La visione di Daniele capitolo undici è il principale punto di riferimento per tutte le visioni della profezia biblica, e la visione del capitolo undici è stabilita dal simbolo di Roma.
E in quei tempi molti insorgeranno contro il re del mezzogiorno; anche i violenti del tuo popolo si eleveranno per adempiere la visione, ma cadranno. Daniele 11:14.
Jones affronta il versetto precedente come segue:
«Quando gli Amorrei ebbero colmato la misura della loro iniquità, il loro posto fu dato a Israele, il popolo di Dio. Quando Israele, seguendo la via dei pagani, colmò anch’esso la coppa dell’iniquità, Dio suscitò il regno di Babilonia e portò via ogni cosa. Quando Babilonia ebbe colmato la coppa della sua iniquità, il potere fu trasferito alla Persia. E quando l’angelo fu respinto dalla malvagità dei Persiani, allora il principe della Grecia sopraggiunge e la spazza via».
“E per quanto tempo doveva continuare il potere della Grecia? Quando doveva essere infranto? ‘Quando i trasgressori fossero giunti al colmo.’ Quella nazione rimane finché abbia colmato la misura della sua iniquità, e poi il potere viene trasferito a un altro regno. Quel potere al quale fu trasferito era quello romano, come apprendiamo da Daniele 11:14. ‘E in quel tempo molti insorgeranno contro il re del mezzogiorno; anche i figli dei rapinatori del tuo popolo si innalzeranno per adempiere la visione; ma cadranno.’ Questa nazione è indicata come una nazione di rapinatori — i figli dei rapinatori, come dice la nota marginale del testo.”
«Questi sono coloro ai quali ora viene dato il regno, e a quale scopo?—“I figli dei predoni si innalzeranno per stabilire la visione”. Quando questa nazione entra in scena, allora appare ciò che stabilisce la visione, ciò che costituisce un grande oggetto della visione, il principale punto di riferimento nella linea della visione che Dio ha dato per mezzo dei profeti per tutti i tempi». A. T. Jones, The Columbian Year and the Meaning of the Four Centuries, 6.
Jones afferma che, quando il potere romano «entra in scena, allora fa il suo ingresso ciò che stabilisce la» … «linea di visione che Dio ha dato mediante i profeti per tutti i tempi». Nella storia di Miller i Protestanti insegnavano, come ora fa l’Avventismo laodiceano, che i briganti del tuo popolo rappresentano Antioco Epifane, un re seleucide che regnò dal 175 al 164 a.C. Egli era membro della dinastia seleucide, che fu uno degli stati greci successori sorti dalla disgregazione dell’impero di Alessandro Magno. Il disaccordo su questa questione fu così specifico nella storia millerita, che l’identificazione di Antioco Epifane è rappresentata sul grafico pionieristico del 1843.
Il riferimento ad Antioco sul grafico rappresenta l’unico riferimento a qualcosa che non si trova nella Parola profetica di Dio. Esso è presente per confutare i falsi insegnamenti dei Protestanti di quel periodo, che oggi costituiscono il falso insegnamento dell’Avventismo laodiceo. È dubbio che William Miller comprendesse fino in fondo la portata dell’importanza di capire che Roma è il potere terreno che stabilisce la «linea di visione che Dio ha dato per mezzo dei profeti per tutti i tempi», ma ciò era sufficientemente chiaro da difendere con fermezza il fatto che Roma stabilisce la visione.
Dove non c’è visione, il popolo perisce; ma chi osserva la legge, beato è lui. Proverbi 28:14.
Salomone attestò che, dove non vi è visione, il popolo perisce, e la parola ebraica «visione», nel versetto quattordici, è la stessa che compare nel proverbio di Salomone. La visione è una questione di vita o di morte, e la «visione» è stabilita dal simbolo di Roma. La parola «visione» nel versetto quattordici è la stessa parola usata per «visione» in Habacuc, capitolo due.
Mi porrò sulla mia guardia, mi collocherò sulla torre, e starò attento per vedere ciò che egli mi dirà, e che cosa risponderò quando sarò ripreso. E il Signore mi rispose e disse: Scrivi la visione e rendila chiara su tavole, affinché si possa correre leggendola. Poiché la visione è ancora per un tempo stabilito, ma alla fine parlerà e non mentirà; se indugia, aspettala, perché certamente verrà, non tarderà. Abacuc 2:1–3.
La parola «reproved» nel versetto uno significa «disputò con». William Miller fu la sentinella posta sulla torre nella storia del movimento del primo e del secondo angelo, e quando, nel simbolismo profetico, chiese quale risposta dovesse dare nel dibattito della sua storia, gli fu detto di scrivere la visione, che è stabilita dal simbolo di Roma. In armonia con questo fatto, quando i Milleriti produssero la carta pionieristica del 1843 in adempimento di questi tre versetti di Abacuc, essi fecero riferimento al vero centro del dibattito nel quale erano impegnati. Senza dubbio non compresero che il loro richiamarsi all’insensata argomentazione secondo cui Antioco Epifane sarebbe stato il potere che stabilì la visione rappresenta il dibattito di Abacuc capitolo due, ma la sorella White disse che quella carta era «diretta dalla mano del Signore, e non dovrebbe essere alterata», perciò il riferimento al dibattito sulla carta proveniva dalla mano di Dio.
I Milleriti giunsero a comprendere correttamente che la prima delusione del 19 aprile 1844 diede inizio al tempo d’attesa, richiamato da Abacuc e anche dalla parabola delle dieci vergini in Matteo. Essi giunsero inoltre a comprendere che quelle due profezie erano direttamente collegate con il capitolo dodicesimo di Ezechiele, dove Ezechiele identifica un periodo di tempo nel quale si compirà l’effetto di ogni visione. Quella parola “visione” è la stessa parola ebraica che stiamo ora considerando. Per questo Jones ha ragione quando afferma: “Quando” Roma “entra in scena, allora entra ciò che stabilisce la visione, ciò che costituisce un grande oggetto della visione, il principale punto di riferimento nella linea della visione che Dio ha dato attraverso i profeti per tutti i tempi”. Roma stabilisce l’intera visione della Parola profetica di Dio, e più specificamente è su Roma che è costruita l’intera struttura del capitolo undicesimo.
Quando la Sorella White si riferisce all’adempimento finale del capitolo undici di Daniele e afferma che «gran parte della storia che ha avuto luogo in adempimento di questa profezia sarà ripetuta», ella identifica che le storie del capitolo undici che si erano già adempiute prefiguravano gli ultimi versetti del capitolo undici di Daniele. Il soggetto degli ultimi versetti del capitolo undici è il re del nord, il quale lì rappresenta la Roma moderna. Perciò, le storie di Daniele capitolo undici che si ripetono sono storie che rappresentano Roma.
Negli ultimi sei versetti del capitolo undici, la Roma moderna (il re del nord) conquista tre potenze geografiche. Nel versetto quaranta conquista il re del sud (l’ex Unione Sovietica nel 1989), il paese glorioso (gli Stati Uniti alla legge domenicale di prossima introduzione) e l’Egitto (il mondo intero, come rappresentato dalle Nazioni Unite). In Daniele undici la Roma pagana è rappresentata mentre conquista tre potenze geografiche per impadronirsi del mondo allora conosciuto, e poi la Roma papale è rappresentata mentre conquista tre potenze geografiche per impadronirsi della terra.
La Roma pagana è menzionata per la prima volta nel capitolo al versetto quattordici, al fine di identificarla come il simbolo che stabilisce la visione, ma la sua ascesa al potere non viene trattata fino al versetto sedici. Il regno di Alessandro Magno fu diviso in quattro parti in adempimento della Parola profetica di Dio, ma quelle quattro parti si consolidarono rapidamente in due principali antagonisti, che nella narrazione profetica, la quale prosegue fino alla conclusione del capitolo, sono identificati rispettivamente come il re del sud o il re del nord. Nel versetto quattordici viene menzionata la potenza nascente di Roma come la potenza che avrebbe stabilito la visione, ma i soggetti di cui si tratta sono le lotte tra i resti del regno di Alessandro, rappresentati dai re del nord e del sud.
Nel versetto quindici, quei due re sono ancora impegnati nella loro lotta, e il re del nord sta prevalendo. Ma nel versetto sedici arriva Roma e il versetto dice: «Ma colui che viene contro di lui», il che significa che, quando Roma viene contro il re del nord che aveva appena prevalso sul re del sud, il re del nord non sarà in grado di resistere davanti a Roma. Roma prevale e, nel versetto sedici, Roma doveva anche stare nel glorioso paese di Giuda. Nel versetto diciassette Roma «volgerà la sua faccia per entrare con la forza di tutto il suo regno». Egli prese il re del nord, che non era in grado di resistergli; poi prese Giuda; quindi entrò in Egitto.
E in quei tempi molti insorgeranno contro il re del mezzogiorno; anche i violenti del tuo popolo si esalteranno per adempiere la visione; ma cadranno. Così il re del settentrione verrà, eleverà un terrapieno e prenderà le città più fortificate; e le forze del mezzogiorno non potranno resistere, né il suo popolo scelto, né vi sarà forza alcuna per resistere. Ma colui che verrà contro di lui agirà secondo la sua volontà, e nessuno potrà stargli dinanzi; ed egli si fermerà nel paese glorioso, che per mano sua sarà consumato. Egli si disporrà pure a entrare con la forza di tutto il suo regno, avendo con sé uomini retti; e così farà: e gli darà la figlia delle donne, per corromperla; ma ella non resterà dalla sua parte, né sarà per lui. Daniele 11:14–17.
La vittoria illustrata in questi versetti è un adempimento dell’ottavo capitolo di Daniele.
E da uno di essi uscì un piccolo corno, il quale divenne grandissimo verso il mezzogiorno, verso l’oriente e verso il paese splendido. Daniele 8:9.
Il piccolo corno del versetto nove è la Roma pagana, e il versetto nove identifica, in accordo con i versetti dal quattordici al diciassette del capitolo undicesimo, che la Roma pagana avrebbe conquistato tre entità geografiche mentre assumeva il controllo del mondo. Tali entità erano il mezzogiorno (l’Egitto), l’oriente (la Siria, il re del nord) e il paese splendido (Giuda). La storia dei versetti sedici e diciassette prefigura la conquista storica in tre fasi della Roma moderna nei versetti dal quaranta al quarantatré, poiché, come affermò Sister White, «Gran parte della storia che ha avuto luogo nell’adempimento di questa profezia si ripeterà».
«Sebbene l’Egitto non potesse resistere ad Antioco, il re del settentrione, Antioco non poté resistere ai Romani, che allora mossero contro di lui. Nessun regno fu più in grado di opporsi a questa potenza in ascesa. La Siria fu conquistata e aggiunta all’impero romano, quando Pompeo, nel 65 a.C., privò Antioco Asiatico dei suoi possedimenti e ridusse la Siria a provincia romana.
«La medesima potenza doveva anche stabilirsi nel Paese Santo e consumarlo. Roma entrò in relazione con il popolo di Dio, i Giudei, mediante un’alleanza, nel 162 a.C., data dalla quale essa occupa un posto eminente nel calendario profetico. Tuttavia, essa non acquisì giurisdizione sulla Giudea per effettiva conquista fino al 63 a.C.; e ciò nel modo seguente. »
«Al ritorno di Pompeo dalla sua spedizione contro Mitridate, re del Ponto, due contendenti, Ircano e Aristobulo, si disputavano la corona della Giudea. La loro causa fu sottoposta a Pompeo, il quale ben presto si avvide dell’ingiustizia delle pretese di Aristobulo, ma desiderò differire la decisione della questione fino al termine della sua lungamente vagheggiata spedizione in Arabia, promettendo quindi di ritornare e di regolare i loro affari come fosse sembrato giusto e conveniente. Aristobulo, penetrando i veri sentimenti di Pompeo, si affrettò a tornare in Giudea, armò i suoi sudditi e si preparò a una vigorosa difesa, risoluto, a qualunque costo, a conservare la corona, che prevedeva sarebbe stata assegnata a un altro. Pompeo seguì da vicino il fuggitivo. Quando si avvicinò a Gerusalemme, Aristobulo, cominciando a pentirsi della sua condotta, uscì a incontrarlo e cercò di accomodare la questione promettendo piena sottomissione e ingenti somme di denaro. Pompeo, accettata tale offerta, inviò Gabinio, alla testa di un distaccamento di soldati, a ricevere il denaro. Ma quando quel luogotenente generale giunse a Gerusalemme, trovò le porte chiuse contro di lui, e dall’alto delle mura gli fu detto che la città non si sarebbe attenuta all’accordo.»
«Pompeo, per non lasciar passare impunemente un tale inganno, fece incatenare Aristobulo, che aveva trattenuto presso di sé, e marciò immediatamente contro Gerusalemme con tutto il suo esercito. I partigiani di Aristobulo erano per difendere il luogo; quelli di Ircano, per aprire le porte. Essendo questi ultimi in maggioranza, e prevalendo, a Pompeo fu concesso libero ingresso nella città. Allora gli aderenti di Aristobulo si ritirarono sul monte del tempio, pienamente risoluti a difendere quel luogo quanto Pompeo lo era a espugnarlo. Alla fine di tre mesi fu aperta nella muraglia una breccia sufficiente per un assalto, e il luogo fu preso a fil di spada. Nella terribile strage che ne seguì, dodicimila persone furono uccise. Era uno spettacolo commovente, osserva lo storico, vedere i sacerdoti, impegnati in quel momento nel servizio divino, proseguire con mano calma e fermo proposito il loro consueto ministero, apparentemente inconsapevoli del tumulto furioso, sebbene tutt’intorno a loro i loro amici venissero dati alla strage, e sebbene spesso il loro stesso sangue si mescolasse con quello dei loro sacrifici.»
«Dopo aver posto fine alla guerra, Pompeo demolì le mura di Gerusalemme, trasferì diverse città dalla giurisdizione della Giudea a quella della Siria e impose un tributo ai Giudei. Così, per la prima volta, Gerusalemme fu posta mediante conquista nelle mani di quella potenza che avrebbe tenuto il “paese glorioso” nella sua morsa di ferro finché non l’avesse completamente consumato. »
«“VERS. 17. Egli rivolgerà pure la sua faccia per entrare con la forza di tutto il suo regno, e con lui uomini retti; così farà; e gli darà la figlia delle donne, corrompendola; ma ella non starà dalla sua parte, né sarà per lui.”»
«Il vescovo Newton propone un’altra lettura di questo versetto, che sembra esprimere più chiaramente il senso, come segue: “Egli volgerà pure la sua faccia per entrare con la forza in tutto il regno”. Il versetto 16 ci ha condotti fino alla conquista della Siria e della Giudea da parte dei Romani. Roma aveva precedentemente conquistato la Macedonia e la Tracia. L’Egitto era ormai tutto ciò che restava dell’“intero regno” di Alessandro, non ancora assoggettato alla potenza romana, la quale ora volgeva la sua faccia per entrare con la forza in quel paese». Uriah Smith, Daniel and the Revelation, 258–260.
Abbiamo già osservato, più di una volta in questi articoli, come i versetti trenta e trentuno di Daniele undici corrispondano ai versetti quaranta e quarantuno, e la storia dei versetti trenta e trentuno corrisponde anche allo sradicamento di tre corna.
Consideravo le corna, ed ecco sorgere in mezzo ad esse un altro piccolo corno, davanti al quale tre delle prime corna furono sradicate: ed ecco, in questo corno vi erano occhi simili a occhi d’uomo, e una bocca che proferiva grandi cose. … E delle dieci corna che erano sul suo capo, e dell’altro corno che sorse, e davanti al quale tre caddero; proprio di quel corno che aveva occhi, e una bocca che diceva cose grandissime, il cui aspetto era più altero di quello dei suoi compagni. Daniele 7:8, 20.
Proprio come Daniele, capitolo otto, versetto nove, rappresenta le tre aree geografiche di conquista che stabilirono la Roma pagana sul trono, così anche lo sradicamento delle corna (che rappresentano gli Eruli, gli Ostrogoti e i Vandali) rappresentò le tre aree geografiche di conquista che stabilirono la Roma papale sul trono. Entrambe queste storie si allineano con i versetti da quaranta a quarantatré di Daniele undici, e lo sradicamento delle tre corna si allinea con la storia dei versetti trenta e trentuno.
«“VERSO 8. Io consideravo le corna, ed ecco sorgere in mezzo ad esse un altro piccolo corno, davanti al quale tre delle prime corna furono divelte dalle radici; ed ecco, in questo corno vi erano occhi simili agli occhi d’uomo e una bocca che proferiva grandi cose.”»
«Daniele considerava le corna. Fra esse apparvero indizi di uno strano movimento. Un piccolo corno (dapprima piccolo, ma in seguito più robusto dei suoi simili) si fece strada in mezzo ad esse. Non gli bastava trovare quietamente un posto proprio e occuparlo; doveva scalzare alcune delle altre e usurparne i posti. Tre regni furono divelti davanti a esso. Questo piccolo corno, come avremo occasione di osservare più ampiamente in seguito, era il papato. Le tre corna divelte davanti a esso erano gli Eruli, gli Ostrogoti e i Vandali. E la ragione per cui furono divelte era che si opponevano all’insegnamento e alle pretese della gerarchia papale, e quindi alla supremazia nella chiesa del vescovo di Roma.»
“E ‘in questo corno c’erano occhi simili a occhi d’uomo, e una bocca che proferiva grandi cose’; gli occhi, emblema appropriato dell’astuzia, della perspicacia, della scaltrezza e della previdenza della gerarchia papale; e la bocca che proferiva grandi cose, simbolo appropriato delle arroganti pretese dei vescovi di Roma.” Uriah Smith, Daniele e l’Apocalisse, 132–134.
È Roma che stabilisce la visione della profezia biblica, e specialmente la visione di Daniele capitolo undici. In quel capitolo, gran parte della storia profetica che si era adempiuta prima del movimento millerita doveva essere ripetuta negli ultimi sei versetti di Daniele undici. La conquista di tre ostacoli geografici che stabilì sia la Roma pagana sia la Roma papale sul trono è rappresentata nel capitolo undici, e queste due rappresentazioni prefigurano il tempo in cui la Roma moderna è di nuovo stabilita sul trono. È Roma che stabilisce la visione, e Paolo identifica che quella Roma papale è rivelata nel suo tempo.
Nessuno vi inganni in alcuna maniera; poiché quel giorno non verrà se prima non sia venuta l’apostasia e non sia stato rivelato l’uomo del peccato, il figlio della perdizione, il quale si oppone e si innalza sopra tutto ciò che è chiamato Dio o oggetto di culto; fino al punto da porsi a sedere nel tempio di Dio come Dio, mostrando sé stesso e proclamando che egli è Dio. Non vi ricordate che, quand’ero ancora con voi, vi dicevo queste cose? E ora sapete ciò che lo trattiene affinché sia manifestato a suo tempo. 2 Tessalonicesi 2:3–6.
Il papato assunse il trono come il quinto regno della profezia biblica nell’anno 538, e molti che considerano il versetto sei senza dubbio supporrebbero che Paolo intenda dire che «il Papato sarebbe stato rivelato nel 538». Questo può essere corretto, ma è almeno una verità secondaria rispetto a ciò che Paolo stava identificando. Paolo, come tutti i profeti, parla più degli ultimi giorni che del proprio periodo storico. Egli si riferiva al modo in cui il papato sarebbe stato rivelato profeticamente, poiché, in quanto profeta, era in accordo con tutti gli altri profeti. Precetto dopo precetto, coloro che non hanno la visione periscono, e coloro che non hanno la visione non hanno la visione perché non sanno che cosa stabilisce la visione. Sapere che Roma stabilisce la visione è una comprensione di vita o di morte. Paolo, in accordo con gli altri profeti, sta identificando che ciò che rivela la Roma papale, che è la Roma degli ultimi giorni, è «il suo tempo». Il «tempo» profetico associato a Roma è ciò che rivela che cosa e chi sia Roma.
Continueremo questo studio nel prossimo articolo.
«L’apostolo Paolo, nella sua seconda lettera ai Tessalonicesi, predisse la grande apostasia che avrebbe avuto come risultato l’instaurazione del potere papale. Egli dichiarò che il giorno di Cristo non sarebbe venuto “se prima non sia venuta l’apostasia e non sia stato manifestato l’uomo del peccato, il figlio della perdizione; colui che si oppone e si innalza sopra tutto ciò che è chiamato Dio o oggetto di culto, fino al punto da porsi a sedere nel tempio di Dio come Dio, mostrando se stesso e proclamando di essere Dio”. E inoltre l’apostolo avverte i suoi fratelli che “il mistero dell’iniquità è già all’opera”. 2 Tessalonicesi 2:3, 4, 7. Già a quella data così precoce egli vedeva insinuarsi nella chiesa errori che avrebbero preparato la via allo sviluppo del papato.»
«A poco a poco, dapprima con furtività e in silenzio, e poi più apertamente, man mano che cresceva in forza e acquistava il controllo delle menti degli uomini, “il mistero dell’iniquità” portò avanti la sua opera ingannatrice e blasfema. Quasi impercettibilmente, le usanze del paganesimo si fecero strada nella chiesa cristiana. Lo spirito di compromesso e di conformità fu trattenuto per un tempo dalle feroci persecuzioni che la chiesa sopportò sotto il paganesimo. Ma quando la persecuzione cessò, e il cristianesimo entrò nelle corti e nei palazzi dei re, essa depose l’umile semplicità di Cristo e dei Suoi apostoli per adottare la pompa e l’orgoglio dei sacerdoti e dei governanti pagani; e, al posto delle esigenze di Dio, sostituì teorie e tradizioni umane. La conversione nominale di Costantino, nella prima parte del quarto secolo, suscitò grande esultanza; e il mondo, ammantato di una forma di giustizia, entrò nella chiesa. Allora l’opera di corruzione progredì rapidamente. Il paganesimo, pur sembrando vinto, divenne il vincitore. Il suo spirito dominava la chiesa. Le sue dottrine, le sue cerimonie e le sue superstizioni furono incorporate nella fede e nel culto dei professi seguaci di Cristo.»
«Questo compromesso tra paganesimo e cristianesimo ebbe come risultato lo sviluppo dell’“uomo del peccato”, preannunciato nella profezia come colui che si oppone e si innalza al di sopra di Dio. Quel gigantesco sistema di falsa religione è un capolavoro della potenza di Satana, un monumento dei suoi sforzi per assidersi sul trono e governare la terra secondo la sua volontà». The Great Controversy, 49, 50.