga profezia di tempo proclamata dai Milleriti è negata dall’Avventismo laodiceano, sulla base di un passo che essi stravolgono a loro propria perdizione. Respingendo i “sette tempi” nella ribellione del 1863, essi non scorgono la relazione fra le due profezie, e possono soltanto, o vogliono soltanto, vedere nel passo seguente l’identificazione dei duemilatrecento anni.
«L’esperienza dei discepoli che predicarono il “vangelo del regno” al primo avvento di Cristo ebbe il suo corrispettivo nell’esperienza di coloro che proclamarono il messaggio del suo secondo avvento. Come i discepoli andarono predicando: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino”, così Miller e i suoi collaboratori proclamarono che il più lungo e ultimo periodo profetico presentato nella Bibbia stava per giungere al termine, che il giudizio era vicino e che il regno eterno stava per essere instaurato. La predicazione dei discepoli riguardo al tempo si basava sulle settanta settimane di Daniele 9. Il messaggio dato da Miller e dai suoi collaboratori annunciava la conclusione dei 2300 giorni di Daniele 8:14, dei quali le settanta settimane costituiscono una parte. La predicazione di ciascuno si fondava sull’adempimento di una diversa porzione del medesimo grande periodo profetico». The Great Controversy, 351.
Non perdete la logica intrinseca di quest’ultimo passo. L’Avventismo laodiceano non insegna al mondo che i Milleriti pensavano che il santuario da purificare fosse il santuario celeste, poiché essi, e chiunque voglia esaminare il resoconto storico, sanno che i Milleriti credevano che il santuario da purificare fosse la terra. Il passo che l’Avventismo laodiceano stravolge a propria perdizione è: «così Miller e i suoi collaboratori proclamarono che il più lungo e ultimo periodo profetico presentato nella Bibbia stava per giungere alla sua scadenza», sul quale essi insistono affermando che si tratti dei duemilatrecento anni di Daniele capitolo otto, versetto quattordici.
Gli stessi libri di storia dell’Avventismo attestano che tutti i trecento predicatori Milleriti usarono nelle loro presentazioni la carta pionieristica del 1843, ed è assolutamente chiaro, sulla carta e nel resto della testimonianza storica, che i “sette tempi” (duemilacinquecentoventi anni) erano la profezia da loro identificata come il “più lungo e ultimo periodo profetico”, che stava “per scadere”. A motivo della loro ribellione del 1863, quando rigettarono la pietra angolare dei “sette tempi”, ora insistono ciecamente che la Sorella White stia riscrivendo la storia già stabilita nel passo de Il gran conflitto.
Nel versetto uno del capitolo dieci di Daniele, Beltsazzar rappresenta il popolo di Dio degli ultimi giorni, ed essi comprendono sia la domanda sia la risposta di Daniele capitolo otto, versetti tredici e quattordici, che la Sorella White identifica come il fondamento e il pilastro centrale della fede avventista. La raffigurazione che Daniele rappresenta nel versetto segna una distinzione tra il popolo del patto di Dio degli ultimi giorni e l’avventismo laodicense, poiché essi sono coloro che comprendono l’aumento della conoscenza nel 1989.
Nel terzo anno di Ciro, re di Persia, una parola fu rivelata a Daniele, il cui nome era Beltsazzar; e la parola era verace, ma il tempo stabilito era lungo; ed egli comprese la parola e ebbe intelligenza della visione. Daniele 10:1.
Il versetto uno costituisce l’inizio della visione data presso il fiume Hiddekel, che si conclude al capitolo dodici. È là che troviamo la deseillatura del libro di Daniele al tempo della fine; pertanto, la rappresentazione di Daniele che comprende sia la «cosa» sia la «visione» è collegata a coloro che comprendono e che sono identificati come i «saggi», in contrasto con coloro che non comprendono e che sono identificati come «empi». Nel versetto dieci del capitolo dodici è rappresentata la distinzione tra le due classi.
Molti saranno purificati, resi bianchi e provati; ma gli empi agiranno empiamente; e nessuno degli empi comprenderà; ma i saggi comprenderanno. Daniele 12:10.
I «savi» comprendono, e gli empi non comprendono, e la parola tradotta con «comprendere» è la stessa parola che abbiamo individuato nel versetto ventitré del capitolo nove. È la parola ebraica «biyn», che significa separare mentalmente. Gli empi non comprendono l’aumento della conoscenza, poiché non sono disposti a operare la separazione mentale delle due visioni, che sono le verità che Beltsatsar è identificato come comprendente nel versetto uno, quando è identificato come Beltsatsar invece che come Daniele. Nel versetto uno egli è identificato come il popolo del patto di Dio degli ultimi giorni, ed è identificato come coloro che comprendono le due visioni, tra le quali il popolo di Dio deve operare una distinzione mentale. Gesù illustra la fine di una cosa mediante l’inizio di una cosa, e nel capitolo dodici i savi sono coloro che comprendono la profezia dei duemilatrecento anni, e il suo rapporto diretto con la profezia di tempo «la più lunga e ultima», che è quella dei duemilacinquecentoventi anni.
Continueremo il nostro studio dell’ultima visione di Daniele nel prossimo articolo.
Il mio popolo perisce per mancanza di conoscenza; poiché tu hai rigettato la conoscenza, anch’io rigetterò te, perché tu non sia più sacerdote per me; poiché hai dimenticato la legge del tuo Dio, anch’io dimenticherò i tuoi figli. Osea 4:6.
Anche voi, come pietre viventi, siete edificati quale casa spirituale, un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali, accettevoli a Dio per mezzo di Gesù Cristo. Perciò anche nella Scrittura è contenuto questo: Ecco, io pongo in Sion una pietra angolare, eletta, preziosa; e chi crede in lui non sarà affatto confuso. Per voi dunque che credete egli è prezioso; ma per quelli che sono disubbidienti, la pietra che gli edificatori hanno rigettata è divenuta la pietra angolare, e una pietra d’inciampo e un sasso d’intoppo; essi infatti inciampano nella parola, essendo disubbidienti; e a questo sono stati anche destinati. Ma voi siete una stirpe eletta, un real sacerdozio, una nazione santa, un popolo acquistato, affinché proclamiate le virtù di colui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua meravigliosa luce; voi che un tempo non eravate un popolo, ma ora siete il popolo di Dio; voi che non avevate ottenuto misericordia, ma ora avete ottenuto misericordia. 1 Pietro 2:5–10.
E considerate che la longanimità del nostro Signore è salvezza; come anche il nostro diletto fratello Paolo, secondo la sapienza che gli è stata data, vi ha scritto; così pure in tutte le sue epistole, parlando in esse di queste cose; nelle quali vi sono alcune cose difficili a intendersi, che gli ignoranti e gli instabili travisano, come fanno anche con le altre Scritture, a loro propria perdizione. Voi dunque, diletti, sapendo queste cose in anticipo, guardatevi, affinché anche voi, trascinati dall’errore degli empi, non abbiate a scadere dalla vostra fermezza. 2 Pietro 3:15–17.
Ricorda loro queste cose, scongiurandoli davanti al Signore che non facciano dispute di parole, le quali non giovano a nulla, ma servono alla rovina di chi ascolta. Sforzati di presentarti approvato davanti a Dio, come un operaio che non abbia di che vergognarsi, che dispensa rettamente la parola della verità. Ma evita i discorsi profani e vani, perché condurranno a una sempre maggiore empietà. 2 Timoteo 2:14–16.