Nel terzo anno di Ciro, re di Persia, una parola fu rivelata a Daniele, il cui nome era Belteshazzar; e la parola era verace, ma il tempo stabilito era lungo; ed egli comprese la parola e ricevette intelligenza della visione. In quei giorni io, Daniele, feci cordoglio per tre settimane intere. Non mangiai alcun pane prelibato, né carne né vino entrarono nella mia bocca, e non mi unsi affatto, finché furono compiute tre settimane intere. E il ventiquattresimo giorno del primo mese, mentre mi trovavo sulla sponda del gran fiume, che è Hiddekel. Daniele 10:1–4.

Durante i simbolici tre giorni e mezzo di Apocalisse capitolo undici, quando i due testimoni giacciono morti nella strada, una «cosa» viene rivelata a Belteshazzar. Egli aveva già compreso la «visione» (mareh), poiché nel capitolo nove Gabriele era già venuto e gli aveva dato intelligenza della visione.

Sì, mentre parlavo ancora in preghiera, l’uomo Gabriele, che avevo visto nella visione al principio, volando rapidamente, mi toccò verso l’ora dell’oblazione della sera. Ed egli m’istruì, parlò con me e disse: O Daniele, ora sono venuto per darti intendimento e intelligenza. Al principio delle tue supplicazioni è uscita la parola, e io sono venuto per fartela conoscere; poiché tu sei grandemente amato: perciò intendi la parola e considera la visione. Daniele 9:21–23.

L’«uomo Gabriele, che» Daniele «aveva visto nella visione al principio», si riferisce al «chazon», la visione della storia profetica, la quale concerneva l’interpretazione da parte di Gabriele della visione dei regni della profezia biblica per Daniele nel capitolo otto. Ma la «visione» che Daniele doveva allora considerare nel capitolo nove era il «mareh», la visione dell’apparizione. Gabriele fornisce poi a Daniele la suddivisione storica della profezia dei duemilatrecento anni.

Il capitolo nove si adempì nel primo anno di Dario. Quando Beltsatsar afferma di aver «compreso la visione», nel «terzo anno di Ciro», egli aveva compreso la visione del «mareh» da due anni. Ciò che Beltsatsar giunse a comprendere in «quei giorni» di lutto era la «cosa», vale a dire la parola ebraica «dabar», ed essa era lunga, poiché il tempo stabilito era di duemilacinquecentoventi anni.

Daniele aveva già compreso una parte della «cosa», poiché nel capitolo nove stava adempiendo la preghiera di Levitico ventisei, e quella è la preghiera della «cosa». Vi fu una luce accresciuta sui «sette tempi», che Belteshazzar giunse a comprendere durante i ventuno giorni di lutto, e l’accrescimento di luce sui «sette tempi» durante quei giorni di lutto prefigurava l’accrescimento di luce sui «sette tempi» nel 1856. Anche i Milleriti avevano già conosciuto i «sette tempi», poiché li avevano proclamati, ma vi era una luce aggiunta che doveva metterli alla prova proprio nel momento della loro storia in cui passarono dal movimento filadelfiano a quello laodicense.

I giorni di lutto di Beltsazzar sono paralleli alla storia profetica del momento in cui il movimento di Filadelfia passò al movimento di Laodicea nel 1856, e poi alla chiesa avventista laodiceana nel 1863. Sia la storia di Beltsazzar sia quella dei Milleriti, riguardo all’accresciuta luce sui «sette tempi», si armonizzano con la transizione del movimento laodiceano del terzo angelo al movimento filadelfiano dei centoquarantaquattromila, e con i giorni di lutto, che ricorrono durante il tempo d’attesa, quando doveva essere rivelata una maggiore luce sui «sette tempi».

Belteshazzar rappresenta sia un messaggero sia un movimento. Nei giorni del suo lutto, il messaggero deve comprendere la «cosa», che è la Verità, e poi deve presentare la «cosa» a un movimento, quando Michele risuscita i due testimoni nel 2023.

La parola ebraica “mareh” (visione dell’apparizione di Cristo), che Daniele è indicato come comprendente nel versetto uno, ricorre quattro volte nell’ultima visione di Daniele. Due volte è tradotta come “visione” e due volte come “apparizione”. La prima volta che Daniele impiega la parola, nel versetto uno, egli sta indicando di aver compreso la “visione”, ma le altre tre occorrenze indicano che Daniele sperimentò la visione. Nel versetto sei, il volto di Cristo era “come l’‘apparizione’ della folgore”.

E nel ventiquattresimo giorno del primo mese, mentre mi trovavo sulla riva del gran fiume, che è Hiddekel, alzai gli occhi, guardai, ed ecco un uomo vestito di lino, i cui lombi erano cinti d’oro fino di Uphaz. Il suo corpo era come il crisolito, la sua faccia aveva l’aspetto del fulmine, i suoi occhi erano come fiaccole di fuoco, le sue braccia e i suoi piedi simili, nel colore, al bronzo terso, e la voce delle sue parole era come la voce d’una moltitudine. E io, Daniele, vidi da solo la visione; poiché gli uomini che erano con me non videro la visione; ma un gran tremore piombò su di loro, così che fuggirono a nascondersi. Perciò io rimasi solo e vidi questa grande visione; e in me non rimase più forza, poiché il mio vigore si mutò in me in corruzione, e non conservai alcuna forza. Daniele 10:4–8.

C’è un’altra parola ebraica tradotta con «visione», della quale ci occuperemo dopo aver esposto alcune caratteristiche della parola ebraica «mareh». Nei versetti precedenti, la parola «aspetto» corrisponde al termine ebraico «mareh». Lo stesso termine è tradotto con «visione» nel versetto sedici. Nel versetto sedici, la visione di Cristo ha ricolmato Daniele di dolore.

Ed ecco, uno simile ai figli degli uomini mi toccò le labbra; allora apersi la mia bocca, parlai e dissi a colui che stava davanti a me: O mio signore, a motivo della visione i miei dolori si sono riversati su di me, e non mi è rimasta alcuna forza. Daniele 10:16.

La parola ebraica tradotta con «dolori» significa un cardine, e la «visione» dell’apparizione di Cristo che Daniele vide nel versetto fece perno su un cardine. Un «cardine» nella profezia rappresenta un punto di svolta.

«Vi sono lezioni da apprendere dalla storia del passato; e l’attenzione viene richiamata su di esse, affinché tutti comprendano che Dio opera oggi secondo le stesse linee sulle quali ha sempre operato. La Sua mano si vede nella Sua opera e fra le nazioni oggi, proprio allo stesso modo in cui si è vista da quando il vangelo fu proclamato per la prima volta ad Adamo in Eden.».

«Vi sono periodi che costituiscono punti di svolta nella storia delle nazioni e della chiesa. Nella provvidenza di Dio, quando giungono queste diverse crisi, viene data la luce per quel tempo. Se essa è accolta, vi è progresso spirituale; se è respinta, seguono declino spirituale e naufragio. Il Signore, nella Sua parola, ha dischiuso l’opera aggressiva del vangelo così come è stata portata avanti nel passato e come lo sarà nel futuro, fino al conflitto finale, quando le potenze sataniche compiranno il loro ultimo straordinario movimento». Bible Echo, 26 agosto 1895.

Il versetto sedici rappresenta un punto di svolta nella storia che Belteshatsar sta rappresentando. È un punto di svolta sia per il corno repubblicano (la nazione) sia per il corno protestante (la chiesa). Rappresenta una crisi e rappresenta il momento in cui viene data una luce speciale per quella storia. Il punto di svolta per Daniele ebbe luogo quando Daniele era stato «toccato», la seconda volta di tre. Daniele sarebbe stato toccato tre volte, e la seconda volta che fu toccato fu un punto di svolta per Daniele, e quel punto di svolta fu la seconda di tre volte in cui Daniele vide la visione del «mareh».

Ed ecco, uno che aveva l’aspetto dei figli degli uomini mi toccò le labbra; allora aprii la bocca, parlai e dissi a colui che stava davanti a me: O mio signore, a causa della visione i miei dolori si sono riversati su di me, e non ho conservato alcuna forza. Daniele 10:16.

Tra poco tratteremo i tre tocchi. La prima delle quattro volte in cui Daniele impiega la parola “mareh” fu la sua testimonianza di aver compreso la visione, mentre gli ultimi tre riferimenti identificano la sua esperienza quando vide effettivamente l’apparizione. La terza volta in cui egli identifica la visione dell’apparizione è al versetto diciotto, dove viene toccato per la terza volta.

Poi venne di nuovo e mi toccò uno dall’aspetto d’uomo, ed egli mi fortificò. Daniele 10:18.

Al secondo tocco, nel versetto sedici, che è il secondo riferimento alla visione del “marah”, la sua forza viene meno; ma al terzo tocco, la sua forza gli viene restituita. Nei versetti dieci, sedici e diciotto Daniele viene toccato. Nel versetto sei, Daniele vede l’apparizione di Cristo, e poi Gabriele, e nel versetto dieci Gabriele tocca Daniele per la prima volta.

Allora alzai gli occhi, guardai, ed ecco un uomo vestito di lino, i cui fianchi erano cinti d’oro finissimo di Ufaz: il suo corpo era pure come il berillo, la sua faccia aveva l’aspetto del fulmine, i suoi occhi erano come lampade di fuoco, le sue braccia e i suoi piedi somigliavano, nel colore, al bronzo terso, e la voce delle sue parole era come la voce di una moltitudine. E io, Daniele, vidi solo io la visione; gli uomini che erano con me non videro la visione, ma un gran tremore cadde su di loro, tanto che fuggirono a nascondersi. Così rimasi io solo, e vidi questa grande visione, e non rimase in me alcuna forza; il mio vigore si mutò in me in corruzione, e non conservai alcuna forza.

Udii però il suono delle sue parole; e, quando udii il suono delle sue parole, caddi in un sonno profondo con la faccia a terra, e il mio volto era rivolto al suolo. Ed ecco, una mano mi toccò e mi fece alzare sulle ginocchia e sulle palme delle mani. Ed egli mi disse: O Daniele, uomo grandemente amato, comprendi le parole che ti rivolgo e levati in piedi, poiché ora sono mandato a te. E, quando mi ebbe rivolto questa parola, io mi alzai in piedi tutto tremante. Allora egli mi disse: Non temere, Daniele, poiché dal primo giorno in cui ti mettesti in cuore di comprendere e di umiliarti davanti al tuo Dio, le tue parole furono udite, e io sono venuto a motivo delle tue parole. Ma il principe del regno di Persia mi ha resistito per ventuno giorni; però ecco, Michele, uno dei principali capi, è venuto in mio aiuto, e io sono rimasto là presso i re di Persia. Ora sono venuto per farti comprendere ciò che avverrà al tuo popolo negli ultimi giorni; poiché la visione concerne giorni ancora lontani. Daniele 10:5–14.

Poi, al versetto sedici, Daniele viene toccato una seconda volta, quando vede la visione di Cristo.

E quando mi ebbe rivolto tali parole, volsi la faccia a terra e rimasi muto. Ed ecco, uno che aveva la somiglianza dei figli degli uomini mi toccò le labbra; allora aprii la bocca, parlai e dissi a colui che mi stava davanti: O mio signore, per la visione i miei dolori si sono riversati su di me, e non mi è rimasta alcuna forza. Poiché come potrebbe il servo di questo mio signore parlare con questo mio signore? Quanto a me, da quel momento non è più rimasta in me alcuna forza, né mi è rimasto respiro. Daniele 10:15–17.

Allora Daniele viene toccato per la terza volta, all’apparizione di Gabriele, non di Cristo.

Allora venne di nuovo e mi toccò uno che aveva l’aspetto di un uomo, e mi fortificò, e disse: «O uomo grandemente amato, non temere; pace sia a te; sii forte, sì, sii forte». E quando mi ebbe parlato, io ripresi forza e dissi: «Parli il mio signore, poiché tu mi hai fortificato». Allora egli disse: «Sai tu perché sono venuto da te? Ora tornerò a combattere con il principe di Persia; e quando sarò uscito, ecco, verrà il principe di Grecia. Ma io ti mostrerò ciò che è scritto nel libro della verità; e non vi è alcuno che si mantenga saldo con me in queste cose, tranne Michele, il vostro principe». Daniele 10:18–21.

Daniele viene toccato tre volte, e la prima e la terza volta è toccato dall’angelo Gabriele. La seconda volta che viene toccato, è da Cristo. Daniele impiegò quattro volte la medesima parola ebraica, ma la prima delle quattro volte, nel versetto uno, stava dichiarando di comprendere la «visione». Comprendere una verità è importante, ma non è la stessa cosa che sperimentare la verità, come avvenne nelle altre tre volte.

Quando i giorni di lutto di Daniele si conclusero, gli fu concessa un’esperienza della visione, della quale aveva già compreso il significato prima che i giorni del suo lutto terminassero. L’esperienza è composta di tre fasi, rappresentate da tre tocchi. Il primo e l’ultimo tocco furono compiuti da Gabriele, e il tocco intermedio da Cristo. Il primo e l’ultimo tocco erano la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto ebraico. In quella seconda fase, Daniele riconosce la propria condizione di peccatore ribelle in relazione al suo Signore, e così il tocco intermedio rappresenta la ribellione, come è rappresentata dalla tredicesima lettera dell’alfabeto ebraico.

«Ma Pietro ormai non pensava più né alle barche né al carico. Questo miracolo, più di qualunque altro avesse mai veduto, era per lui una manifestazione della potenza divina. In Gesù egli vide Uno che teneva tutta la natura sotto il Suo controllo. La presenza della divinità gli rivelò la propria empietà. L’amore per il suo Maestro, la vergogna per la propria incredulità, la gratitudine per la condiscendenza di Cristo, soprattutto il senso della propria impurità alla presenza della purezza infinita, lo sopraffecero. Mentre i suoi compagni mettevano al sicuro il contenuto della rete, Pietro si gettò ai piedi del Salvatore, esclamando: “Allontanati da me, perché sono un uomo peccatore, o Signore.”»

«Fu la stessa presenza della santità divina che aveva fatto cadere il profeta Daniele come morto davanti all’angelo di Dio. Egli disse: “La mia bellezza si mutò in corruzione, e non ritenni alcuna forza”. Così, quando Isaia contemplò la gloria del Signore, esclamò: “Guai a me! perché sono perduto; poiché sono un uomo dalle labbra impure, e abito in mezzo a un popolo dalle labbra impure; poiché i miei occhi hanno visto il Re, il Signore degli eserciti”. Daniele 10:8; Isaia 6:5. L’umanità, con la sua debolezza e il suo peccato, fu posta a confronto con la perfezione della divinità, ed egli si sentì del tutto manchevole e impuro. Così è stato per tutti coloro ai quali è stata concessa una visione della grandezza e della maestà di Dio.»

«Pietro esclamò: “Allontanati da me, perché sono un uomo peccatore”; eppure si aggrappò ai piedi di Gesù, sentendo che non poteva essere separato da Lui. Il Salvatore rispose: “Non temere; d’ora in poi prenderai degli uomini”. Fu dopo che Isaia ebbe contemplato la santità di Dio e la propria indegnità che gli fu affidato il messaggio divino. Fu dopo che Pietro fu condotto alla rinuncia di sé e alla dipendenza dalla potenza divina che ricevette la chiamata alla sua opera per Cristo». The Desire of Ages, 246.

La visione del “mareh” è la visione dell’apparizione di Cristo, ma l’angelo Gabriele è rappresentato dalla seconda e dalla quarta volta in cui Daniele impiegò la parola. La prima volta fu un’affermazione che Belteshazzar comprendeva la visione, ma le ultime tre volte rappresentano Daniele che fa esperienza della visione. Le tre volte in cui Daniele fa esperienza della visione, egli viene anche toccato.

La prima volta che fu toccato da Gabriele fu dopo che ebbe visto l’apparizione di Cristo glorificato, e l’esperienza lo lasciò in «un sonno profondo con la faccia a terra e il volto rivolto al suolo». La visione aveva prodotto una separazione, poiché coloro che erano stati con lui «non videro la visione; ma furono presi da un grande tremore, tanto che fuggirono a nascondersi». Nella prima delusione, Geremia «sedeva solitario, a causa della mano di Dio», e in Beltsatsar «non rimase più alcuna forza», «poiché» la sua «bellezza si mutò in lui in corruzione, e» non «conservò più alcuna forza».

Una volta che Gabriele lo ebbe toccato per la prima volta, Gabriele pose quindi Daniele sulle sue ginocchia e sui palmi delle sue mani. Poi comandò a Daniele di comprendere le parole che gli diceva e di alzarsi in piedi, cosa che egli fece, benché tremante. Gabriele quindi fornisce a Daniele una spiegazione di ciò che è accaduto durante i ventuno giorni del lutto di Daniele. Egli riferì che, dopo aver lottato con i re di Persia per ventuno giorni, Michele discese dal cielo per prendere parte alla battaglia, e allora Gabriele venne a rispondere alle preghiere di Daniele e a spiegargli «ciò che avverrà al tuo popolo negli ultimi giorni». Quando Michele discese dal cielo, Gabriele fu mandato a spiegare a Daniele gli ultimi giorni.

La spiegazione di Gabriele fu data a Daniele alla fine dei ventuno giorni di cordoglio, il che, nell’applicazione linea su linea di Apocalisse capitolo undici, rappresenta il momento in cui, nel capitolo trentasette di Ezechiele, viene comandato due volte di profetizzare alle ossa morte, al fine di far risorgere i due profeti dalle loro tombe. Ciò avviene quando Michele discende dal cielo e risuscita il corpo di Mosè, mentre si rifiuta di avere contesa con Satana nel libro di Giuda. Daniele dovrà ancora essere toccato altre due volte dopo che Gabriele gli ebbe dato la panoramica dei giorni di cordoglio.

Dopo che Gabriele ebbe finito, Daniele «volse la faccia verso terra e rimase muto»; poi Cristo stesso «toccò» le «labbra» di Daniele, e allora Daniele «aprì» la sua «bocca, parlò e disse a colui che stava davanti a me: O signore mio, a causa della visione mi hanno colto i dolori, e non mi è rimasta alcuna forza. E come potrebbe il servo di questo mio signore parlare con questo mio signore? poiché, quanto a me, subito non mi è più rimasta forza, e non è più rimasto in me alcun respiro.»

L’esperienza di vedere Cristo e di parlargli umilia Daniele fino a gettarlo nella polvere. Egli era muto, e tale sarebbe rimasto se Cristo non gli avesse toccato le labbra, come le labbra di Isaia erano state toccate dal carbone dell’altare.

Proseguiremo questo studio nel prossimo articolo.

«Quando Isaia contemplò questa rivelazione della gloria e della maestà del suo Signore, fu sopraffatto dal senso della purezza e della santità di Dio. Quanto netto era il contrasto tra l’incomparabile perfezione del suo Creatore e la condotta peccaminosa di coloro che, insieme con lui, erano stati a lungo annoverati fra il popolo eletto d’Israele e di Giuda! “Guai a me!” esclamò; “perché sono perduto; perché sono un uomo dalle labbra impure, e dimoro in mezzo a un popolo dalle labbra impure; perché i miei occhi hanno visto il Re, il Signore degli eserciti”. Versetto 5. Stando, per così dire, nella piena luce della presenza divina entro il santuario interiore, egli comprese che, se fosse stato lasciato alla propria imperfezione e insufficienza, sarebbe stato del tutto incapace di compiere la missione alla quale era stato chiamato. Ma un serafino fu mandato a liberarlo dalla sua angoscia e a renderlo idoneo per la sua grande missione. Un carbone ardente preso dall’altare fu posto sulle sue labbra, con le parole: “Ecco, questo ha toccato le tue labbra; la tua iniquità è rimossa e il tuo peccato è espiato”. Allora si udì la voce di Dio che diceva: “Chi manderò, e chi andrà per Noi?” e Isaia rispose: “Eccomi, manda me”. Versetti 7, 8.»

Il visitatore celeste disse al messaggero in attesa: «Va’, e di’ a questo popolo: “Ascoltate pure, ma senza comprendere; guardate pure, ma senza percepire. Rendi insensibile il cuore di questo popolo, rendi dure le loro orecchie e chiudi i loro occhi, affinché non vedano con i loro occhi, non odano con i loro orecchi, non comprendano con il loro cuore, non si convertano e non siano guariti.”» Versetti 9, 10.

Il dovere del profeta era chiaro; egli doveva levare la sua voce in protesta contro i mali prevalenti. Ma temeva di intraprendere l’opera senza qualche assicurazione di speranza. «Signore, fino a quando?» domandò. Versetto 11. Nessuno del Tuo popolo eletto giungerà mai a comprendere, a pentirsi e a essere guarito?

«Il suo peso d’animo a favore di Giuda traviato non doveva essere portato invano. La sua missione non doveva essere del tutto infruttuosa. Tuttavia i mali che si erano moltiplicati per molte generazioni non potevano essere rimossi ai suoi giorni. Per tutta la sua vita egli doveva essere un maestro paziente e coraggioso, un profeta di speranza oltre che di sventura. Una volta finalmente adempiuto il proposito divino, il pieno frutto dei suoi sforzi e delle fatiche di tutti i fedeli messaggeri di Dio si sarebbe manifestato. Un rimanente doveva essere salvato. Affinché ciò potesse compiersi, i messaggi di avvertimento e di supplica dovevano essere rivolti alla nazione ribelle, dichiarò il Signore: “Fino a quando le città siano devastate, senza abitanti, e le case senza alcun uomo, e il paese sia del tutto desolato, e il Signore abbia allontanato gli uomini, e vi sia un grande abbandono in mezzo al paese”. Versetti 11, 12.»

«I gravi giudizi che dovevano abbattersi sugli impenitenti — guerra, esilio, oppressione, perdita di potere e di prestigio fra le nazioni — dovevano sopraggiungere affinché coloro che vi avrebbero riconosciuto la mano di un Dio offeso fossero condotti al ravvedimento. Le dieci tribù del regno settentrionale stavano per essere presto disperse fra le nazioni e le loro città lasciate desolate; gli eserciti devastatori di nazioni ostili avrebbero spazzato il loro paese più e più volte; perfino Gerusalemme sarebbe infine caduta, e Giuda sarebbe stato condotto in cattività; tuttavia la Terra Promessa non sarebbe rimasta per sempre del tutto abbandonata. L’assicurazione del visitatore celeste a Isaia fu: “In esso vi sarà una decima parte, ed essa tornerà, e sarà divorata: come il terebinto e come la quercia, il cui ceppo rimane in essi, quando perdono le foglie: così il santo seme sarà il suo ceppo.” Versetto 13.»

«Questa certezza del compimento finale del proposito di Dio recò coraggio al cuore di Isaia. Che importa se le potenze terrene si schierano contro Giuda? Che importa se il messaggero del Signore incontra opposizione e resistenza? Isaia aveva visto il Re, il Signore degli eserciti; aveva udito il canto dei serafini: “Tutta la terra è piena della sua gloria”; aveva la promessa che i messaggi di Geova a Giuda sviato sarebbero stati accompagnati dalla potenza convincente dello Spirito Santo; e il profeta fu fortificato per l’opera che gli stava dinanzi. Versetto 3. Per tutta la durata della sua lunga e ardua missione portò con sé il ricordo di questa visione. Per sessant’anni o più egli stette davanti ai figli di Giuda come profeta di speranza, facendosi sempre più ardito nelle sue predizioni del futuro trionfo della chiesa». Prophets and Kings, 307–310.