Gabriele venne a Daniele dopo che egli ebbe compreso i settant’anni della cattività della profezia di Geremia, e il giuramento e la maledizione di Mosè.
Nel primo anno del suo regno, io, Daniele, compresi dai libri il numero degli anni riguardo ai quali la parola del Signore era stata rivolta al profeta Geremia: egli avrebbe compiuto settant’anni sulle desolazioni di Gerusalemme.... Sì, tutto Israele ha trasgredito la tua legge, allontanandosi per non ubbidire alla tua voce; perciò la maledizione si è riversata su di noi, e il giuramento che è scritto nella legge di Mosè, servo di Dio, perché abbiamo peccato contro di lui. Ed egli ha confermato le sue parole, che aveva pronunciate contro di noi e contro i nostri giudici che ci giudicavano, facendo venire su di noi una grande sciagura; poiché sotto tutto il cielo non è stato fatto nulla di simile a ciò che è stato fatto contro Gerusalemme. Come è scritto nella legge di Mosè, tutta questa sciagura ci è venuta addosso; eppure non abbiamo presentato la nostra supplica davanti al Signore, nostro Dio, per convertirci dalle nostre iniquità e comprendere la tua verità. Perciò il Signore ha vegliato sulla sciagura e l’ha fatta venire su di noi; poiché il Signore, nostro Dio, è giusto in tutte le opere che compie; ma noi non abbiamo ubbidito alla sua voce. Daniele 9:2, 11–14.
La parola che Daniele usò, tradotta come «il giuramento», è la stessa parola che Mosè usò, tradotta come «sette volte», in Levitico ventisei. La Sorella White ci informa che, nel capitolo nove, Daniele cercava di comprendere la relazione tra il periodo di settant’anni di Geremia e il periodo di duemilatrecento anni. A Gabriele era stato comandato, nel capitolo otto, di far comprendere a Daniele la visione dei duemilatrecento giorni, e Gabriele porta a compimento la sua opera quando ritorna nel capitolo nove e informa Daniele di separare mentalmente le due visioni che sono state il tema dei capitoli sette, otto e anche nove. Queste due visioni costituiscono il tema dell’«aumento della conoscenza» che fu dischiuso nel 1798.
I settant’anni di Geremia e la «maledizione» di Mosè sono entrambi simboli dei «sette tempi», come rappresentati dal «giuramento» di Mosè, ma Gabriele sta per presentare la suddivisione del periodo di duemilatrecento anni. Esso può essere correttamente suddiviso soltanto quando la relazione della visione (“chazon”) del calpestamento e della visione (“mareh”) dell’apparizione è correttamente distinta. Gabriele iniziò identificando che ai Giudei era concesso un periodo di prova di quattrocentonovanta anni. Quel periodo era lo stesso periodo di quattrocentonovanta anni di ribellione che aveva prodotto i settant’anni di cattività.
La parola «determinato» nel versetto ventiquattro si riferisce al periodo che va dalla promulgazione del terzo decreto nel 457 a.C. fino alla lapidazione di Stefano nel 34 d.C., ma la parola «determinato» nei versetti ventisei e ventisette identifica i poteri devastatori del paganesimo e del papismo.
E dopo sessantadue settimane il Messia sarà soppresso, ma non per sé; e il popolo di un principe che verrà distruggerà la città e il santuario; e la sua fine sarà come un'inondazione, e fino alla fine della guerra sono decretate devastazioni. Ed egli confermerà il patto con molti per una settimana; e in mezzo alla settimana farà cessare il sacrificio e l'oblazione, e sull'ala delle abominazioni verrà il devastatore, fino alla consumazione; e ciò che è decretato sarà riversato sul devastatore. Daniele 9:26, 27.
Gabriele informa Daniele che «dopo» che il «Messia» fosse stato «stroncato», «il popolo del principe che verrà distruggerà la città e il santuario». Roma pagana distrusse la «città e il santuario» nell’assedio che durò esattamente tre anni e mezzo, dall’anno 66 al 70 d.C. Gabriele identifica che «la fine della guerra» sarebbe stata «con un’inondazione», e che la guerra sarebbe consistita in «desolazioni». La guerra che fu compiuta contro Gerusalemme e il santuario fu il calpestamento che fu compiuto dal paganesimo e dal papalismo. La potenza pagana che avrebbe distrutto Gerusalemme all’inizio fu Babilonia, ma la potenza pagana che l’avrebbe distrutta dopo che il Messia fu crocifisso fu Roma pagana. Ma la guerra contro il santuario e l’esercito fu compiuta da due potenze desolatrici, e la seconda delle due potenze desolatrici nelle Scritture è il papato.
Il papato è la potenza rappresentata come il «flagello traboccante»; è la potenza del versetto quaranta di Daniele undici, che «straripa e passa oltre». Il calpestamento di Gerusalemme, che ebbe inizio con Babilonia e continuò con la nazione di ferro che pronunciava parole oscure, come rappresentata da Mosè nel Deuteronomio, fu seguito dal papato. Fino alla fine del calpestamento, furono «determinate» delle «desolazioni». Nel versetto ventisette, Cristo conferma il patto con molti per una settimana. A metà di quella settimana, il sistema sacrificale terreno avrebbe cessato, poiché Cristo iniziò il suo ministero di sommo sacerdote nel santuario in cielo. A motivo della disubbidienza dei Giudei durante il tempo di prova che era stato loro ritagliato, il santuario e la città dovevano di nuovo essere resi desolati.
Il versetto dice: «per la diffusione delle abominazioni egli la renderà desolata, fino alla consumazione; e ciò che è decretato sarà riversato sulla desolata». Quando i Giudei ebbero infine colmato fino all’orlo la misura del loro tempo di prova, la città e il santuario dovevano rimanere desolati fino alla fine della guerra. Alla «consumazione» del calpestamento nel 1798, era stato «decretato» che il papato avrebbe ricevuto una ferita mortale. Allora la città e il santuario dovevano essere restaurati e ricostruiti, come fu prefigurato quando i Giudei uscirono dalla Babilonia letterale sotto i tre decreti.
Fino alla consumazione di quella guerra, Gerusalemme doveva essere calpestata dal potere papale. I periodi profetici che costituiscono i distinti periodi all’interno dei duemilatrecento anni possono essere compresi correttamente solo quando la relazione della visione del calpestamento dei settant’anni è compresa in connessione con la visione della restaurazione del santuario e dell’esercito. Respingere la visione della dispersione della maledizione di Mosè significa respingere la visione del radunamento. La visione dei settant’anni è la visione della dispersione. La visione dei duemilatrecento anni è la visione del radunamento. La visione dei settant’anni è la visione “chazon” della dispersione, e la visione dei duemilatrecento anni è la visione “mareh” del radunamento.
Quello dunque che Dio ha unito, l’uomo non lo separi. Marco 10:9.
Le due visioni sono state profeticamente unite insieme, e rigettarne una significa rigettarle entrambe. Questo fatto dimostra che, nonostante l’Avventismo affermi di sostenere la profezia dei duemilatrecento anni, esso ha rigettato il pilastro centrale dell’Avventismo, con la stessa certezza con cui rigettò i “sette tempi” nel 1863. Non professavano forse i Giudei di osservare la legge di Dio? Non professava forse l’antico Israele di attendere il Messia? La professione è priva di significato se non sostiene la Parola di Dio.
I Milleriti alla fine identificarono il 22 ottobre 1844 come il termine del periodo dei duemilatrecento giorni, ma la loro comprensione era limitata. Solo dopo la grande delusione giunse luce riguardo al santuario celeste e all’apparizione di Cristo nel Luogo Santissimo in quella data. Solo dopo quella data essi compresero il messaggio del terzo angelo e la legge di Dio.
Il Signore intendeva accrescere la luce profetica associata ai duemilatrecento anni e, nel 1856, aprì la porta a ulteriore luce; nei sette anni successivi, l’Avventismo chiuse quella porta. Solo dopo l’11 settembre 2001 il Signore ricondusse gli studenti della profezia agli articoli di Hiram Edson, e la luce dei «sette tempi» cominciò nuovamente ad aumentare.
Rifiutandosi di vedere la relazione tra la profezia dei duemilatrecento anni e la profezia dei duemilacinquecentoventi anni, l’Avventismo giunse a comprendere il 22 ottobre 1844 in modo mutilo e incompleto.
Una volta che S. S. Snow ebbe fissato la data della crocifissione, fu stabilita la data del 22 ottobre 1844.
Sappi dunque e comprendi che dall’emanazione del decreto per restaurare e ricostruire Gerusalemme fino al Messia, il Principe, vi saranno sette settimane e sessantadue settimane; essa sarà nuovamente edificata, con piazza e mura, in tempi angosciosi. E dopo le sessantadue settimane il Messia sarà soppresso, e non per sé stesso; e il popolo di un principe che verrà distruggerà la città e il santuario; la sua fine verrà come un’inondazione, e fino alla fine della guerra sono decretate devastazioni. Egli stipulerà un patto con molti per una settimana; e in mezzo alla settimana farà cessare il sacrificio e l’offerta; e sulle ali delle abominazioni verrà il devastatore, finché la completa distruzione, che è decretata, sia riversata sul devastatore. Daniele 9:25–27.
I Milleriti riconobbero la data corretta della crocifissione, e quindi fu identificata la fine del periodo di duemilatrecento anni. Fu pure identificato il “troncamento del Messia” “in mezzo alla settimana”, nella quale Cristo confermò “il patto”, a motivo del fatto che i Giudei avevano colmato fino all’orlo la coppa del loro tempo di prova, come rappresentato dalla “sovrabbondanza delle Abominazioni”. La croce divenne il punto di riferimento storico che fu essenziale per il riconoscimento del messaggio del Grido di Mezzanotte.
Malgrado la luce contenuta nei versetti che produssero una manifestazione così potente della potenza di Dio, i Milleriti non giunsero mai a una comprensione di quei versetti quale era rappresentata dal desiderio di Daniele di intendere la relazione tra le due visioni. La settimana nella quale Cristo confermò il patto fu divisa in due periodi, che in seguito Sorella White identificò come rappresentanti il ministero personale di Cristo di tre anni e mezzo, seguito dal suo ministero come rappresentato dai discepoli. Essi videro che il punto di riferimento storico della croce divenne l’àncora per accertare la data del 22 ottobre 1844, ma non videro che esso rappresentava anche il centro di due periodi identici di tre anni e mezzo e, quindi, rappresentava i “sette tempi”, che Dio, per mezzo di Mosè, chiamò la “contesa del suo patto”.
Allora anch’io procederò contro di voi e vi colpirò ancora sette volte per i vostri peccati. E farò venire su di voi la spada, che eseguirà la vendetta del mio patto; e quando vi sarete raccolti nelle vostre città, manderò in mezzo a voi la pestilenza; e sarete dati nelle mani del nemico. Levitico 26:24, 25.
Quando Cristo confermava il patto con molti, si trattava del patto riguardo al quale egli aveva una contesa con i Giudei disubbidienti. La «contesa del suo patto» ebbe inizio nel 723 a.C., quando gli Assiri condussero in cattività il regno settentrionale, e quindi, per milleduecentosessanta giorni profetici, il paganesimo calpestò l’Israele letterale. A quel calpestamento seguirono poi altri milleduecentosessanta giorni profetici, durante i quali il papismo calpestò l’Israele spirituale.
La settimana profetica nella quale Cristo confermò il patto, in adempimento della visione dei duemilatrecento anni, rappresentava anche la visione dei duemilacinquecentoventi anni. I Milleriti compresero a sufficienza la profezia dei duemilatrecento anni da proclamare correttamente il messaggio del Grido di Mezzanotte, ma scelsero di respingere parte della luce che l’interpretazione di Gabriele nel capitolo nove era intesa a trasmettere.
Gabriele aveva istruito Daniele a distinguere correttamente (separare mentalmente) le due visioni, rappresentate come “cosa” e “visione”, e, in adempimento di quel consiglio, Sorella White ci informa che questo era precisamente il peso che gravava su Daniele mentre cercava di comprendere la relazione tra le settanta settimane (un simbolo di “sette tempi”) e i duemilatrecento anni.
Il rigetto, da parte dell’Avventismo, dei «sette tempi» lo pose in una condizione tale da non poter comprendere che il primo periodo di quattrocentonovanta anni, che era stato staccato dai duemilatrecento anni, rappresentava la ribellione del patto che Mosè identifica come la «contesa del suo patto».
Fu loro altresì impedito di riconoscere che la crocifissione a metà della settimana faceva più che semplicemente individuare la data, poiché identificava il vero centro della contesa di Cristo con la disobbedienza d’Israele mediante il sangue del patto. Erano ciechi al fatto che il sangue sparso per molti sulla croce, che confermava il suo patto, confermava anche il patto esposto in Levitico venticinque e ventisei.
L’antico Israele assunse su di sé un patto nel quale definì il patto come la propria proclamazione: «Tutto ciò che il Signore ha detto, noi lo faremo», del tutto ignaro che il patto che Cristo stava offrendo richiedeva che la Sua legge fosse scritta nel cuore. La loro definizione farisaica dei termini del patto impedì loro di comprendere e accettare il vero patto.
L’Israele moderno ha definito il sangue della croce in mezzo alla settimana in termini che producono per l’Israele moderno la medesima cecità che gravava sull’antico Israele quando respinsero il Messia e proclamarono di non avere altro re che Cesare.
L’Israele moderno è cieco al fatto che la storia che Gabriele delineò per Daniele non include soltanto la conferma del patto, ma anche la dispersione che viene inflitta a coloro che rigettano quel patto, poiché i versetti indicano che la Roma pagana (il principe che doveva venire) avrebbe distrutto la città e il santuario, e che sino alla fine della guerra (che calpestò il santuario e l’esercito) erano state decretate “desolazioni”, al plurale.
Nella storia in cui Cristo sparse il suo sangue per confermare il patto con molti, le due potenze devastatrici della Roma pagana e papale sono specificamente identificate. Il sangue sparso sulla croce è ciò che Cristo porta nel santuario celeste, ed è un simbolo della Sua opera rappresentata dalla visione del «mareh» di duemilatrecento anni. Quella storia è intrecciata con la storia della visione del «chazon» di duemilacinquecentoventi anni, come rappresentata dalle due potenze devastatrici che avrebbero calpestato il santuario e l’esercito.
Le verità che nel sogno di Miller erano rappresentate come gioielli splendevano luminose come il sole, ma erano incomplete. Negli ultimi giorni, quando il Grido di Mezzanotte sarà ripetuto alla lettera, quegli stessi gioielli saranno gettati nel nuovo cofanetto più grande dall’“uomo con la spazzola per la polvere”, e allora splenderanno dieci volte più intensamente di quanto facessero in origine. Essi diventano la prova del messaggio finale del Grido di Mezzanotte. Quei gioielli furono identificati in modo specifico dai due testimoni profetizzati da Habacuc, come tavole. Quando le due tavole delle carte pionieristiche del 1843 e del 1850 sono poste l’una sull’altra “linea su linea”, i gioielli di Miller vengono identificati in modo specifico, e così facendo quei gioielli rappresentano il messaggio del Grido di Mezzanotte finale.
La maggior parte delle verità presenti sui due grafici illustra profezie che furono adempiute prima del 1844, come l’identificazione delle bestie di Daniele sette e otto. Vi è rappresentata l’immagine di Daniele due. Vi è l’argomentazione sul fatto che sia Roma oppure Antioco Epifane a stabilire la visione. Vi sono il primo disappunto e il tempo d’attesa di Abacuc e delle dieci vergini. Vi è l’arrivo del terzo angelo, come pure il santuario celeste. Vi è “il quotidiano” quale simbolo del paganesimo. E naturalmente vi sono i tre Guai dell’Islam. Riuniti insieme, i grafici rappresentano un’illustrazione dell’“aumento della conoscenza” che ha luogo quando il Leone della tribù di Giuda dissigilla una verità profetica.
Mentre concludiamo la nostra considerazione della visione del fiume Ulai quale simbolo della conoscenza profetica che fu dissigillata al tempo della fine nel 1798, e che aumentò fino a costituire i gioielli nel nuovo scrigno più grande del sogno di William Miller, torneremo sulle verità millerite che, nella loro storia, rimasero incomplete. Alcune furono lasciate in uno stato incompleto a motivo del tempo storico in cui i Milleriti vivevano, mentre altre rimasero incomplete per la disubbidienza di coloro che rifiutarono di stare al passo con la luce progressiva del terzo angelo.
Continueremo queste cose nel prossimo articolo.
«Coloro che Dio ha inviato con un messaggio non sono che uomini, ma qual è il carattere del messaggio che essi recano? Oserete voi allontanarvi dagli avvertimenti, o farne poco conto, perché Dio non vi ha consultati circa ciò che sarebbe stato preferibile? Dio chiama uomini che parlino, che alzino forte la voce e non risparmino. Dio ha suscitato i suoi messaggeri perché compiano la sua opera per questo tempo. Alcuni si sono allontanati dal messaggio della giustizia di Cristo per criticare gli uomini e le loro imperfezioni, perché non espongono il messaggio della verità con tutta la grazia e l’eleganza desiderabili. Essi hanno troppo zelo, sono troppo ferventi, parlano con troppa decisione, e così il messaggio che recherebbe guarigione, vita e conforto a molte anime stanche e oppresse viene, in una certa misura, escluso; poiché, nella stessa misura in cui uomini d’influenza chiudono il proprio cuore e oppongono la propria volontà a ciò che Dio ha detto, essi cercheranno di sottrarre il raggio di luce a coloro che hanno desiderato e pregato per ricevere luce e potenza vivificante. Cristo ha registrato tutti i discorsi duri, orgogliosi e sprezzanti pronunciati contro i suoi servitori come rivolti contro sé stesso.»
«Il messaggio del terzo angelo non sarà compreso; la luce che illuminerà la terra con la sua gloria sarà chiamata una falsa luce da coloro che rifiutano di camminare nella sua gloria crescente. L’opera che avrebbe potuto essere compiuta sarà lasciata incompiuta dai rigettatori della verità, a causa della loro incredulità. Vi supplichiamo, voi che vi opponete alla luce della verità, di togliervi dalla via del popolo di Dio. Lasciate che la luce mandata dal Cielo risplenda su di loro in raggi chiari e costanti. Dio ritiene responsabili voi ai quali questa luce è giunta, dell’uso che ne fate. Coloro che non vogliono ascoltare saranno ritenuti responsabili; poiché la verità è stata messa alla loro portata, ma hanno disprezzato le loro opportunità e i loro privilegi. Messaggi recanti le credenziali divine sono stati inviati al popolo di Dio; la gloria, la maestà, la giustizia di Cristo, piene di bontà e di verità, sono state presentate; la pienezza della Deità in Gesù Cristo è stata esposta in mezzo a noi con bellezza e amabilità, per attrarre tutti coloro i cui cuori non fossero stati chiusi dal pregiudizio. Noi sappiamo che Dio ha operato in mezzo a noi. Abbiamo visto anime volgersi dal peccato alla giustizia. Abbiamo visto la fede ravvivarsi nei cuori dei contriti. Saremo noi come i lebbrosi che furono purificati e proseguirono per la loro via, mentre uno solo tornò indietro per rendere gloria a Dio? Parliamo piuttosto della sua bontà e lodiamo Dio con il cuore, con la penna e con la voce». Review and Herald, 27 maggio 1890.