I versetti dal sedici al diciannove del capitolo undicesimo di Daniele rappresentano la storia che ha inizio con l’imminente legge domenicale negli Stati Uniti, fino al momento in cui Michele si leva e il tempo di prova dell’umanità si chiude. Essi rappresentano pertanto anche la storia del versetto quarantuno fino al versetto quarantacinque dello stesso capitolo.

Ma colui che verrà contro di lui farà secondo la propria volontà, e nessuno potrà stargli dinanzi; ed egli si fermerà nel paese glorioso, che sarà consumato per mano sua. Egli si disporrà anche a entrare con la forza di tutto il suo regno, e uomini retti saranno con lui; così farà; e gli darà la figlia delle donne, corrompendola; ma ella non starà dalla sua parte, né sarà per lui. Dopo questo volgerà la sua faccia verso le isole, e ne prenderà molte; ma un principe, per conto proprio, farà cessare l’obbrobrio da lui inflitto; senza il proprio obbrobrio, lo farà ricadere su di lui. Poi volgerà la sua faccia verso la fortezza del suo proprio paese; ma inciamperà e cadrà, e non sarà più trovato. Daniele 11:16–19.

Quando la sorella White affrontò l’adempimento finale di Daniele capitolo undici, affermò “che gran parte della storia che si è adempiuta in questa profezia sarà ripetuta”. I versetti da quarantuno a quarantacinque ripetono la storia profetica di questi versetti. I versetti si adempirono quando la Roma pagana assunse il controllo del mondo conquistando dapprima tre aree geografiche.

«Sebbene l’Egitto non potesse resistere ad Antioco, il re del nord, Antioco non poté resistere ai Romani, che allora vennero contro di lui. Nessun regno fu più in grado di opporsi a questa potenza in ascesa. La Siria fu conquistata e aggiunta all’impero romano quando Pompeo, nel 65 a.C., privò Antioco Asiatico dei suoi possedimenti e ridusse la Siria a provincia romana. »

«La medesima potenza doveva anche stabilirsi nella Terra Santa e consumarla. Roma entrò in relazione con il popolo di Dio, i Giudei, mediante alleanza, nel 162 a.C., data dalla quale essa occupa un posto di rilievo nel calendario profetico. Non acquisì tuttavia giurisdizione sulla Giudea per effettiva conquista fino al 63 a.C.; e ciò nel modo seguente.»

«Al ritorno di Pompeo dalla sua spedizione contro Mitridate, re del Ponto, due pretendenti, Ircano e Aristobulo, si contendevano la corona della Giudea. La loro causa fu sottoposta a Pompeo, il quale ben presto riconobbe l’ingiustizia delle pretese di Aristobulo, ma desiderò differire la decisione della questione fino a dopo la sua tanto a lungo desiderata spedizione in Arabia, promettendo quindi di ritornare e di regolare le loro faccende secondo ciò che fosse sembrato giusto e conveniente. Aristobulo, penetrando i veri sentimenti di Pompeo, si affrettò a tornare in Giudea, armò i suoi sudditi e si preparò a una vigorosa difesa, deciso, a qualunque costo, a conservare la corona, che prevedeva sarebbe stata aggiudicata a un altro. Pompeo seguì da vicino il fuggitivo. Quando si avvicinò a Gerusalemme, Aristobulo, cominciando a pentirsi della sua condotta, gli andò incontro e cercò di comporre la questione promettendo piena sottomissione e ingenti somme di denaro. Pompeo, accettando tale offerta, inviò Gabinio, alla testa di un distaccamento di soldati, a ricevere il denaro. Ma quando quel luogotenente generale giunse a Gerusalemme, trovò le porte chiuse contro di lui e gli fu detto dall’alto delle mura che la città non si sarebbe attenuta all’accordo.»

«Pompeo, per non lasciar passare impunemente un simile inganno, fece mettere in catene Aristobulo, che aveva trattenuto presso di sé, e marciò immediatamente contro Gerusalemme con tutto il suo esercito. I partigiani di Aristobulo erano per difendere la città; quelli di Ircano, per aprire le porte. Questi ultimi, essendo in maggioranza e prevalendo, diedero a Pompeo libero ingresso nella città. Allora gli aderenti di Aristobulo si ritirarono sul monte del tempio, pienamente risoluti a difendere quel luogo quanto Pompeo era deciso a espugnarlo. Alla fine di tre mesi fu aperta una breccia nelle mura sufficiente per un assalto, e il luogo fu preso con la punta della spada. Nel terribile massacro che ne seguì, dodicimila persone furono uccise. Fu uno spettacolo commovente, osserva lo storico, vedere i sacerdoti, impegnati in quel momento nel servizio divino, con mano calma e fermo proposito proseguire il loro consueto ministero, apparentemente inconsapevoli del tumulto furioso, sebbene tutt’intorno a loro i loro amici fossero dati al massacro, e sebbene spesso il loro stesso sangue si mescolasse con quello dei loro sacrifici.»

«Dopo aver posto fine alla guerra, Pompeo demolì le mura di Gerusalemme, trasferì diverse città dalla giurisdizione della Giudea a quella della Siria e impose un tributo ai Giudei. Così, per la prima volta, Gerusalemme fu posta per conquista nelle mani di quella potenza che doveva tenere il “paese splendido” nella sua ferrea presa finché non l’avesse completamente consumato.

«“VERS. 17. Egli volgerà pure la sua faccia per entrare con la forza di tutto il suo regno, e uomini retti con lui; così farà: e gli darà la figlia delle donne, corrompendola; ma essa non starà dalla sua parte, né sarà per lui.”»

«Il vescovo Newton propone un’altra lettura di questo versetto, che sembra esprimere più chiaramente il senso, come segue: “Egli volgerà pure la sua faccia per entrare con la forza in tutto il regno”.» Il versetto 16 ci ha condotti fino alla conquista della Siria e della Giudea da parte dei Romani. Roma aveva in precedenza conquistato la Macedonia e la Tracia. L’Egitto era ora tutto ciò che restava dell’«intero regno» di Alessandro, non ancora assoggettato alla potenza romana, la quale ora volgeva la sua faccia per entrare con la forza in quel paese.

«Tolomeo Aulete morì nel 51 a.C. Lasciò la corona e il regno d’Egitto al figlio e alla figlia maggiori, Tolomeo e Cleopatra. Nel suo testamento era disposto che si sposassero tra loro e regnassero congiuntamente; e, poiché erano giovani, furono posti sotto la tutela dei Romani. Il popolo romano accettò tale incarico e nominò Pompeo tutore dei giovani eredi d’Egitto.

«Essendosi, non molto tempo dopo, acceso un contrasto tra Pompeo e Cesare, fu combattuta tra i due condottieri la celebre battaglia di Farsalo. Pompeo, sconfitto, fuggì in Egitto. Cesare lo seguì immediatamente colà; ma prima del suo arrivo, Pompeo fu ignobilmente assassinato da Tolomeo, del quale egli era stato nominato tutore. Cesare assunse pertanto la nomina che era stata conferita a Pompeo, quale tutore di Tolomeo e di Cleopatra. Trovò l’Egitto in agitazione per disordini interni, essendo Tolomeo e Cleopatra divenuti ostili l’uno all’altra, ed essendo ella stata privata della sua parte nel governo. Nondimeno, non esitò a sbarcare ad Alessandria con la sua piccola forza, 800 cavalieri e 3200 fanti, a prendere cognizione della contesa e a intraprenderne la composizione. Poiché i disordini crescevano di giorno in giorno, Cesare trovò la sua piccola forza insufficiente a mantenere la propria posizione; e, non potendo lasciare l’Egitto a causa del vento del nord che soffiava in quella stagione, mandò in Asia, ordinando che tutte le truppe che aveva in quella regione venissero in suo soccorso quanto prima possibile.

«Nel modo più altero decretò che Tolomeo e Cleopatra sciogliessero i loro eserciti, comparissero davanti a lui per un componimento delle loro divergenze e si attenessero alla sua decisione. Poiché l’Egitto era un regno indipendente, questo altero decreto fu considerato un affronto alla sua dignità regale; al che gli Egiziani, profondamente indignati, corsero alle armi. Cesare rispose che egli agiva in virtù della volontà del loro padre, Aulete, il quale aveva posto i suoi figli sotto la tutela del senato e del popolo di Roma, la cui intera autorità era ora investita nella sua persona quale console; e che, in qualità di tutore, egli aveva il diritto di fare da arbitro tra loro.»

«La questione gli fu infine sottoposta, e furono nominati degli avvocati per sostenere la causa delle rispettive parti. Cleopatra, consapevole della debolezza del grande conquistatore romano, giudicò che la bellezza della sua presenza sarebbe stata più efficace, per assicurarsi una sentenza favorevole, di qualunque difensore avesse potuto impiegare. Per giungere alla sua presenza senza essere scoperta, ricorse al seguente stratagemma: stendendosi per tutta la sua lunghezza in un fascio di vesti, Apollodoro, il suo servo siciliano, lo avvolse in un drappo, lo legò con una correggia e, sollevatolo sulle sue spalle erculee, si diresse verso gli appartamenti di Cesare. Dichiarando di avere un dono per il generale romano, fu ammesso attraverso la porta della cittadella, entrò alla presenza di Cesare e depose il fardello ai suoi piedi. Quando Cesare ebbe sciolto questo involto animato, ecco, la bella Cleopatra stava davanti a lui. Egli fu ben lungi dal mostrarsi contrariato per lo stratagemma e, avendo un carattere descritto in 2 Pietro 2:14, la prima vista di una persona così bella, dice Rollin, produsse su di lui tutto l’effetto che ella aveva desiderato.»

«Cesare infine decretò che il fratello e la sorella occupassero congiuntamente il trono, secondo l’intento del testamento. Potino, il principale ministro dello stato, essendo stato il principale artefice dell’espulsione di Cleopatra dal trono, temeva le conseguenze del suo ristabilimento. Cominciò pertanto a suscitare gelosia e ostilità contro Cesare, insinuando tra il popolo che egli mirasse infine a conferire a Cleopatra il potere esclusivo. Ben presto ne seguì una sedizione aperta. Achilla, alla testa di 20.000 uomini, avanzò per cacciare Cesare da Alessandria. Disponendo con abilità il suo piccolo contingente nelle strade e nei vicoli della città, Cesare non trovò difficoltà nel respingere l’attacco. Gli Egiziani intrapresero di distruggere la sua flotta. Egli replicò incendiando la loro. Alcune delle navi in fiamme, sospinte vicino al molo, appiccarono il fuoco a vari edifici della città, e la famosa biblioteca alessandrina, contenente quasi 400.000 volumi, fu distrutta.

«Poiché la guerra si faceva sempre più minacciosa, Cesare mandò a chiedere aiuto in tutti i paesi vicini. Una grande flotta giunse dall’Asia Minore in suo soccorso. Mitridate si diresse verso l’Egitto con un esercito reclutato in Siria e in Cilicia. Antipatro l’Idumeo si unì a lui con 3.000 Giudei. I Giudei, che tenevano i passi d’accesso all’Egitto, permisero all’esercito di avanzare senza impedimento. Senza questa loro cooperazione, l’intero piano sarebbe necessariamente fallito. L’arrivo di questo esercito decise la contesa. Una battaglia decisiva fu combattuta presso il Nilo, con il risultato di una completa vittoria per Cesare. Tolomeo, nel tentativo di fuggire, annegò nel fiume. Alessandria e tutto l’Egitto si sottomisero allora al vincitore. Roma era ormai entrata in possesso e aveva assorbito l’intero regno originario di Alessandro.»

Con gli «uomini retti» del testo si intendono senza dubbio i Giudei, i quali gli prestarono l’aiuto già menzionato. Senza questo, egli avrebbe certamente fallito; con esso, sottomise completamente l’Egitto al suo potere, nel 47 a.C.

“‘La figlia delle donne, corrompendola.’ La passione che Cesare aveva concepito per Cleopatra, dalla quale ebbe un figlio, è indicata dallo storico come l’unica ragione per cui intraprese una campagna tanto pericolosa quale la guerra egiziana. Questo lo trattenne in Egitto molto più a lungo di quanto i suoi affari richiedessero, trascorrendo egli intere notti in banchetti e gozzoviglie con la dissoluta regina. ‘Ma,’ disse il profeta, ‘ella non starà dalla sua parte, né sarà per lui.’ Cleopatra in seguito si unì ad Antonio, nemico di Augusto Cesare, ed esercitò tutta la sua potenza contro Roma.”

«“VERSO 18. Dopo ciò volgerà la sua faccia verso le isole, e ne prenderà molte; ma un principe, per proprio conto, farà cessare l’obbrobrio da lui inflitto; senza il proprio obbrobrio, lo farà ricadere su di lui.”»

La guerra con Farnace, re del Bosforo Cimmerio, finì col distoglierlo dall’Egitto. «Al suo arrivo dove si trovava il nemico», dice Prideaux, «egli, senza concedere alcuna tregua né a sé né a loro, li assalì immediatamente e riportò su di loro una vittoria completa; notizia della quale scrisse a un suo amico in queste tre parole: Veni, vidi, vici; venni, vidi, vinsi». L’ultima parte di questo versetto è avvolta in una certa oscurità, e vi è divergenza di opinioni riguardo alla sua applicazione. Alcuni la applicano a un periodo precedente della vita di Cesare, e pensano di trovarne l’adempimento nella sua contesa con Pompeo. Ma gli avvenimenti precedenti e successivi chiaramente definiti nella profezia ci costringono a cercare l’adempimento di questa parte della predizione tra la vittoria su Farnace e la morte di Cesare a Roma, come è presentata nel versetto seguente. Una storia più completa di questo periodo potrebbe portare alla luce avvenimenti che renderebbero agevole l’applicazione di questo passo.

“‘VERS. 19. Poi volgerà la sua faccia verso la fortezza del suo proprio paese; ma inciamperà e cadrà, e non sarà più trovato.’”

«Dopo questa conquista, Cesare sconfisse gli ultimi frammenti rimasti del partito di Pompeo, Catone e Scipione in Africa e Labieno e Varo in Spagna. Ritornato a Roma, la “fortezza del proprio paese”, fu fatto dittatore perpetuo; e gli furono concessi tali altri poteri e onori da renderlo di fatto sovrano assoluto dell’intero impero. Ma il profeta aveva detto che egli sarebbe inciampato e caduto. Il linguaggio implica che la sua rovina sarebbe stata improvvisa e inaspettata, come quella di una persona che accidentalmente inciampa mentre cammina. E così quest’uomo, che combatté e vinse cinquecento battaglie, prese mille città e uccise un milione centonovantaduemila uomini, cadde non nel frastuono della battaglia e nell’ora della lotta, ma quando pensava che il suo cammino fosse piano e cosparso di fiori, e quando si supponeva che il pericolo fosse lontano; poiché, preso posto nell’aula del senato sul suo trono d’oro, per ricevere dalle mani di quel corpo il titolo di re, il pugnale del tradimento lo colpì improvvisamente al cuore. Cassio, Bruto e altri congiurati si avventarono su di lui, ed egli cadde, trafitto da ventitré ferite. Così improvvisamente inciampò e cadde, e non fu più trovato, nel 44 a.C.». Uriah Smith, Daniel and the Revelation, 258–264.

L’adempimento storico della Roma pagana (il re del nord), essendo stabilita sul trono, è una storia che prefigura la storia dell’intronizzazione della Roma moderna nell’unione triplice che avviene con l’imminente legge domenicale. Questa storia è altresì tipificata nei versetti trenta fino a trentasei, che identificano il momento in cui il papato fu posto per la prima volta sul trono nel 538. I versetti sedici fino a diciannove, e i versetti trentuno fino a trentasei, rappresentano entrambi l’ascesa e la caduta finali della prostituta di Tiro. Tale storia fu anche rappresentata nei versetti cinque fino a nove, quando il primo re del nord fu stabilito dopo aver conquistato tre aree geografiche. In seguito egli entrò in un trattato con il re del sud, ma infranse il trattato, e in risposta il re del sud inflisse una ferita mortale, e il re del nord morì nella prigionia dell’Egitto.

I versetti da cinque a nove, da sedici a diciannove e da trenta a trentasei forniscono tre linee profetiche che trovano adempimento nei versetti da quaranta a quarantacinque. Quando Sister White affermò che «molta della storia che si è adempiuta in questa profezia si ripeterà», ciò significava in realtà che l’intero capitolo illustra i versetti da quaranta a quarantacinque. I versetti da venti a ventidue identificano la nascita e la morte di Cristo, rappresentando così il tempo della fine sia nel 1798 sia nel 1989 mediante la Sua nascita; poi la Sua morte sulla croce rappresentò il 22 ottobre 1844 e la legge domenicale.

Il versetto ventitré identifica la lega tra i Giudei e Roma, durante la storia della rivolta dei Maccabei. La «lega» in quella storia è rappresentata dalle date del 161 a.C. e del 158 a.C. La storia dei Maccabei rappresenta una linea interna che trova il suo inizio con una «lega» tra Roma e i Giudei maccabei, promossa dai Giudei, e che alla fine si concluse con i Giudei che dichiararono di non avere altro re che Cesare. Il versetto ventitré, naturalmente, segue i versetti ventuno e ventidue, e il versetto ventuno identifica la nascita di Cristo, che è un tempo profetico della fine, mentre il versetto ventidue identifica la croce, che rappresenta la legge domenicale.

Alla croce i Giudei identificarono Cesare (Roma) come loro re, e la «lega» del versetto ventitré fa riferimento all’inizio della scelta dei Giudei di servire Roma, proprio nel punto terminale della proclamazione della loro fedeltà a Roma. La fine dei Giudei, come rappresentata alla croce, è seguita dall’inizio dell’associazione dei Giudei con Roma.

I versetti dal ventiquattresimo al trentesimo descrivono i trecentosessant’anni durante i quali la Roma pagana regnò in modo supremo, dalla battaglia di Azio nel 31 a.C. fino al trasferimento della capitale da Roma a Costantinopoli nell’anno 330. Il periodo di trecentosessant’anni è figura dei milletrecentosessant’anni durante i quali la Roma papale regnò in modo supremo, e insieme essi rappresentano il periodo menzionato nel versetto quarantuno, e l’unione triplice che si verifica con l’imminente legge domenicale, fino alla chiusura del tempo di grazia.

Tutte le linee profetiche della storia nel capitolo undici si allineano con gli ultimi sei versetti di Daniele undici, ma è la storia profetica dal tempo della fine nel 1989, rappresentata nel versetto quaranta fino alla legge domenicale nel versetto quarantuno, che è «quella parte della profezia di Daniele che si riferisce agli ultimi giorni». La storia che è lasciata in bianco nel versetto quaranta è la Rivelazione di Gesù Cristo che viene dissigillata quando il tempo è vicino, poco prima che si chiuda il tempo di grazia.

Continueremo questo studio nel prossimo articolo.

«Noi abbiamo i comandamenti di Dio e la testimonianza di Gesù Cristo, che è lo spirito della profezia. Gemme inestimabili si trovano nella parola di Dio. Coloro che investigano questa parola dovrebbero mantenere la mente lucida. Non dovrebbero mai indulgere all’appetito pervertito nel mangiare o nel bere.

«Se fanno questo, il cervello sarà confuso; essi non saranno in grado di sopportare lo sforzo di scavare a fondo per scoprire il significato di quelle cose che si riferiscono alle scene conclusive della storia di questa terra. »

«Quando i libri di Daniele e dell’Apocalisse saranno compresi meglio, i credenti avranno un’esperienza religiosa del tutto diversa. Saranno loro concesse tali visioni delle porte aperte del cielo che il cuore e la mente saranno profondamente impressionati dal carattere che tutti devono sviluppare per realizzare la beatitudine che sarà la ricompensa dei puri di cuore. »

«Il Signore benedirà tutti coloro che cercheranno umilmente e con mansuetudine di comprendere ciò che è rivelato nell’Apocalisse. Questo libro contiene così tanto che è gravido d’immortalità e colmo di gloria, che tutti coloro che lo leggono e lo investigano con diligenza ricevono la benedizione promessa a quelli “che ascoltano le parole di questa profezia e osservano le cose che vi sono scritte”.»

«Una cosa sarà certamente compresa dallo studio dell’Apocalisse: che il legame tra Dio e il Suo popolo è stretto e ben definito.

«Si scorge una meravigliosa connessione tra l’universo del cielo e questo mondo. Le cose rivelate a Daniele furono in seguito completate dalla rivelazione fatta a Giovanni sull’Isola di Patmos. Questi due libri dovrebbero essere studiati con cura. Due volte Daniele domandò: Fino a quando sarà fino alla fine del tempo? »

«“Io udii, ma non compresi; allora dissi: O mio Signore, quale sarà la fine di queste cose? Ed egli disse: Va’, Daniele, perché queste parole sono chiuse e sigillate sino al tempo della fine. Molti saranno purificati, resi candidi e messi alla prova; ma gli empi agiranno empiamente, e nessuno degli empi comprenderà; ma i saggi comprenderanno. E dal tempo in cui sarà abolito il sacrificio quotidiano e sarà eretta l’abominazione della desolazione, vi saranno milleduecentonovanta giorni. Beato chi aspetta e giunge a milletrecentotrentacinque giorni. Ma tu va’ per la tua via sino alla fine; tu riposerai e poi sorgerai per ricevere la tua sorte alla fine dei giorni.”»

«Fu il Leone della tribù di Giuda che aprì il libro sigillato e diede a Giovanni la rivelazione di ciò che deve avvenire in questi ultimi giorni.

«Daniele rimase al suo posto per rendere la sua testimonianza, la quale fu sigillata fino al tempo della fine, quando il messaggio del primo angelo sarebbe stato proclamato al nostro mondo. Queste cose sono di infinita importanza in questi ultimi giorni; ma mentre “molti saranno purificati, resi candidi e provati”, “gli empi agiranno empiamente; e nessuno degli empi comprenderà”. Quanto è vero questo! Il peccato è la trasgressione della legge di Dio; e coloro che non vogliono accettare la luce riguardo alla legge di Dio non comprenderanno la proclamazione dei messaggi del primo, del secondo e del terzo angelo. Il libro di Daniele è dischiuso nella rivelazione data a Giovanni, e ci conduce innanzi fino alle ultime scene della storia di questa terra. »

«I nostri fratelli terranno presente che stiamo vivendo in mezzo ai pericoli degli ultimi giorni? Leggete l’Apocalisse in connessione con Daniele. Insegnate queste cose». Testimonies to Ministers, 114, 115.