Nell’ultimo articolo abbiamo rilevato che Gabriele fornì la conclusione dell’«ultima indignazione» per confermare la data del 1844, sulla base di due testimoni. Miller comprese i «sette tempi» di Levitico ventisei, che furono eseguiti contro il regno di Giuda, ma non giunse mai al punto di vedere lo scopo e la relazione del giudizio dei «sette tempi» su entrambi i regni d’Israele, quello settentrionale e quello meridionale. È dubbio che egli abbia mai riconosciuto la distinzione dell’«ultima indignazione» nel versetto diciannove, sebbene senza dubbio comprendesse in senso generale che l’«indignazione» erano i «sette tempi». La luce di una prima e di un’ultima indignazione fu dissigillata da Palmoni nel 1856, ma fu rigettata nel 1863. Tuttavia, il messaggio di Miller dei «sette tempi» era corretto, benché limitato.

Miller non avrebbe riconosciuto che il piccolo corno della Roma pagana innalzò ed esaltò il paganesimo, nel versetto undici di Daniele otto, poiché per Miller “togliere” significava semplicemente rimuovere in ciascuna delle sue tre occorrenze in Daniele. Tuttavia il suo messaggio era ancora corretto, benché limitato.

I Milleriti riconobbero che il «santuario» del versetto undici era il tempio pagano nella città di Roma (il Pantheon), ma la lingua ebraica non era ciò su cui si fondava il loro messaggio. Il messaggio di Miller era incentrato sul tempo profetico. La storia nella quale il loro messaggio fu disuggellato impedì loro di vedere gli Stati Uniti come il sesto regno della profezia biblica, ma, più ancora, impedì loro di vedere il papato come il quinto regno della profezia biblica.

Costretti dalla storia nella quale vissero, applicarono le profezie in accordo con l’atteso imminente ritorno di Cristo, e furono delusi, eppure il loro messaggio era corretto. Quando Gabriele fornisce l’interpretazione delle due visioni nei versetti dal quindici al ventisette, la comprensione di Miller gli impedì di cogliere la rivelazione più ampia dei regni che era rappresentata nell’oscillazione di genere del piccolo corno nei versetti dal nove al dodici. I Milleriti vedono Roma soltanto come un quarto e ultimo regno terreno nell’interpretazione di Gabriele.

E avvenne che, mentre io, io Daniele, avevo visto la visione e ne cercavo il significato, ecco, mi stava davanti uno che aveva l’apparenza di un uomo. E udii una voce d’uomo fra le rive dell’Ulai, la quale chiamò e disse: «Gabriele, fa’ comprendere a quest’uomo la visione». Così egli si avvicinò al luogo dove stavo; e quando giunse, fui preso da spavento e caddi con la faccia a terra; ma egli mi disse: «Comprendi, o figlio d’uomo, poiché la visione riguarda il tempo della fine». Or mentre egli mi parlava, io cadevo in un sonno profondo con la faccia a terra; ma egli mi toccò e mi fece stare in piedi. E disse: «Ecco, io ti farò conoscere ciò che avverrà nell’ultimo tempo dell’indignazione; poiché la fine verrà al tempo stabilito. Il montone che hai visto, con le due corna, rappresenta i re di Media e di Persia. E il capro irsuto è il re di Grecia; e il gran corno che è fra i suoi occhi è il primo re. Quanto al fatto che quel corno si spezzò, e che al suo posto ne sorsero quattro, sorgeranno dalla nazione quattro regni, ma non con la sua potenza. E negli ultimi tempi del loro regno, quando i trasgressori saranno giunti al colmo, sorgerà un re d’aspetto feroce e intendente di enigmi. La sua potenza sarà grande, ma non per la sua propria potenza; ed egli farà prodigi di distruzione, prospererà e agirà, e distruggerà i potenti e il popolo dei santi. Per la sua astuzia farà prosperare la frode nelle sue mani; s’innalzerà in cuor suo, e con la pace distruggerà molti; si leverà anche contro il Principe dei principi, ma sarà infranto senza intervento di mano umana. E la visione della sera e della mattina, della quale si è parlato, è verità; tu dunque sigilla la visione, perché essa si riferisce a molti giorni avvenire». E io, Daniele, venni meno e rimasi infermo per alcuni giorni; poi mi alzai e compii gli affari del re; ed ero sbigottito dalla visione, ma nessuno la comprendeva. Daniele 8:15–27.

Sebbene Daniele ricevesse la visione del fiume Ulai (che è ora in via di adempimento), nella storia di Babilonia il primo regno è omesso dalla visione. Esso era stato incluso come la testa d’oro e il leone nei capitoli due e sette, ma nel capitolo otto fu messo in risalto l’attributo profetico di Babilonia dell’essere rimossa e restaurata. Nabucodonosor aveva prefigurato la ferita mortale del papato quando fu scacciato di mezzo agli uomini per “sette tempi”, prefigurando così i simbolici settant’anni durante i quali la prostituta di Tiro è dimenticata. In Daniele capitolo otto, Babilonia è dimenticata tra i regni della profezia biblica e la visione comincia con i Medi e i Persiani (il montone), cui seguì la Grecia (il capro).

Il regno di Alessandro Magno si disintegrò in quattro regni di potenza inferiore a quella di Alessandro, come era stato pure rappresentato nel capitolo sette con il leopardo che aveva quattro ali e quattro teste. Quattro rappresenta l’estensione mondiale, come indicato dal nord, dall’est, dal sud e dall’ovest. Nel versetto otto del capitolo otto, quattro corna cospicue sorsero verso i quattro venti del cielo. Nel capitolo sette, le quattro ali della Grecia corrispondono ai quattro venti del capitolo otto, e le quattro teste della Grecia corrispondono alle quattro corna cospicue. Le quattro teste e le quattro corna cospicue rappresentano i quattro regni nei quali il regno originario di Alessandro si disintegrò, e le quattro ali e i quattro venti rappresentano le quattro aree della divisione. È importante cogliere la distinzione di questo punto, poiché essa rappresenta un argomento che i Milleriti avevano contro la comprensione tradizionale dei Protestanti riguardo al quarto regno di Roma.

Sulle tavole di Abacuc, rappresentate dalle carte pionieristiche del 1843 e del 1850, vi è una sola raffigurazione che non illustra un’applicazione profetica, e riguarda la distinzione tra le quattro teste e i quattro corni cospicui, e le quattro ali e i quattro venti. Nel tentativo di oscurare la verità di Roma quale quarto regno della profezia biblica, Satana introdusse un’argomentazione circa il significato vero o falso delle quattro teste e dei quattro corni cospicui, e delle quattro ali e dei quattro venti. Satana lo fece poiché il libro di Daniele identifica chiaramente che vi è un simbolo distinto nel libro di Daniele che stabilì la visione. Parte della prova che stabilisce quel simbolo si trova nelle quattro teste e nei quattro corni cospicui, e nelle quattro ali e nei quattro venti. I Protestanti sostennero una concezione satanica di questa argomentazione, e l’argomentazione fu così significativa per la storia millerita che essi vi fecero riferimento sulla carta. La potenza che stabilisce la visione “chazon” nel libro di Daniele è identificata come i “violenti del tuo popolo”, e i Protestanti identificarono tale potenza come uno di una lunga serie di re siri chiamati Antioco Epifane, mentre Miller li identificò come Roma.

In quei tempi molti insorgeranno contro il re del mezzogiorno; anche i violenti del tuo popolo si innalzeranno per dare compimento alla visione; ma cadranno. Daniele 11:14.

Antioco fu uno dei re, in una linea di re che discendeva da uno dei quattro regni in cui il regno di Alessandro si era disintegrato. Il piccolo corno del versetto nove di Daniele otto era seguito al regno di Alessandro, e il versetto nove dice che da uno di essi uscì il piccolo corno.

E da uno di essi uscì un piccolo corno, che divenne grandissimo verso il mezzogiorno, verso l’oriente e verso il paese splendido. Daniele 8:9.

L’argomentazione circa il fatto che sia Roma a confermare la visione, oppure che sia un re siriano debole e piuttosto insignificante a confermare la visione, include anche la questione se la potenza del piccolo corno sia uscita da uno dei quattro corni, oppure da uno dei quattro venti. Non è una questione di grande rilievo, poiché la storia e la profezia mostrano chiaramente che Roma non fu una discendente dell’impero greco, ma che Roma fu una nuova potenza. Se Roma era il quarto regno, allora l’“uno di essi” del versetto nove deve riferirsi a uno dei quattro venti o delle quattro ali. Se invece si trattava di Antioco Epifane, esso uscì dal corno della Siria.

I Milleriti identificarono che la potenza rappresentata come «i predoni del tuo popolo» si sarebbe levata contro Cristo.

Egli, per la sua astuzia, farà prosperare l’inganno nelle sue mani; si innalzerà nel suo cuore e, in tempo di pace, farà perire molti; si ergerà anche contro il Principe dei principi; ma sarà infranto senza intervento di mano umana. Daniele 8:25.

Il «Principe dei principi» è Cristo, e Antioco Epifane visse molto prima della nascita di Cristo; perciò i Milleriti misero in evidenza questo fatto sulla carta del 1843. Sulla carta inclusero la data 164, che in realtà non ha alcun riferimento biblico, ed era semplicemente un’annotazione che identifica la portata dell’argomentazione sul quarto regno tra Miller e i teologi protestanti. Accanto all’anno «164» sulla carta scrissero: «Morte di Antioco Epifane, il quale ovviamente non si levò contro il Principe dei principi, essendo morto 164 anni prima che il Principe dei principi nascesse».

Oggi l’Avventismo insegna che «i ladri del tuo popolo» sono Antioco Epifane, come insegna anche il protestantesimo apostata, nonostante il fatto che l’ispirazione abbia attestato che «la carta del 1843 fu diretta dalla mano del Signore e non dovrebbe essere alterata». I Milleriti sapevano che il re dall’aspetto fiero era Roma, perciò non furono scossi dall’insegnamento satanico che mina la capacità di stabilire la visione del «chazon». La Bibbia è chiara: dove non c’è visione, il popolo perisce.

Dove non c’è visione, il popolo perisce; ma chi osserva la legge è beato. Proverbi 29:18.

La visione che Salomone identifica nel versetto è la visione del “chazon”, che, nel versetto tredici di Daniele otto, è la visione che identifica il paganesimo e il papismo nell’atto di calpestare il santuario e l’esercito. Per i Milleriti, quei due poteri desolatori rappresentavano il quarto regno della profezia biblica, e senza riconoscere il quarto regno di Roma (i ladroni del tuo popolo), non sarebbero stati in grado di stabilire la visione. I “ladroni del tuo popolo” nel versetto quattordici di Daniele undici dovevano levarsi contro il re del mezzogiorno, esaltarsi, stabilire la visione e cadere. Roma adempì ciascuna di queste caratteristiche.

Nel capitolo sette, il quarto regno viene specificamente identificato come «diverso» dai regni che lo hanno preceduto.

Dopo questo io guardavo nelle visioni notturne, ed ecco una quarta bestia, spaventosa, terribile e straordinariamente forte; aveva grandi denti di ferro: divorava, stritolava e calpestava il residuo con i piedi; ed era diversa da tutte le bestie che l’avevano preceduta; e aveva dieci corna…. Poi volli conoscere la verità circa la quarta bestia, che era diversa da tutte le altre, straordinariamente terribile, i cui denti erano di ferro e le cui unghie di bronzo; che divorava, stritolava e calpestava il residuo con i piedi; e circa le dieci corna che aveva sul capo, e circa l’altro corno che spuntò, davanti al quale tre caddero; proprio quel corno che aveva occhi e una bocca che proferiva cose grandissime, e il cui aspetto era più imponente di quello dei suoi compagni. Daniele 7:7, 19, 20.

Il quarto regno di Daniele sette fu identificato due volte come «diverso» dai regni che lo avevano preceduto. Se il «piccolo corno» del versetto nove fosse stato semplicemente un’estensione del corno siriaco (Antioco Epifane), non sarebbe stato diverso. Le bestie che precedevano Roma nel capitolo sette erano il leone, l’orso e il leopardo, tutti animali che esistono realmente in natura; ma quando si trattò della quarta bestia, con denti di ferro e unghie di bronzo, Daniele non conosceva alcuna bestia naturale che rappresentasse quella bestia spaventosa che divorava. Era diversa. Il «piccolo corno» del versetto nove sorse da una delle aree rappresentate dai quattro venti e dalle ali, e non da uno dei corni o dei personaggi insigni.

Il capitolo otto di Daniele afferma che «nell’ultimo tempo del loro regno, quando i trasgressori saranno giunti al colmo, sorgerà un re dall’aspetto fiero, esperto in enigmi». Nell’«ultimo tempo del loro regno» (la Grecia, che si era disintegrata in quattro regni), nel tempo in cui «i trasgressori saranno giunti al colmo», sarebbe sorto un nuovo re.

«A ogni nazione che è comparsa sulla scena dell’azione è stato permesso di occupare il proprio posto sulla terra, affinché fosse determinato se avrebbe adempiuto i disegni del Vigilante e del Santo. La profezia ha tracciato l’ascesa e il progresso dei grandi imperi del mondo — Babilonia, Media-Persia, Grecia e Roma. Con ciascuno di questi, come con le nazioni di minor potenza, la storia si è ripetuta. Ognuno ha avuto il proprio periodo di prova; ognuno ha fallito, la sua gloria è svanita, la sua potenza è venuta meno». Prophets and Kings, 535.

Alla fine (“latter time”) del regno di Grecia, quando la coppa del loro tempo di prova fosse stata colmata (“when the transgressors are come to the full”), si sarebbe levato un “re dall’aspetto feroce”. Quel re avrebbe compreso “dark sentences”, poiché avrebbe parlato una lingua completamente diversa dall’ebraico dei Giudei o dal greco del regno precedente, infatti avrebbe parlato latino. Quel regno era stato identificato da Mosè come la nazione che avrebbe portato l’assedio degli anni 66–70 d.C., nel quale, fra le altre cose, la carestia fu così terribile che i Giudei mangiarono i propri figli per sopravvivere.

Poiché non avrai servito il Signore tuo Dio con gioia e con letizia di cuore, nell’abbondanza di ogni cosa, servirai perciò i tuoi nemici, che il Signore manderà contro di te, nella fame, nella sete, nella nudità e nella mancanza di ogni cosa; ed egli metterà un giogo di ferro sul tuo collo, finché ti abbia distrutto. Il Signore farà venire contro di te da lontano, dall’estremità della terra, una nazione che volerà come vola l’aquila; una nazione della cui lingua non comprenderai nulla; una nazione dall’aspetto feroce, che non avrà riguardo per il vecchio né mostrerà favore al giovane. Essa divorerà il frutto del tuo bestiame e il frutto della tua terra, finché tu sia distrutto; e non ti lascerà né grano, né vino, né olio, né l’aumento dei tuoi buoi, né i parti delle tue pecore, finché ti abbia distrutto. Ti assedierà in tutte le tue città, finché cadano in tutto il tuo paese le tue alte e forti mura nelle quali confidavi; ti assedierà in tutte le tue città, in tutto il paese che il Signore tuo Dio ti ha dato. E mangerai il frutto delle tue viscere, la carne dei tuoi figli e delle tue figlie che il Signore tuo Dio ti ha dato, durante l’assedio e nell’angoscia con cui i tuoi nemici ti opprimeranno. Deuteronomio 28:47–53.

In Daniele, capitolo due, il quarto regno era rappresentato dal “ferro”, e Mosè identificò una “nazione” che avrebbe posto un “giogo di ferro” sui Giudei. La “nazione” avrebbe “distrutto” i Giudei, e sarebbe stata rapida come un’aquila, della quale l’aquila è il simbolo di Roma. Sarebbe stata una “nazione” “la cui lingua tu non comprenderai”, poiché il suo linguaggio sarebbe stato per i Giudei fatto di “detti oscuri”. Sarebbe stata una “nazione dal volto feroce”, come è descritta in Daniele, capitolo otto, quale “re dal volto feroce”. E durante l’“assedio” di Gerusalemme i Giudei mangiarono i loro “figli e figlie”.

Miller riconobbe nella Roma pagana la potenza predetta da Mosè, nonché il quarto regno di «ferro» di Daniele due, e la «nazione» che parlava latino, non ebraico né greco. Miller non operava alcuna distinzione tra il quarto e il quinto regno della profezia biblica, poiché per lui entrambi erano semplicemente Roma. Così, dopo che la Roma pagana si era levata nel versetto ventitré, egli non avrebbe scorto la distinzione rappresentata nel versetto ventiquattro. Nella visione il piccolo corno era oscillato dal maschile al femminile, poi di nuovo al maschile e al femminile nei versetti da nove a dodici, e il versetto ventitré identifica le caratteristiche profetiche della Roma pagana; l’interpretazione di Gabriele nel versetto ventiquattro passa alla Roma femminile. La potenza del versetto ventiquattro doveva possedere «grande potenza», «ma non per la sua propria forza; ed egli farà maravigliose distruzioni, prospererà, agirà, e distruggerà i potenti e il popolo dei santi».

Alla Roma papale doveva essere conferito il potere militare della Roma pagana, ed essa avrebbe distrutto il popolo di Dio per milleduecentosessant’anni, dall’anno 538 al 1798. Avrebbe distrutto “mirabilmente”, poiché è la bestia dietro alla quale tutto il mondo “si meraviglia”, ed era la potenza che avrebbe “operato e prosperato” finché non fosse compiuta la prima indignazione che era stata “determinata” a concludersi nel 1798.

Poi, nel versetto venticinque, Gabriele segue l’oscillazione stabilita nei versetti che stava interpretando per Daniele, e si rivolge di nuovo alla Roma pagana, la quale, mediante un diverso tipo di «politica», riunì il proprio impero, come attestato da tutti gli storici. L’«astuzia» della Roma pagana consisteva nell’indurre le nazioni a unirsi al suo impero in espansione, e si servì della promessa di pace e prosperità per edificare l’impero, a differenza degli imperi precedenti, che furono forgiati semplicemente dalla potenza militare. La Roma pagana doveva anche «insorgere contro il Principe dei principi», come fece quando pose Cristo sulla croce del Calvario.

Poi Gabriele si rivolge alle due visioni che stava interpretando per Daniele, identificando che la visione “mareh” dell’apparizione (i duemilatrecento giorni) era vera, e che la visione “chazon” del calpestamento del santuario e dell’esercito da parte della Roma pagana e della Roma papale doveva essere “chiusa (sigillata)”, “per molti giorni” (fino al tempo della fine nel 1798).

Allora Daniele rimase infermo per qualche tempo e poi ritornò al suo lavoro, ma ancora non comprendeva la visione del “mareh”, cioè la visione che Gabriele aveva ricevuto il comando di fargli comprendere. Per questa ragione Gabriele sarebbe ritornato nel capitolo nove, per portare a compimento la sua opera di far comprendere a Daniele la visione del “mareh”.

Nel capitolo nove di Daniele, Daniele aveva studiato la Parola profetica ed era giunto a comprendere attraverso gli scritti di Mosè e di Geremia. Geremia aveva indicato che la prigionia nella quale egli si trovava sarebbe durata settant’anni.

E tutto questo paese sarà una desolazione e uno stupore; e queste nazioni serviranno il re di Babilonia per settant’anni. E avverrà, quando i settant’anni saranno compiuti, che io punirò il re di Babilonia e quella nazione, dice il Signore, per la loro iniquità, e il paese dei Caldei, e ne farò una desolazione perpetua. Geremia 25:11, 12.

Secondo Mosè, la cattività nel paese del nemico corrisponderebbe a un tempo in cui il paese godrebbe i suoi sabati.

E ridurrò il paese in desolazione; e i vostri nemici che vi abiteranno ne saranno stupiti. E io vi disperderò fra le nazioni, e sguainerò la spada dietro a voi; e il vostro paese sarà desolato, e le vostre città devastate. Allora il paese godrà i suoi sabati per tutto il tempo che rimarrà desolato, mentre voi sarete nel paese dei vostri nemici; allora il paese si riposerà e godrà i suoi sabati. Per tutto il tempo che rimarrà desolato esso si riposerà, perché non si era riposato durante i vostri sabati, quando voi lo abitavate. Levitico 26:32–35.

Daniele aveva compreso, dalla Parola profetica di Dio, sulla base di due testimoni, che il Suo popolo era stato disperso nel paese del nemico, durante il quale tempo il paese avrebbe goduto i suoi sabati. Egli comprese ciò che l’autore delle Cronache comprese riguardo ai settant’anni di Geremia.

E quelli che erano scampati alla spada egli li deportò a Babilonia, dove furono servi suoi e dei suoi figli fino al regno del regno di Persia, per adempiere la parola del Signore pronunciata per bocca di Geremia, finché il paese avesse goduto i suoi sabati; per tutto il tempo che rimase desolato osservò il sabato, per compiere settant’anni. Or nel primo anno di Ciro, re di Persia, affinché si adempisse la parola del Signore pronunciata per bocca di Geremia, il Signore destò lo spirito di Ciro, re di Persia, sì che egli fece una proclamazione per tutto il suo regno, e la mise anche per iscritto, dicendo: «Così dice Ciro, re di Persia: Il Signore, l’Iddio dei cieli, mi ha dato tutti i regni della terra; ed egli mi ha incaricato di costruirgli una casa in Gerusalemme, che è in Giuda. Chi è fra voi di tutto il suo popolo? Il Signore, il suo Dio, sia con lui, e salga». 2 Cronache 36:20–23.

Daniele comprese che i settant’anni di dispersione nella terra del nemico annunciati da Geremia, mentre il paese godeva i suoi sabati, si fondavano sulla maledizione delle «sette volte» di Levitico ventisei; e, in obbedienza a tale comprensione, egli adempié il rimedio prescritto ivi per coloro che finalmente si destano alla loro condizione di dispersi.

E su quelli di voi che saranno rimasti in vita manderò uno smarrimento nel loro cuore nei paesi dei loro nemici; e il fruscio di una foglia agitata li inseguirà; ed essi fuggiranno come si fugge davanti alla spada; e cadranno quando nessuno li insegue. E cadranno l’uno sull’altro, come davanti alla spada, quando nessuno li insegue; e non avrete forza di stare in piedi davanti ai vostri nemici. E perirete fra le nazioni, e il paese dei vostri nemici vi divorerà. E quelli di voi che saranno rimasti si consumeranno per la loro iniquità nei paesi dei vostri nemici; e anche per le iniquità dei loro padri si consumeranno con essi. Se confesseranno la loro iniquità e l’iniquità dei loro padri, con la loro trasgressione con cui hanno trasgredito contro di me, e anche il fatto che hanno camminato in opposizione a me; e che anch’io ho camminato in opposizione a loro, e li ho condotti nel paese dei loro nemici; se allora il loro cuore incirconciso sarà umiliato, e allora accetteranno la punizione della loro iniquità: allora mi ricorderò del mio patto con Giacobbe, e anche del mio patto con Isacco, e anche del mio patto con Abrahamo mi ricorderò; e mi ricorderò del paese. Anche il paese sarà abbandonato da loro, e godrà i suoi sabati, mentre giace desolato senza di loro; ed essi accetteranno la punizione della loro iniquità, perché, sì, perché hanno disprezzato i miei giudizi, e perché l’anima loro ha avuto in abominio i miei statuti. E tuttavia, nonostante tutto questo, quando saranno nel paese dei loro nemici, io non li rigetterò, né li avrò in abominio fino a distruggerli interamente e a rompere il mio patto con loro, perché io sono il Signore loro Dio. Ma per amor loro mi ricorderò del patto dei loro antenati, che feci uscire dal paese d’Egitto sotto gli occhi delle nazioni, per essere il loro Dio: io sono il Signore. Questi sono gli statuti, i giudizi e le leggi che il Signore stabilì fra sé e i figli d’Israele sul monte Sinai per mezzo di Mosè. Levitico 26:36–46.

La preghiera di Daniele nel capitolo nove prende in considerazione ogni elemento del consiglio rivolto a coloro che si trovano dispersi nella terra del nemico. Tale preghiera deve essere messa in relazione con la sua preghiera nel capitolo due, poiché insieme esse rappresentano la preghiera di quelli di Apocalisse capitolo undici, che erano morti nelle strade di quella grande città di Sodoma e d’Egitto, i quali scoprono anch’essi di essere stati dispersi. Quando Daniele conclude la sua preghiera, Gabriele ritorna per portare a compimento l’opera di spiegare la visione del “mareh”, proprio come lo Spirito Santo intende compiere per i due testimoni di Apocalisse capitolo undici.

Mentre io parlavo, pregavo, confessavo il mio peccato e il peccato del mio popolo Israele, e presentavo la mia supplica davanti al Signore, il mio Dio, per il santo monte del mio Dio, sì, mentre parlavo ancora in preghiera, l’uomo Gabriele, che avevo visto nella visione al principio, fatto volare con rapidità, mi raggiunse verso l’ora dell’oblazione della sera. Egli mi ammaestrò, parlò con me e disse: «O Daniele, io sono ora venuto per darti intendimento e intelligenza». Daniele 9:20–22.

Continueremo questo studio nel prossimo articolo.

“Poco prima della caduta di Babilonia, quando Daniele meditava su queste profezie e cercava Dio per ottenere un’intelligenza dei tempi, gli fu data una serie di visioni riguardanti l’ascesa e la caduta dei regni. Con la prima visione, come è riportato nel settimo capitolo del libro di Daniele, gli fu data un’interpretazione; tuttavia non tutto fu reso chiaro al profeta. «I miei pensieri mi turbarono grandemente», scrisse a proposito della sua esperienza in quel tempo, «e il mio volto mutò in me; ma conservai la cosa nel mio cuore». Daniele 7:28.”

«Per mezzo di un’altra visione fu gettata ulteriore luce sugli eventi del futuro; e fu alla conclusione di questa visione che Daniele udì “un santo che parlava, e un altro santo disse a quel tale santo che parlava: Fino a quando durerà la visione?” Daniele 8:13. La risposta che fu data, “Fino a duemilatrecento giorni; poi il santuario sarà purificato” (versetto 14), lo colmò di perplessità. Egli cercò con ardore il significato della visione. Non riusciva a comprendere il rapporto tra i settant’anni di cattività, predetti per mezzo di Geremia, e i duemilatrecento anni che, nella visione, udì il visitatore celeste dichiarare che sarebbero trascorsi prima della purificazione del santuario di Dio. L’angelo Gabriele gliene diede un’interpretazione parziale; tuttavia, quando il profeta udì le parole: “La visione … sarà per molti giorni”, venne meno. “Io, Daniele, venni meno”, egli riferisce della sua esperienza, “e fui malato per alcuni giorni; poi mi alzai e ripresi il servizio del re; ed ero sbalordito per la visione, ma nessuno la comprendeva”. Versetti 26, 27.»

“Ancora oppresso per Israele, Daniele studiò di nuovo le profezie di Geremia. Esse erano molto chiare, così chiare che egli comprese, da queste testimonianze riportate nei libri, «il numero degli anni di cui la parola del Signore era stata rivolta al profeta Geremia, cioè che Egli avrebbe compiuto settant’anni nelle desolazioni di Gerusalemme». Daniele 9:2.

«Con una fede fondata sulla sicura parola della profezia, Daniele supplicò il Signore per il rapido adempimento di queste promesse. Supplicò affinché l’onore di Dio fosse preservato. Nella sua preghiera si identificò pienamente con coloro che erano venuti meno al proposito divino, confessando i loro peccati come se fossero i propri». Prophets and Kings, 553, 554.