Mentre affrontiamo la terza guerra per procura, rappresentata nei versetti dal tredici al quindici, ricorderemo ciò che ha condotto fino a questi versetti. Nel capitolo dieci, Daniele riceve la sua visione finale e, così facendo, viene identificato come colui che comprende sia le visioni profetiche interne sia quelle esterne. La parola ebraica “dabar”, che significa “parola”, è tradotta come “cosa”. Nel capitolo nove, quando Gabriele venne per far comprendere a Daniele la visione dei duemilatrecento giorni, la parola ebraica “dabar” fu tradotta come “questione”.

Sì, mentre io parlavo ancora in preghiera, l’uomo Gabriele, che avevo visto nella visione al principio, fatto volare rapidamente, mi toccò sull’ora dell’oblazione della sera. Ed egli mi ammaestrò, mi parlò e disse: O Daniele, ora sono venuto per darti intendimento e intelligenza. Al principio delle tue supplicazioni è uscito il comando, e io sono venuto per fartelo conoscere; poiché tu sei grandemente amato: considera dunque la parola e intendi la visione. Daniele 9:21–23.

Quando Gabriele disse a Daniele di «comprendere la parola e considerare la visione», il termine ebraico «biyn» fu tradotto sia come «comprendere» sia anche come «considerare». Il termine significa separare mentalmente. Gabriele informò Daniele che doveva operare una separazione mentale tra il «dabar», tradotto come «parola», e il «mareh», tradotto come «visione». Per comprendere l’interpretazione che Gabriele stava fornendo a Daniele riguardo alla profezia dei duemilatrecento anni, Daniele doveva riconoscere la distinzione tra la visione profetica rappresentata come la «parola» e la visione profetica «mareh». La «parola», che è il «dabar», nel senso di parola, rappresenta la linea esterna della profezia, e la visione «mareh» rappresenta la linea interna della profezia.

Nel capitolo dieci di Daniele, la prima verità rivelata allo studioso della profezia è che Daniele rappresenta il popolo di Dio negli ultimi giorni, il quale comprende sia le linee interne sia quelle esterne della profezia.

Nel terzo anno di Ciro, re di Persia, una parola fu rivelata a Daniele, che era chiamato Beltsatsar; e la parola era verace, ma il tempo stabilito era lungo; ed egli comprese la parola e ebbe intendimento della visione. Daniele 10:1.

La “cosa” è la parola ebraica “dabar”, e la “visione” è la visione “mareh”. In quanto profeta, Daniele rappresenta il popolo di Dio degli ultimi giorni, il cui perfetto adempimento sono i centoquarantaquattromila. Il terzo anno di Ciro colloca Daniele nella linea di riforma che ebbe inizio al tempo della fine nel 1989. In “quei giorni”, che rappresentano la storia dal 1989 fino all’imminente legge domenicale negli Stati Uniti, Daniele era in lutto per tre settimane. Nella linea di riforma dei centoquarantaquattromila, il periodo di lutto contrassegna i tre giorni e mezzo durante i quali i due testimoni di Apocalisse capitolo undici giacciono morti nella strada. La strada di quella grande città di Sodoma e d’Egitto, dove anche il nostro Signore fu crocifisso, è altresì la valle di ossa secche e morte di Ezechiele.

Nel capitolo dieci, Daniele viene trasformato a immagine di Cristo e viene toccato tre volte prima che Gabriele interpreti la visione che Daniele vide. La visione produsse una separazione di due classi di adoratori. Il vangelo eterno produce sempre due classi di adoratori. Daniele rappresentava la classe di adoratori raffigurata come i centoquarantaquattromila, in contrasto con la classe che fuggì impaurita dinanzi alla visione.

Prima del capitolo dieci, Gabriele venne tre volte da Daniele per interpretare una visione. Egli interpretò le visioni dei capitoli sette e otto, che illustravano i regni della profezia biblica sia nella loro manifestazione politica (capitolo sette), sia nella loro manifestazione religiosa (capitolo otto). Poi, nel capitolo nove, Gabriele interpretò la profezia dei duemilatrecento anni. Gabriele giunge nel capitolo dieci per portare a compimento l’interpretazione lasciata incompleta nel capitolo nove e per fornire a Daniele l’interpretazione della visione che produsse le due classi di adoratori. Gabriele dapprima offre a Daniele una panoramica generale della visione nel versetto quattordici.

Ora sono venuto per farti comprendere ciò che avverrà al tuo popolo negli ultimi giorni; poiché la visione riguarda ancora molti giorni. Daniele 10:14.

La visione di Cristo, che produsse due classi di adoratori, rappresenta ciò che avverrà al popolo di Dio negli ultimi giorni. L’interpretazione dei capitoli sette e otto era un’interpretazione della storia rappresentata dall’ascesa e dalla caduta dei regni della profezia biblica, illustrati rispettivamente da bestie da preda e da animali del santuario. L’interpretazione del capitolo nove era una scomposizione dettagliata dei diversi periodi profetici contenuti nella profezia dei duemilatrecento anni. In qualche modo, la visione del Cristo glorificato nel capitolo dieci rappresentava ciò che avverrà al popolo di Dio negli ultimi giorni. Prima che Gabriele inizi con il dettagliato profilo della storia, che è l’interpretazione della visione del Cristo glorificato, egli ricorda a Daniele di aver già detto a Daniele ciò che l’interpretazione rappresenta.

Poi egli disse: «Sai tu perché sono venuto da te? Ora tornerò a combattere contro il principe di Persia; e quando sarò partito, ecco, verrà il principe di Grecia». Daniele 10:20.

Gabriele ricorda a Daniele di avergli detto, al versetto quattordici, che era venuto per far comprendere a Daniele ciò che avverrà al popolo di Dio negli ultimi giorni, e si aspettava che Daniele collocasse la seguente presentazione della storia profetica in quel contesto. Daniele aveva cercato una comprensione specifica fin dal primo giorno in cui aveva cominciato a fare cordoglio.

Allora egli mi disse: Non temere, Daniele; poiché dal primo giorno in cui disponesti il tuo cuore a comprendere e ad umiliarti davanti al tuo Dio, le tue parole furono udite, e io sono venuto a motivo delle tue parole. Ma il principe del regno di Persia mi resistette per ventuno giorni; ma ecco, Michele, uno dei primi principi, venne in mio aiuto; e io rimasi là presso i re di Persia. Daniele 10:12, 13.

Dopo le tre settimane di cordoglio di Daniele, egli vide la visione di Cristo, che era profeticamente in armonia con la visione di Cristo di cui Giovanni a Patmos era stato testimone.

“Nientemeno che il Figlio di Dio apparve a Daniele. Questa descrizione è simile a quella data da Giovanni quando Cristo gli fu rivelato sull’isola di Patmos. Il nostro Signore ora viene con un altro messaggero celeste per insegnare a Daniele ciò che sarebbe avvenuto negli ultimi giorni. Questa conoscenza fu data a Daniele e registrata per ispirazione per noi, sui quali sono giunte le estremità del mondo.

«Le grandi verità rivelate dal Redentore del mondo sono per coloro che cercano la verità come tesori nascosti. Daniele era un uomo avanzato in età. La sua vita era trascorsa in mezzo alle fascinazioni di una corte pagana, la sua mente gravata dagli affari di un grande impero; e tuttavia egli si allontana da tutto questo per affliggere la sua anima davanti a Dio e cercare la conoscenza dei propositi dell’Altissimo. E, in risposta alle sue suppliche, luce dalle corti celesti fu comunicata per coloro che sarebbero vissuti negli ultimi giorni. Con quale fervore, dunque, dovremmo cercare Dio, affinché egli apra il nostro intendimento a comprendere le verità che ci sono state recate dal Cielo.»

«Io, Daniele, vidi da solo la visione; gli uomini che erano con me non videro la visione; ma un grande tremore cadde su di loro, tanto che fuggirono a nascondersi…. E in me non rimase alcuna forza; poiché il mio aspetto florido si mutò in corruzione, e non conservai alcuna forza». Tale sarà l’esperienza di chiunque sia veramente santificato. Quanto più chiara sarà la loro visione della grandezza, della gloria e della perfezione di Cristo, tanto più vividamente scorgeranno la propria debolezza e imperfezione. Non avranno alcuna disposizione a rivendicare un carattere senza peccato; ciò che in se stessi è apparso giusto e avvenente, in contrasto con la purezza e la gloria di Cristo apparirà soltanto indegno e corruttibile. È quando gli uomini sono separati da Dio, quando hanno vedute molto indistinte di Cristo, che dicono: «Sono senza peccato; sono santificato».

«Gabriele apparve allora al profeta e così gli si rivolse: “O Daniele, uomo grandemente amato, comprendi le parole che ti rivolgo e stà in piedi; poiché ora sono mandato a te”. E quando egli mi ebbe rivolto questa parola, io rimasi in piedi, tremante. Quindi egli mi disse: “Non temere, Daniele; poiché dal primo giorno in cui applicasti il tuo cuore a comprendere e a umiliarti davanti al tuo Dio, le tue parole furono udite, e io sono venuto a motivo delle tue parole”».

«Quale grande onore fu mostrato a Daniele dalla Maestà del Cielo! Egli conforta il suo servo tremante e gli assicura che la sua preghiera è stata udita in Cielo e che, in risposta a quella fervente supplica, l’angelo Gabriele fu mandato a influenzare il cuore del re di Persia. Il monarca aveva resistito alle impressioni dello Spirito di Dio durante le tre settimane in cui Daniele aveva digiunato e pregato; ma il Principe del Cielo, l’arcangelo Michele, fu mandato a volgere il cuore dell’ostinato re affinché intraprendesse un’azione decisiva per rispondere alla preghiera di Daniele.»

«“E quando egli mi ebbe rivolto tali parole, io abbassai la faccia a terra e rimasi muto. Ed ecco, uno simile all’aspetto dei figli degli uomini mi toccò le labbra…. E disse: O uomo grandemente amato, non temere; pace a te; sii forte, sì, sii forte. E quando egli ebbe parlato con me, io fui fortificato e dissi: Parli il mio signore, poiché tu mi hai fortificato”. Tanto grande era la gloria divina rivelata a Daniele, che egli non poteva sostenerne la vista. Allora il messaggero del Cielo velò lo splendore della sua presenza e apparve al profeta come “uno simile all’aspetto dei figli degli uomini”. Con la sua potenza divina egli fortificò quest’uomo d’integrità e di fede, affinché udisse il messaggio che gli era stato inviato da Dio.»

«Daniele fu un devoto servitore dell’Altissimo. La sua lunga vita fu colma di nobili opere di servizio per il suo Signore. La sua purezza di carattere e la sua incrollabile fedeltà sono eguagliate soltanto dalla sua umiltà di cuore e dalla sua contrizione dinanzi a Dio. Ripetiamo: la vita di Daniele è un’illustrazione ispirata della vera santificazione». Review and Herald, 8 febbraio 1881.

L’esperienza di Daniele nel capitolo dieci rappresenta il popolo di Dio negli ultimi giorni, il quale, come Daniele e Giovanni, comprende la Rivelazione di Gesù Cristo. La chiave per collocare Daniele nella storia profetica in cui si trova la sua esperienza si fonda sul fatto che egli era in lutto e che Michele fu inviato alla conclusione dei ventuno giorni. Nel primo versetto, Daniele riferisce di aver compreso sia le visioni interne sia quelle esterne della profezia. Prima dei ventuno giorni Daniele aveva una comprensione incompleta delle due visioni, ma con l’interpretazione di Gabriele egli afferra pienamente la “cosa” e la “visione” come rivelazioni distinte.

«Mentre si avvicinava il tempo della conclusione dei settant’anni di cattività, la mente di Daniele fu profondamente occupata dalle profezie di Geremia. Egli vide che era vicino il tempo in cui Dio avrebbe concesso al suo popolo eletto un’altra prova; e con digiuno, umiliazione e preghiera, supplicò il Dio del Cielo in favore d’Israele, con queste parole: “O Signore, Dio grande e tremendo, che mantieni il patto e la misericordia verso quelli che ti amano e osservano i tuoi comandamenti”; noi abbiamo peccato, abbiamo commesso iniquità, abbiamo agito empiamente e ci siamo ribellati, allontanandoci perfino dai tuoi precetti e dai tuoi giudizi; non abbiamo dato ascolto ai tuoi servi, i profeti, che parlavano nel tuo nome ai nostri re, ai nostri principi, ai nostri padri e a tutto il popolo del paese.”»

«Notate queste parole. Daniele non proclama la propria fedeltà davanti al Signore. Invece di rivendicare di essere puro e santo, egli si identifica con i veramente peccatori d’Israele. La sapienza che Dio gli aveva impartito era tanto superiore alla sapienza dei savi del mondo quanto la luce del sole che risplende nei cieli a mezzogiorno è più fulgida della più debole stella. Eppure considerate la preghiera che sgorga dalle labbra di quest’uomo così altamente favorito dal Cielo. Con profonda umiliazione, con lacrime e con lacerazione del cuore, egli supplica per se stesso e per il suo popolo. Egli apre la propria anima davanti a Dio, confessando la propria bassezza e riconoscendo la grandezza e la maestà del Signore.»

«Quale serietà e fervore caratterizzano le sue suppliche! Egli si avvicina sempre più a Dio. La mano della fede si protende verso l’alto per afferrare le infallibili promesse dell’Altissimo. La sua anima lotta nell’agonia. Ed egli ha la prova che la sua preghiera è esaudita. Sente che la vittoria è sua. Se noi, come popolo, pregassimo come pregò Daniele, e lottassimo come egli lottò, umiliando le nostre anime davanti a Dio, sperimenteremmo risposte alle nostre suppliche tanto evidenti quanto quelle che furono concesse a Daniele. Ascoltate come egli espone la sua causa alla corte del Cielo:»

«O mio Dio, porgi il tuo orecchio e ascolta; apri i tuoi occhi e guarda le nostre desolazioni e la città che è chiamata con il tuo nome; poiché noi non presentiamo le nostre suppliche davanti a te per le nostre opere di giustizia, ma per le tue grandi misericordie. O Signore, ascolta; O Signore, perdona; O Signore, porgi l’orecchio e agisci; non tardare, per amor di te stesso, o mio Dio; poiché la tua città e il tuo popolo sono chiamati con il tuo nome. E mentre io parlavo, pregavo e confessavo il mio peccato e il peccato del mio popolo, … quell’uomo Gabriele, che avevo visto nella visione al principio, fatto volare rapidamente, mi toccò verso l’ora dell’oblazione della sera.»

“Mentre la preghiera di Daniele si leva, l’angelo Gabriele discende rapidamente dalle corti celesti per dirgli che le sue suppliche sono state udite ed esaudite. Questo potente angelo è stato incaricato di dargli sapienza e intendimento, di aprire dinanzi a lui i misteri delle età future. Così, mentre cercava con ardore di conoscere e comprendere la verità, Daniele fu posto in comunione con il messaggero delegato del Cielo.

«L’uomo di Dio pregava, non per un impeto di felice emozione, ma per la conoscenza della volontà divina. E desiderava questa conoscenza non semplicemente per sé stesso, ma per il suo popolo. Il suo grande peso era per Israele, che non osservava, nel senso più rigoroso, la legge di Dio. Egli riconosce che tutte le loro sventure sono venute su di loro come conseguenza delle loro trasgressioni di quella santa legge. Egli dice: “Abbiamo peccato, abbiamo agito empiamente…. A motivo dei nostri peccati e delle iniquità dei nostri padri, Gerusalemme e il tuo popolo sono diventati un obbrobrio per tutti quelli che ci circondano”. Avevano perduto il loro peculiare e santo carattere di popolo eletto da Dio. “Ora dunque, o nostro Dio, ascolta la preghiera del tuo servo e le sue suppliche, e fa’ risplendere il tuo volto sul tuo santuario, che è desolato”. Il cuore di Daniele si volge con intenso desiderio al santuario desolato di Dio. Egli sa che la sua prosperità può essere restaurata soltanto quando Israele si sarà pentito delle sue trasgressioni della legge di Dio, e sarà divenuto umile, fedele e ubbidiente. »

In risposta alla sua supplica, Daniele ricevette non solo la luce e la verità di cui lui e il suo popolo avevano maggiormente bisogno, ma anche una visione dei grandi eventi futuri, fino all’avvento del Redentore del mondo. Coloro che pretendono di essere santificati, mentre non hanno alcun desiderio di investigare le Scritture o di lottare con Dio in preghiera per una più chiara comprensione della verità biblica, non sanno che cosa sia la vera santificazione.

«Tutti coloro che credono con il cuore alla parola di Dio avranno fame e sete della conoscenza della sua volontà. Dio è l’autore della verità. Egli illumina l’intelletto ottenebrato e dà alla mente umana la capacità di afferrare e comprendere le verità che ha rivelato.

«Daniele parlava con Dio. Il cielo si apriva davanti a lui. Ma gli alti onori che gli furono concessi furono il risultato dell’umiliazione e di una fervente ricerca. Egli non pensava, come fanno molti al giorno d’oggi, che non abbia importanza ciò che crediamo, purché siamo soltanto sinceri e amiamo Gesù. Il vero amore per Gesù condurrà alla più diligente e fervente indagine su che cosa sia la verità. Cristo pregò affinché i suoi discepoli fossero santificati mediante la verità. Colui che è troppo indolente per compiere un’ansiosa e orante ricerca della verità sarà lasciato a ricevere errori che si dimostreranno la rovina della sua anima.

«Al tempo della visita di Gabriele, il profeta Daniele non fu in grado di ricevere ulteriore istruzione; ma pochi anni dopo, desideroso di conoscere di più riguardo a soggetti non ancora pienamente spiegati, si mise di nuovo a cercare luce e sapienza da Dio. “In quel tempo io, Daniele, feci cordoglio per tre settimane intere. Non mangiai pane prelibato, né carne né vino entrarono nella mia bocca, e non mi unsi affatto…. Poi alzai gli occhi, guardai, ed ecco un uomo vestito di lino, con i fianchi cinti d’oro fino di Ufaz. Il suo corpo era come il crisolito, la sua faccia aveva l’aspetto del lampo, i suoi occhi erano come torce di fuoco, le sue braccia e i suoi piedi avevano il colore del bronzo terso, e il suono delle sue parole era come il fragore di una moltitudine.”»

“Non meno che il Figlio di Dio apparve a Daniele. Questa descrizione è simile a quella data da Giovanni quando Cristo gli fu rivelato sull’isola di Patmos. Il nostro Signore ora viene con un altro messaggero celeste per insegnare a Daniele ciò che avrebbe avuto luogo negli ultimi giorni. Questa conoscenza fu data a Daniele e registrata per ispirazione per noi, sui quali sono giunte le estremità del mondo.” Review and Herald, 8 febbraio 1881.

L’interpretazione che Gabriele, «il messaggero delegato del cielo», stava recando a Daniele era il completamento dell’interpretazione che aveva cominciato a fornirgli nel capitolo nove. La metodologia di «linea dopo linea» richiede che allineiamo l’interpretazione e le circostanze ad essa associate di entrambi i capitoli nove e dieci, insieme, per dividere rettamente l’illustrazione profetica. È in questa interpretazione che si congiungono le visioni dei fiumi Ulai e Hiddekel.

Daniele aveva compreso dai libri di Geremia e di Mosè che la liberazione del popolo di Dio era vicina. In questo, Daniele rappresenta il popolo di Dio degli ultimi giorni che comprende che la liberazione finale del popolo di Dio è vicina. Quel popolo degli ultimi giorni riconoscerà di essere stato spiritualmente disperso, come rappresentato da Daniele, che era stato disperso nella schiavitù dei settant’anni di cattività in Babilonia. Comprenderà allora che esso, come Daniele, deve manifestare la risposta alla propria condizione di dispersione che sia in armonia con il rimedio rappresentato dalle «sette volte» del capitolo ventisei del Levitico.

Quando l’esperienza di umiltà rappresentata da Daniele, che è richiesta dal rimedio esposto in Levitico ventisei, si manifesterà negli ultimi giorni, il popolo di Dio degli ultimi giorni si sarà afflitto per un determinato periodo di tempo. Tale periodo di tempo si concluderà quando Michele l’arcangelo discenderà.

Continueremo questo studio nel prossimo articolo.

E perirete fra le nazioni, e il paese dei vostri nemici vi divorerà. E quelli di voi che saranno rimasti si consumeranno per la loro iniquità nei paesi dei loro nemici; e anche per le iniquità dei loro padri si consumeranno insieme con essi. Se confesseranno la loro iniquità e l’iniquità dei loro padri, con la trasgressione che hanno commesso contro di me, e anche che si sono comportati ostinatamente contro di me; e che anch’io mi sono comportato ostinatamente contro di loro e li ho condotti nel paese dei loro nemici; se allora il loro cuore incirconciso si umilierà, e se allora accetteranno la punizione della loro iniquità: allora io mi ricorderò del mio patto con Giacobbe, e anche del mio patto con Isacco, e anche del mio patto con Abrahamo mi ricorderò; e mi ricorderò del paese. Anche il paese sarà abbandonato da loro, e godrà i suoi sabati, mentre giacerà desolato senza di loro; ed essi accetteranno la punizione della loro iniquità, perché, appunto perché hanno disprezzato i miei giudizi e la loro anima ha avuto in abominio i miei statuti. E nondimeno, nonostante tutto questo, quando saranno nel paese dei loro nemici, io non li rigetterò, né li avrò in abominio fino a distruggerli del tutto e a rompere il mio patto con loro; poiché io sono il Signore loro Dio. Ma per amor loro mi ricorderò del patto dei loro antenati, che trassi fuori dal paese d’Egitto davanti agli occhi delle nazioni, per essere il loro Dio: io sono il Signore. Levitico 26:38–45.